Recensione: Wolves Among The Ashes

Di Alessandro Marrone - 3 Marzo 2020 - 0:00
Wolves Among The Ashes
80

Fondati sul finire del 2004 dal chitarrista e cantante Jean-Baptiste Le Bail, gli Svart Crown sono una delle tante prove che la Francia sia un’autentica fucina di talenti quando si parla di metal estremo. Provenienti dalle cristalline coste di Nizza, piuttosto che da qualche misterioso villaggio sperduto nell’entroterra transalpino, si tratta di un combo sistemato a suo agio a cavallo tra il death e il black, dove ritmiche veloci e particolarmente evocative si uniscono a digressioni atmosferiche sorrette da riff che non rinnegano la voglia di strutturare un album attraverso canzoni che prese singolarmente siano in grado di offrire un quadro completo di quanto il sound della band sia capace di rapinare nei sottogeneri e quindi soddisfare un maggior numero di metallari. Non aspettatevi niente di scontato qui, ma sappiate che il quinto disco della discografia – e il secondo per la major Century Records – potrebbe facilmente prendere residenza nella vostra playlist. Forte di una produzione spessa come un muro di cemento armato, Wolves Among The Ashes è un lavoro ispirato e pronto a prendervi per il collo dall’inizio alla fine.

Un minuto e tre quarti di preparazione, un ancor più breve incipit e fuoco alle polveri con una compatta marcia che dichiara le cattive intenzioni della prima vera e propria traccia del disco. Thermageddon non si nasconde dietro a un dito e si lancia a testa bassa giù verso il precipizio sorretta da un blast beat e da ritmiche serrate che alternano il passo con stacchi e la possente voce di Le Bail. Compatto e perfettamente a suo agio sulla sottile linea di confine che divide il death metal dal black metal, il sound degli Svart Crown concede anche spazio ad aperture più melodiche, con l’inserimento di parti vocali quasi pulite, definitivo contraltare che arricchisce la tavolozza colori di un album di grande personalità e carattere. Lo stesso ritornello, nell’accecata rincorsa alla velocità della sezione ritmica, riesce a fondere tratti orecchiabili e abbastanza violenza sonora da soddisfare chi è alla ricerca di qualcosa di adatto per sfondare le casse dell’impianto stereo. Art Of Obedience mostra un altro lato, un angolo più ricercato e articolato che i francesi non temono di inserire quando in realtà ci saremmo ancora aspettati un altro brano ad alto tasso di bpm. Il fatto è che questa scelta funziona alla grande e arricchisce il quadro generale del disco stesso. Con una perizia tecnica pari a quella dei connazionali Gojira, gli Svart Crown snocciolano riff devastanti l’attimo prima e creano suspense con intermezzi più atmosferici quello successivo. Ogni singola canzone rispecchia l’attenzione e la cura riposta in fase di songwriting, dove nulla è lasciato al caso e dove non si intende soltanto far male a furia di decibel, ma lasciare una profonda cicatrice emotiva.

Il mood marziale di Blessed Be The Fools concede qualche attimo per rimettere insieme le idee, tuttavia senza smettere di trascinarci in mezzo ad un indefinibile mondo post-apocalittico. Con la successiva At The Altar Of Beauty si preme sull’acceleratore, qualcosa che riesce molto bene agli Svart Crown, ma dove alcuni dischi black potrebbero sembrare un bombardamento al napalm pronto a deflagrare ogni cosa, quello a cui ci troviamo di fronte è più simile ad un attacco accuratamente studiato nei minimi dettagli e pronto a infliggere il massimo danno possibile, senza al contempo alcun tipo di effetto collaterale. Spessa come sangue rappreso, la trama chitarristica è senza dubbio l’aspetto che più contraddistingue Wolves Among The Ashes, tra le sue partenze, i suoi break, la sua violenza e quella capacità di trasformare la attese in un gustoso attimo da assaporare prima di far fuoco e fiamme. Ancora e ancora. Ok, magari non nel caso di Down To Nowhere, che in realtà torna a placare i livelli di adrenalina, mostrando l’enorme padronanza stilistica del quartetto francese, più melodico di quanto ci si potrebbe aspettare e sai cosa? Funziona alla grande, anche stavolta.

Ci avviciniamo all’epilogo con Exoria, che parte con un bel groove e procede inserendo praticamente tutto quello che si sarebbe potuto gettare nel calderone. Più votata a seguire una ritmica cadenzata, piuttosto che veloce, apre ancora una volta le braccia verso un ritornello abbastanza melodico e lascia l’incombenza di mettere la parola fine alla lunga (oltre 8 minuti) Living With The Enemy. Una sorta di piccola e diabolica suite che rimette insieme tutti i pezzi del puzzle presentati un brano dopo l’altro, con un ordine pragmatico e il costante desiderio di uscire fuori dagli schemi, usando però l’artiglieria che generi radicati e fedeli al verbo del truemetal (death e black in questo particolare caso) intendono offrire ai propri adepti. Verso metà canzone si rallenta, si pregusta qualcosa di grandioso. Che l’headbanging ricominci.

Quello degli Svart Crown è un disco parecchio interessante. Da ascoltare con la dovuta attenzione più che altro per apprezzare sino in fondo quanto il quartetto transalpino riesca a muoversi e sentirsi comunque a proprio agio su una terra di confine delicata e per nulla scontata. Inserendo ritmiche veloci, ma anche riffing più groove, aperture quasi melodiche e una quasi impeccabile accortezza per quel che riguarda la tracklist, questo Wolves Among The Ashes è uno dei lavori più interessanti di questi primi mesi del 2020. Mai scontato, mai ripetitivo e tengo a sottolineare mai ruffiano, appaga il bisogno di decibel, come di bpm o di emotività dataci in pasto attraverso un songwriting maturo e vario come raramente capita di ascoltare. Gli Svart Crown se ne sono usciti con qualcosa di grandioso, non datelo per scontato, tra dieci, venti o trent’anni – come il buon vino – sarà ancora più speciale. Nettare per le nostre orecchie.

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