Recensione: A Fracture in the Human Soul

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Quando vi abbiamo parlato di “Pale Cold Irrelevance”, disco di debutto dei doomster croati Old Night,  avevamo sottolineato come la formazione capitanata dal bassista Luka Petrović fosse una compagine da tenere sott’occhio, un nome capace di rappresentare qualcosa di importante in previsione futura, sia per il genere, che per il metallo pesante in generale. Così, quando la band di Rijeka ha annunciato la pubblicazione del proprio secondo lavoro, intitolato “A Fracture in the Human Soul”, la curiosità di scoprire se gli Old Night sarebbero riusciti a non tradire le aspettative generate con il primo album è stata elevatissima. Pronti ad affrontare un viaggio che ci avrebbe condotto alla scoperta degli antri più bui dell’animo umano, a entrare in contatto con le nostre emozioni più nascoste e profonde, abbiamo quindi inserito il disco nel lettore, premuto il tasto play e atteso che fosse la musica a parlare.

 

Possiamo dirlo subito, senza mezze parole, “A Fracture in the Human Soul” non solo non tradisce le aspettative create dalla band con il precedente “Pale Cold Irrelevance”, ma ci consegna una formazione cresciuta a dismisura in maturità. Con questo secondo lavoro gli Old Night esibiscono un songwrinting ispirato e personalissimo dove, durante l’ascolto, possono venire in mente alcuni nomi di band che hanno fatto la storia del genere, ma si tratta di un’immagine, di un attimo, in quanto Petrović e compagni hanno delineato il proprio tratto, rendendo ormai distinguibile il proprio marchio di fabbrica, riuscendo nel difficile compito di sviluppare il proprio sound e mettere a segno una crescita evidente rispetto a quanto realizzato con l’ottimo debutto del 2017. I Nostri, pur mantenendo inalterata la propria proposta, che mescola componenti doom e alternative, infarcendo il tutto con un pizzico di progressive, realizzano un disco dal forte spessore emotivo, in grado di ipnotizzare e catalizzare l’attenzione dell’ascoltatore in tutti i suoi quasi quarantacinque minuti di durata.
Cinque sono le canzoni che vanno a comporre “A Fracture in the Human Soul”, tutte caratterizzate da un minutaggio elevato, come il genere richiede. La qualità espressa da ogni singola traccia è notevole, difficile riuscire a citarne una rispetto a un’altra. Certo che capitoli come la conclusiva ‘The Reaping of Hearts’, con il suo continuo alternarsi tra parti strumentali caratterizzate da riff pesantissimi e oscuri, a momenti più introspettivi ed emotivi, o ‘Glacial’, che ci prende per mano e ci trascina all’aperto, in una gelida giornata invernale, in mezzo alla neve, vestiti solamente della nostra pelle, riportando in vita sensazioni e paure che solitamente cerchiamo di tenere nascoste, come la solitudine e la sofferenza interiore dettata dalla crudeltà che spesso la vita ci costringe ad affrontare, sono composizioni che non passano inosservate. Le canzoni presentano così una spiccata capacità di trasmettere immagini, si fanno vivere in maniera intensa, entrando in contatto con le emozioni più intime dell’ascoltatore, a cui vanno aggiunti dei testi dal taglio poetico, capaci di risultare allo stesso tempo crudi e sensibili.
La prestazione dei singoli è di assoluto livello, soprattutto per il pathos che le varie parti riescono a creare, dove spicca, in particolare, il lavoro maniacale delle chitarre: un continuo alternarsi tra riff oscuri e gelidi e parte arpeggiate, sorretto da una sezione ritmica intelligente. Ma a fare la differenza è la prova al microfono del chitarrista-cantante Matej Hanžek. Una performance carica di espressività, in grado di vivere e interpretare alla perfezione le atmosfere e i colori trasmessi dalle musiche e dai testi, riuscendo, con la sua voce, a dialogare con l’ascoltatore, donando alle canzoni una vera e propria anima.
A valorizzare quanto fin qui descritto, poi, ci pensa una produzione curata, con un suono vivo, caldo, lontano anni luce da soluzioni ipercompresse che sembrano essere tanto in voga in questi ultimi anni. Da segnalare, inoltre, l’ottima copertina realizzata, come di consueto in casa Old Night, da Andrej Bartulović, della All things Rotten.

 

Con “A Fracture in the Human Soul” gli Old Night mettono a segno un album notevole, dedicato a coloro che dalla musica cercano un ponte emotivo, che possa permettere di scavare nel proprio io più profondo, in modo da riportare in vita sensazioni forti, che fanno parte del nostro essere ma che, solitamente, tendiamo a nascondere. Un lavoro personale, in cui trovano posto varie componenti: da quelle più classicamente doom, ad altre di stampo più alternative, dal forte sapore decadente. Se con “Pale Cold Irrelevance” avevamo detto che gli Old Night erano una band da tenere d’occhio, con “A Fracture in the Human Soul” il combo croato diventa a tutti gli effetti una certezza. Un disco da non lasciarsi scappare.

 

Marco Donè

 
80