Recensione: Where the Wild Things Run

Di Fabio Vellata - 28 Febbraio 2020 - 18:39
Where the Wild Things Run
Band: Black Mama
Etichetta: Andromeda Relix
Genere: Hard Rock 
Anno: 2019
Nazione:
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78

Cappellaccio, stivali impolverati, praterie assolate.
Sentieri deserti percorsi da cavalli selvaggi. Cieli tersi, movimentati da qualche nube in un orizzonte lontano e sconfinato.

Immagini ed atmosfere estremamente rurali, dal sapore verace, sincero, incontaminato.
Una commistione di elementi che ben si adatta al tema musicale scelto dai veronesi Black Mama, trio dedito ad un blues rock profondo, intenso e “vissuto” che abbiamo già frequentato con piacere in occasione del buon debutto edito qualche anno fa (era il 2013) di cui “Where the Wild Things Run” è degno e significativo discendente.

Come cristallizzati all’interno di una bolla temporale, i Black Mama perseverano imperterriti, cavalcando la formula rock blues debitrice degli stilemi tipicamente vintage degli anni sessanta e settanta. Ancora una volta, tutte le muse ispiratrici che già in occasione dell’esordio avevano dato chiara manifestazione di se, vengono alla luce, descrivendo una radice di appartenenza dal tipico retrogusto yankee.
ZZ Top, Allman Brothers, Mountain, Muddy Waters ed in generale gran parte di quel filone musicale che appartiene all’immaginario sudista, cattura la scena ed anima la stesura di brani fatti di suoni ruvidi e schietti. In aggiunta, una produzione secca e semplice amplifica la sensazione “live” in una serie di episodi e frammenti in cui è facile percepire un’aria “vissuta” e “genuina”, idealmente concepita per assumere ancor più enfasi ed efficacia in un contesto di esecuzione dal vivo.

Il valore del lavoro proposto dai musicisti veneti non sfugge e si palesa anche all’orecchio di un ipotetico ascoltatore occasionale. Facile, in effetti, lasciarsi affascinare dal procedere sicuro e spedito di canzoni solo all’apparenza semplici, in cui tuttavia si cela – sotto la fascinosa sembianza di una sorta di jam session – l’ottimo valore dei Black Mama, gruppo che predilige senz’altro il feeling alla tecnica ma che, nel florilegio di assolo e divagazioni di cui è infarcito l’intero album, dichiara pure una preparazione strumentale di prim’ordine.

I pezzi che ci sentiamo di preferire sono, ovviamente, proprio i passaggi in cui le atmosfere si dilatano e vanno a richiamare l’onirico scenario evocato dalla splendida copertina del disco. Panorami estesi e sensazioni ad ampio respiro: la title track è, non a caso, uno dei punti di forza dell’intero cd, assieme alle riuscite “Hand full of Nothing but the Blues”, “I Got a Woman” e “Shining Rust”. Canzoni da lasciar scorrere, apprezzare per intero, valutare nella loro interezza fatta di orecchiabilità e momenti carichi di suggestione blues, in cui Stevie Ray Vaughan incrocia ZZ Top e Cream, omaggiando una radice musicale che è insieme, tradizione e cultura.
Praticamente uno stile di vita.

Un tipo d’espressione volutamente vintage che, quando interpretata, suonata e confezionata con grande passione mista a notevole competenza, genera risultati altamente apprezzabili, forieri di suggestioni cariche di fascino e di uno charme ipnotico nei confronti dei quali è impossibile non tributare il giusto e meritatissimo applauso.

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