Recensione: Blue Slide

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Ha sempre il sapore piacevole di cose genuine e veraci, l’ascolto di un po’ di rock blues dall’anima profondamente sudista.
Le atmosfere ciondolanti, la schiettezza dei ritmi e l’inconfondibile suono della slide guitar, sono gli ingredienti ideali per descrivere immagini un po’ retrò di piste polverose e vecchi saloon, nei quali incontrare magari sosia degli Allman Brothers, di B.B. King, Robert Cray o, chissà, del compianto Alvin Lee.

Dopo un primo album edito nel corso del 2010 per Andromeda Relix, l’ottimo Jimi Barbiani si riaffaccia sui sentieri del torrido southern-blues con un nuovo disco intriso d’intensa ed autentica “magia slide”, offrendo – probabilmente ad un pubblico non più giovanissimo – un eccellente riassunto di suoni vintage carichi di passione, divisi equamente tra “potenza rock e sentimento blues”.

Bello sin dalla elegante confezione, “Blue Slide”, secondo capitolo in carriera del chitarrista friulano, non delude le attese di chi, già con il precedente “Back On The Tracks”, aveva ravvisato tutti i caratteri di un artista di grande classe ed attitudine, perfetto nella parte del guitar-hero dall’anima blues e dalla “mano” decisamente calda.
Ben sostenuto da una crew consolidata, nell’arco di dieci tracce Barbiani dimostra, infatti, di saper interpretare al meglio la filosofia della tradizione più a stelle e strisce del genere, affrancandosi da qualsivoglia eccesso di verbosità per puntare dritto al sodo, senza divagazioni, all’essenza del bluesy-rock, diretto, semplice e lineare.

Quello di Barbiani è uno stile che colpisce al cuore senza richiedere alcun tipo di impegno o elucubrazione: non adotta sentieri tortuosi e non ama tergiversare nella speranzosa richiesta di più ascolti per essere compreso. È immediato, sincero, schietto come un amico che parla chiaro e non tradisce con inutili sciarade o sottintesi.
Passando da Jeff Beck e Gary Moore, per scorrere sul “Rio Grande” in compagnia di Billy Gibbons e degli ZZ Top ed approdare ad una “inondazione Texana” come raccontava con la sua leggendaria Fender “Number One” il grande Stevie Ray Vaughan, il tratto è quello degli album ricolmi di passione e amore per la chitarra slide, il blues ed il rock duro, suonato con trasporto, anima, cuore e “fegato”. Non lontano cioè, dalla fisicità che è tipica ed essenziale del suo muoversi cadenzato e sornione.

“Ten O’clock Train”, “Don’t Lie To Me“, “Going Down”, “Sad Soul” e “Ain’t But One Of Two Ways” (eccellente Cameron Williams dei Tishamingo al microfono), sono brani deliziosi che nell’impostazione di base potremmo dire di aver ascoltato un mezzo milione di volte in tanti dischi di Glenn Hughes, dello stesso Vaughan e di chissà quanti altri.
O magari proprio degli ZZ Top, ancora omaggiati – come già nel disco precedente – con la cover di “La Grange”, tratta dal seminale “Tres Hombres” del 1973.
Eppure, come spesso accade in questi casi, la magia si ripete e l’istinto prevale, conducendo le emozioni lungo un percorso segnato da mille tracce ed esperienze che è sempre piacevole riscoprire, soprattutto quando appare evidente la passione con cui vengono riportate alla luce.

Ascoltati più e più volte, album come “Blue Slide” divengono una sorta di mantra irrinunciabile che s’impossessa dei sensi e rapisce i riflessi. Impossibile, dopo qualche breve istante, non ritrovarsi a seguirne i ritmi con attenzione ed il classico piedino che batte il tempo senza freno.
Impossibile non innamorarsi di un disco elegante e fascinoso, intriso di passione e devoto ad una delle più grandi e fondamentali manifestazioni musicali che la storia abbia conosciuto: quel blues torrido e gentile che, quando si sposa con il rock, può divenire gioia massima per i sensi e le emozioni.

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