Recensione: Blind Gods And Revolutions

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Un nome assolutamente storico della scena heavy italiana, quello degli Essenza.
Attiva sin dal remoto 1993, la band guidata dai fratelli Carlo e Alessandro Rizziello (rispettivamente voce/chitarra e basso) ha sinora prodotto quattro full, l’ultimo dei quali, “Blind Gods And Revolutions”, licenziato proprio in questi giorni da SG Records, una label nazionale dal roster sempre più qualitativo e ben assortito.

Millemila influenze, forme e divagazioni costituiscono la base stilistica del terzetto leccese (insieme ai Rizziello, il batterista Paolo Colazzo): dal thrash più teso ed assordante, all’heavy classico. Dall’hard rock ruvido e furibondo alle sfumature funky-blues. Dal prog alle divagazioni unplugged.
Un bel meltin’pot di attitudini e riferimenti che hanno consentito al gruppo di porre in evidenza, sin dalle prime battute in carriera, un’invidiabile profilo strumentale ed una maestria nel forgiare tracce dalle dinamiche complesse ed articolate, nervosamente instabili ed in buona parte spiazzanti. Lontane cioè, dal fornire punti di riferimento troppo immediati o diretti ai potenziali fruitori.

Un pregio garantito, riscontrabile anche nella nuova fatica di recente stesura, coacervo di tecnicismi virtuosi in cui apprezzare una strumentazione decisamente evoluta: chitarrismo dinamico e mai fermo su armonie semplici, sezione ritmica in costante fermento, con basso e batteria a rincorrersi in un pulsare convulso e mai domo, emblema di una frenesia creativa che mal sopporta l’essere ingabbiata in una categoria univoca o troppo rigida.
Qualità e meriti che, tuttavia, rischiano molto spesso di divenire anche un limite concreto al reale godimento del disco. Al di là, infatti, di un dovuto plauso al profilo tecnico mostrato dagli Essenza, al termine dell’ascolto di “Blind Gods And Revolutions” appare piuttosto difficoltoso affezionarsi realmente a qualcuna delle tracce presentate in una tracklist, comunque, non troppo estesa.
La mancanza pressoché diffusa di melodie davvero ficcanti, l’assenza di chiavi di lettura immediatamente riconoscibili ed il costante ed irrequieto movimento ritmico, producono un effetto che stordisce e disorienta. Un turbinio di note che assalta le orecchie ed annega le emozioni, lasciando un po’ interdetti sul quanto sia effettivamente proficuo il reiterarne l’ascolto.
Elementi che, addizionati ad un lavoro di produzione non esattamente brillante e ad un cantato talora deficitario e fuori contesto, rischiano di tradurre il nuovo album del trio italiano in un’esperienza destinata a rimanere confinata all’interno della mera statistica.

Un rammarico, se raffrontato alle reali potenzialità del gruppo. Eppure un dato di fatto, qualora a manifestarsi sia – ad esempio – una traccia come l’opener “Plastic God”. Suoni compressi ed ottenebrati da un effetto “annegamento” che tuttavia lasciano intravedere alcune buone idee e la solita, consueta, maestria esecutiva. Peccato davvero per l’impostazione vocale di Carlo Rizziello: non malvagia la timbrica, è proprio il modo d’interpretare i brani che non convince appieno. Incomprensibile e quasi fastidioso il falsetto del ritornello; quasi “canticchiate” e senza particolare espressività il resto delle linee vocali.
Un taglio un po’ deficitario che perdura, diffondendosi a macchia d’olio su parecchi dei pezzi presentati in tracklist: “The Song Inside”, “The Fury Of The Ancient Witch”, “Fight For Change” sono episodi che soffrono il larga parte di questa sorta di “dualismo” conflittuale. Bella tecnica e brillanti parti strumentali; voce, produzione e melodie poco persuasive.

A tratti il terzetto sembra poter assestare un colpo d’impatto che ne faccia lievitare il consenso, mettendo a regime qualche passaggio efficace dai sentori thrash prog alla Mordred ed House of Spirits: la conclusiva “Time” è, con ogni probabilità, il pezzo migliore del cd.
La panoramica complessiva, ad ogni modo non si discosta granché dalle impressioni sinora maturate.
Un’opera dotata di eccellenti pennellate e bei colori, eppure dal risultato finale non del tutto gradevole alla vista (o all’udito, per meglio dire…)

Insomma, c’è splendida tecnica, ci sono capacità e tantissima esperienza. Mancano i suoni, la voce e – in larga parte – le emozioni.
Pochi concreti appigli per definire “Blind Gods And Revolutions” un disco realmente consigliabile.

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