Recensione: Apocalypsis

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Apocalypsis vide la luce nel 1996 e rappresentò, quantomeno a livello vinilico, il quinto parto discografico ufficiale in casa The Black, progetto avviato da Marius Donati sul finire degli anni Ottanta dopo la sua dipartita dagli Unreal Terror ma soprattutto dai Requiem, entrambe ottime band che però rappresentavano, per il poliedrico artista pescarese, una sorta di gabbia dalla quale aveva la necessità di fuoriuscire. Ad accompagnare Mario “The Black” Di Donato lungo questa realizzazione griffata Black Widow Records il vecchio compagno di mille battaglie Enio Nicolini al basso, anch’egli coinvolto precedentemente con Unreal Terror e Requiem. Apocalypsis, fra le altre cose, segnò l’ingresso in formazione del fido Gianluca Bracciale alla batteria, personaggio che da quel momento in poi non abbandonerà più il cammino a fianco del prode Marius. Altra new entry il tastierista Massimiliano Terzoli, che condividerà l’avventura nei The Black anche sul successivo Golgotha del 2000. 

In quei giorni del ‘96, nel cuore degli ultras del Metallo Italiano, albergava la giusta dose di curiosità nei confronti del nuovo capitolo discografico del combo abruzzese. Non prendendo in considerazione Refugium Peccatorum, una sorta di raccolta di materiale composto in periodi troppo diversi fra loro, l’ultimo album al quale fare riferimento era rappresentato da quell’Abbatia Scl. Clementis che segnò a gloria imperitura la liaison fra The Black e l’heavy metal tout court. Indi, fra il pubblico defender battente bandiera tricolore la trepidazione, in questo senso e a ragion veduta, era palpabile. Ci si attendeva ed era lecito pensarlo, un Scl. Clementis II, anche in virtù dell’innesto di forze fresche quali quelle impersonate da Bracciale dietro ai tamburi, uomo di sostanza e attitudine metallica comprovata.

E il buon Marius cosa si inventò?

Un disco declinato lungo dodici pezzi – sei per facciata, nel caso del vinile – con ammiccamenti a partiture progressive alternando il cantato in latino a quello in italiano, seppur non lesinando mazzate a destra e manca, per il sollucchero dei die hard fan di cui sopra.

In copertina, il quadro omonimo realizzato dallo stesso Di Donato nel 1992 e, nel caso della versione in Cd, un booklet di otto pagine con tutti i testi, insieme con delle foto della band in bianco e nero.

Il livello di tensione emanato dal disco si mantiene molto alto lungo tutti i cinquanta minuti a disposizione e la mattanza inizia dalla strumentale “Profezie”, un incipit che con un po’ di fantasia è degno degli Immortal più glaciali. Il collegamento ideale con la violenza di Scl. Celementis viene garantito da “I Sette Sigilli”, pezzo heavy e diretto la cui conseguenza naturale è “Primo Et Secondo Angelo”, addirittura vicina ai Bulldozer alle prese con le tastiere, chiaramente a livello di pathos espresso e non di claustrofobia sonora. Torna la luce con la formidabile “Terzo Et Quarto Angelo” ed è ancora orgia metallica sul finire del brano. “Ultimi Tre Angeli” è il pezzo che più si avvicina all’impianto canzone classico così come inteso dal resto del mondo là fuori, poi è la volta dello “stacco” marcato dalla strumentale “Inutile Pentimento”.

La componente epica contenuta fra i solchi di Apocalypsis è notevole e talvolta a straborda, come nel caso di “Guerra In Cielo”, uno fra gli highlight della carriera da parte della premiata ditta Marius Donati & Co. Stessa sorte per “La Bestia Che Sale Dal Mare” mentre “Prima Del Buio” è la suggestiva strumentale cinematografica funzionale al concept. Alto tonnellaggio garantito dalle bordate assestate dalla successiva “La Bestia Che Sale Dalla Terra”, ove Donati riprende in mano il microfono con costrutto, ça va sans dire.

La title track racchiude in sé la summa dell’intero messaggio veicolato dal quinto The Black della storia declinandolo lungo quasi sette minuti di durata: eroica diffusa, ascia assassina, riffoni pesanti, keyboard spettrali, firt ben calibrati con il Progressive e la consueta profondità del cantato in latino di Marius. Sul finire, le atmosfere liquido-sepolcrali de “Il Trionfo Della Morte” chiudono in modo egregio le trame di Apocalypsis.        

Un disco sull’Apocalisse? Compito accattivante, oltreché improbo per tutti, senza dubbio, ma i The Black nel ’96 dimostrarono di saper affrontare siffatta sfida senza timori referenziali verso nulla e nessuno, consegnando all’epopea dell’Acciaio Italiano una fra le prove più convincenti della loro carriera, sebbene macchiata da una produzione certamente perfettibile.  

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 
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