Recensione: Worlds Apart

Di Lorenzo Gestri - 20 Marzo 2020 - 20:23
Worlds Apart
Etichetta:MFO
Genere: AOR 
Anno:2000
Nazione:
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85

1994, Chicago.

Larry King, cantante rock e fondatore della progressive band Human Factor -nonché in gioventù anche boy actor in vari spot pubblicitari televisivi- incontra John Blasucci, neolaureato pianista e compositore Jazz, la cui famiglia di origini italiane lo ha da sempre educato alla musica classica. Una coppia improbabile se dovessimo immaginarla come il nucleo di una produzione musicale. Eppure, a dispetto dei distanti gusti musicali, nasce sin dall’inizio un’alchemica intesa.

Cinque anni dopo i due musicisti, oramai da tempo stretti collaboratori in progetti di rilievo sia nel settore pubblicitario che in quello cinematografico, si ritrovano ad essere professionisti affermati nel campo della produzione musicale, tanto da potersi permettere di aprire uno studio proprio. Ed essendo compositori prolifici, nel corso degli anni i loro archivi iniziano a traboccare di materiale inedito: appunti e scarti di produzione che talvolta, ad un secondo ascolto, si rivelano pieni di potenziale.

Questa raccolta, che prenderà il nome di Worlds Apart, verrà pubblicata nel 2000 sotto il moniker di Soleil Moon, ossimoro con cui gli autori si prendono in giro paragonando la distanza delle loro personalità musicali alla dualita’ Sole/Luna. E in quanto specchio di questo binomio, Worlds Apart agglomera una moltitudine di generi, abbracciando senza riserve o vergogne lo zeitgeist musicale di fine millennio. Una scelta -questa- che pone i Soleil Moon tra le poche band AOR nate in un periodo morto per questo genere (la “New Wave Of Adult Oriented Rock” si sarebbe rivelata un decennio dopo) e ad esser riuscite a riscuotere ciononostante un discreto successo. Il sound risultate si presenta dunque come un mix tra Rock melodico -indiscusso filo conduttore-, Pop e Jazz, intercalato da incursioni di Soul ed il tutto amalgamato dalla composizione sinfonica. Se state quindi cercando quell’AOR che strizza l’occhio a sonorità più dure e crude, -bhe- “Lasciate ogni speranza, Voi ch’entrate”.

Con la power ballad “Willingly” e la suggestiva “Never Say Goodbye”, tastiere avvolgenti immergono l’ascoltatore in un’atmosfera rilassata, intima e avvolgente, sollazzandolo con vellutati riff di chitarra eseguiti nientemeno che da uno dei maestri del mondo del rock melodico: Michael Thompson.

Il sostanziale bagaglio di esperienze accumulato sul campo ha permesso ai nostri compositori di tessere una folta rete di contatti che, al momento della recording session (avvenuta in ben quattro studi sparsi per il mondo, inclusi nei prestigiosi Abbey Road Studios), ha permesso a sua volta la compartecipazione di musicisti del calibro del già citato Thompson (il quale trascenderà il mero ruolo di ospite nei futuri dischi), di Paul Jackson Jr. (stretto collaboratore di Chigaco, Michael Jackson, Lionel Richie), di Todd Sucherman (Styx) o di Kenny Aronoff (turnista dei Toto) per citarne alcuni. E anche se alla release questi primi due pezzi hanno guadagnato fama e visibilità sulla Adult Contemporary Top 100 americana del 2000, il meglio comincia con la terza traccia.

Teatrale, potente, epica. “Ohio” è divenuto indubbiamente uno dei pezzi più forti della band in assoluto, tanto da esser ripresentata nella veste di bonus track su On The Way to Everything, release del 2011. Una melodia pregna di dramma, alternante momenti di pace tra duetti di piano e la struggente voce di Larry, con attimi animati da assoli di chitarra, sormontati prepotentemente dall’imponente sessione d’archi -concitati in apertura/chiusura, corali nei ritornelli- della famosissima London Symphony Orchestra.

Filmica è invece la parola più adatta per descrivere “Warm Summer Rain”, una ballata stratosferica la cui melodia verte attorno allo sviluppo di una composizione pianistica, sposandosi con l’eco di distanti distorsioni e un tappeto d’archi -ad opera sempre dell’orchestra londinese-; un pezzo degno di far parte di qualche colonna sonora di uno di quei film degli anni 80/90 ambientati nelle infinite distese della campagna americana (e per chi se lo stesse chiedendo, la risposta è no, non è un omaggio all’omonimo film).

E rimanendo in tema di colonne sonore, con la traccia seguente si apre un interludio completamente sinfonico eseguito sempre dalla London Symphony Orchestra, la quale ci introduzione ad un altro famoso pezzo da novanta dei Soleil: “I’d Die For You”. Anch’esso presente come bonus nel disco successivo, il suo cuore si spacca in due atti: nasce come ballata malinconica nel primo, si scatena completamente nel secondo in un hype continuo dove orchestrazioni incalzanti e assoli di chitarra si danno battaglia per la supremazia fino all’esplosione nel ritornello finale.

Si torna poi a ritmi più sostenuti con la titletrack, pezzo dal sapore un po’ country, seguita a ruota dalla bellissima “You & Me” e dalla corale “Calling On The World”. Entra poi il scena il sassofono di Warren Hill, co-protagonista con la voce di Larry in “I Need You Close To Me” che, oltre ad omaggiare le ballads dei Journeys nella linea melodica, tinge l’atmosfera con i suoi organetti in sottofondo e il cantato in gospel, facendo eco a pezzi più prossimi al soul o al jazz.

Chiusura all’insegna della nostalgia con la maliconica “Love Me Like You Used To”, arrangiata esclusivamente con pianoforte ed orchestra, e la dolcissima “What Are You Dreaming”, strumentale interamente orchestrale e -di fatto- epilogo del disco.

Un lavoro dunque ben confezionato questo Worlds Apart, il cui sound risulta estremamente pulito e curato nei dettagli; il chè lo renderebbe un debut album decisamente inusuale se non si parlasse di professionisti forniti di studio e di anni di carriera alle spalle. Decisamente un MUST per i collezionisti e gli amanti del rock melodico. Forse è addirittura il lavoro meglio riuscito fino ad oggi della band, grazie al suo songwriting maturo e coinvolgente e la perfetta sintonia tra composizione melodica e composizione lirica.

I testi infatti sono tanto diretti quanto raffinati, melodrammatici e tuttavia pieni di speranza. Tanto poetici che si potrebbe affermare che l’intero platter altro non sia ipso facto che la colonna sonora di una serie di storie indipendenti fra di loro, il cui mein motif è senza dubbio il concetto di Amore.

L’amore fragile di una storia in rotta di collisione (“I’d Die For You”) o quello malinconico per un’altra invece già finita ormai da tempo (“Love Me Like You Used To”).

L’amore nostalgico di un ricercato esiliato dal proprio stato di provenienza (“Ohio”) o quello struggente di un uomo combattuto tra il lutto per la propria compagna defunta a seguito del parto ed il contrastante sentimento verso il figlio appena nato (“Warm Summer Rain”).

L’amore romantico per la persona con cui passare il resto della vita (“You and me”) o quello incondizionato verso il prossimo in un mondo ancora disunito (“Calling On The World”).

E infine, l’amore indiscusso degli autori per la loro musa: la musica. Un sentimento che, fragile o potente che sia, rimane il ponte che unisce tutti questi mondi distanti tra loro.

Lorenzo “Dottorfaust87” Gestri

 

 

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