Recensione: Where Only Gods May Tread

Di Daniele D'Adamo - 14 Agosto 2020 - 0:02
Where Only Gods May Tread
Band: Ingested
Genere: Death 
Anno:2020
Nazione:
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78

Il Regno Unito, oltre a essere stato la culla dell’heavy metal con la leggendaria, immortale NWOBHM, è anche produttore pressoché continuo di formazioni dall’alto livello qualitativo. Nelle terre di Albione, si sa, la musica, di qualsiasi genere essa sia, viene presa maledettamente sul serio, e a questa affermazione non sfugge certamente il metal. Anche quello estremo, come dimostrano act quali Anaal Nathrakh, Lock Up e, anche, gli Ingested.

Ingested. Nati nel 2006 in quel di Manchester e autori di una discografia che, oltre ai soliti singoli, split ed EP, comprende cinque full-length, compreso questo, “Where Only Gods May Tread”, ultimo nato, in uscita per la label specializzata Unique Leader Records.

Ingested che, come coloro che sono stati più su menzionati, lambiscono le lande più oltranziste del death metal. Anzi, deathcore, se si dà retta all’evoluzione da essi compiuta nel corso degli anni. Deathcore letteralmente spaventoso, potente all’inverosimile, che si spinge ai limiti umani per ciò che concerne la realizzazione di musica… esagerata. Con ciò, innalzandosi ai sublimi livelli dei Maestri statunitensi, non avendo infatti più nulla da invidiare a gente come Carnifex, This Art Is Murder, Whitechapel e tanti altri ancora che si omettono per brevità.

Tanto è vero che l’impatto sonoro degli Ingested è semplicemente mostruoso, spaventoso, annichilente. Una furia devastatrice che, davvero, trova pochi altri competitori in grado di sfondare la barriera del suono con un sound così pazzesco, allucinante, totalmente devastante. E questo grazie, anche, a una perizia tecnica, che, in questo caso, si è affinata con lo scorrere del tempo. “Where Only Gods May Tread” è difatti come un treno impazzito lanciato alla massima velocità per sfondare le membrane timpaniche e trafiggere il cervello da parte a parte.

Il titanico muro di suono eretto dalle due chitarre di Sean Hynes e Sam Yates, ma soprattutto dal drumming inumano di Lyn Jeffs, batterista la cui esecuzione forma un apocalittico cozzo con il resto degli strumenti, è qualcosa di (quasi) mai visto in precedenza. Un muraglione infinito nelle sue tre componenti cartesiane, che si muove in sincronia con gli stupefacenti, impossibili blast-beats, anch’essi ben oltre i limiti dell’umana concezione. Allineata alla normalità, si fa per dire, del (sotto)genere, lo stentoreo growling di Jason Evans, che tuttavia è abile a mischiarlo con le harsh vocals per un risultato, anche in questo caso, ai limiti dello sfondamento dell’ugola.

Com’è facile precedere, l’insieme delle song che compongono il disco sono fautrici di uno sfascio assoluto. Compreso lo stato di trance che deriva dagli iper-cinetismi di un’esagerazione controllata di tutte le singole componenti che si sommano per dare vita alle song stesse (‘No Half Measures’). Ci sono alcuni episodi meno intensi, come ‘Another Breath’, che tuttavia risultano fondamentali per inspessire il mood dell’LP, volto a un umore cupo, oscuro, post-apocalittico. Non solo brutale violenza sonora, quindi, ma anche la ricerca di atmosfere atte a completare la canzoni con un’aurea di buio nichilismo. Nondimeno, anche in occasioni di tali episodi, coesiste con tenace cattiveria il sound abnorme che, alla fin fine, identifica il carattere peculiare della proposta del combo britannico.

Oltre a essere degli ottimi esecutori, giacché non si perde mai la bussola nonostante il macello sonoro che è il platter, i Nostri non sono male nemmeno come songwriter, come dimostra la lunga suite finale, ‘Leap of the Faithless’, in cui viene immessa una gran quantità di particolari da scoprire a mano a mano che procedono gli ascolti. Chiaramente la potenza è sempre immane, però si può notare la ricerca di passaggi meno prevedibili e scontati rispetto a alla media di coloro che si destreggiano con il deathcore. La linearità della canzone è sempre garantita, il che ne facilita la lettura ma, stavolta, in modo più marcato rispetto al resto dell’album, appare chiara la volontà di non apparire come dei semplici martelli demolitori.

“Where Only Gods May Tread” è in definitiva un’opera a suo modo ambiziosa, in cui gli Ingested cercano di regalare qualcosa in più rispetto a una semplice ma orrida annichilazione della sanità mentale dei fan.

Orrorifici.

Daniele “dani66” D’Adamo

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