Recensione: What The Water Wants

Di Haron Dini - 26 Dicembre 2019 - 0:20
What The Water Wants
Band: Ray Alder
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno:2019
Nazione:
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83

Ho sempre sostenuto che un lavoro solista sia qualcosa di più rispetto ai dischi fatti con la propria band o altri progetti paralleli, ovviamente senza sminuire questi ultimi. Un disco solista non per forza deve essere autobiografico, però sotto sotto c’è sempre qualcosa di tuo e personale nella musica che contamini. Ecco, Ray Alder, storico cantante della band Fates Warning, dopo 10 anni ha voluto mettersi a nudo in questo lavoro intitolato What The Water Wants, un lavoro che si avvicina, bene o male, a un altro suo progetto dal nome Engine. Non poteva mancare che Inside Out Records a promuovere questo album, e Ray recluta al suo fianco Mike Abdow e Tony Hernando alla chitarra e al basso e Craig Anders alla batteria. Da quello che emerge dal web ogni membro del progetto ha un tipo di scrittura molto differente, ecco spiegato perché il disco ci ha messo più del previsto per vedere la luce: il risultato, tuttavia, ci regala un album fatto con mente e cuore.

L’opener “Lost” esplora scenari prog, ma quello che salta subito all’orecchio è proprio il sound anni ’80-’90, molto soft, senza però premere sull’acceleratore, se non qualche momento sui ritornelli. “Crown Of Thorns” con la sua parte di basso ipnotica, rimane si e no sullo stesso mood della precedente; non ci sono cambi di tempo o climax incredibili, anzi, il brano rimane sempre sugli stessi binari senza che ci sia qualcosa che smorzi la monotonia. La seguente “Some Days”, invece, (e stiamo parlando di una ballad) è una gioia per le orecchie dell’ascoltatore. Ci sono parti eteree realizzate con la chitarra in clean (con alcune parti distorte che ricordano leggermente i Dream Theater dell’era Falling Into Infinity) e soprattutto la voce sentimentalissima di Ray Alder che valorizza il brano dando profondi spunti di riflessione. Cambiamo le carte in tavola e passiamo a “Shine”, che parte subito prepotentemente con una chitarra heavy metal. In questo brano possiamo assaporare tutto quello che il metal era nel suo momento d’ascesa negli anni ’80: riff taglienti, una batteria canonica ma di grande impatto, e una voce che si mantiene sempre su picchi elevatissimi. Ritorniamo negli anni ‘90 con “Under Dark Skies”, una song che ripropone il mood dei primi brani del disco, però allo stesso tempo troviamo sempre qualche spunto interessante a livello strumentale e anche vocale. Con “A Beautiful Lie” si riparte a bomba con sonorità heavy-prog, smorzando un po’ lo strato evocativo che ci ha offerto il disco e prendendo qualche dagli Iron Maiden (e fondendo insieme qualche riff power). La meditativa “The Road” ridà fiato all’ascoltatore. Possiamo trovare la versione acustica di questo pezzo come bonus track: non si tratta di un pezzo particolarmente eclettico, ma è il picco emozionale di Ray che fa la differenza. “Wait” e la pseudo-titletrack “What The Water Wanted” restituiscono la rabbia e il groove che avevamo dimenticato ascoltando la precedente “The Road”, e mentre siamo intrappolati in questo turbinio di sonorità tra l’heavy e il power, ci catapultiamo direttamente alla conclusiva “The Killing Floor” che propone, in questo caso, un Alder da pelle d’oca regalando ai fan sprazzi e ricordi di Fates Warning.

Come possiamo considerare questo What the Water Wants? Beh… C’è da dire che il sound rimane sempre improntato a rimandi anni ‘80 e ‘90, quindi scordiamoci la modernità, se non in alcuni momenti. La cosa interessante che appare verso metà album è che Ray Alder ha costruito insieme ai musicisti chiamati in causa un album sincero ed emozionale. A tratti sembra più un lavoro di gruppo che un album solista! Rimarrete soddisfatti per il risultato, i 10 anni che ci sono voluti per lavorare al disco non peseranno più.

 

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