Recensione: Chronicles of an Undead Hunter

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Secondo album per i Crimson Dawn, sestetto lombardo-veneto-emiliano che a due anni dall’EP “At the Cemetery Gates” e a quattro dal debutto “In Strange Aeons…” pubblica “Chronicles of an Undead Hunter”, proseguendo il proprio percorso musicale fatto di heavy metal sulfureo e cadenzato screziato di accenni epici. Sì, lo so cosa state pensando: “Ecco l’ennesimo gruppo che si limita a fare il verso a Black Sabbath, Cathedral e Candlemass!” e qui vi blocco subito, così si risparmia tempo. È vero, i richiami più o meno volontari ai maestri ci sono, con un genere simile è quasi impossibile evitarli, ma ad essi si aggiunge una ricerca tipicamente latina di Pathos, raggiunto soprattutto attraverso un’impostazione vocale declamatoria (a volte fin troppo esasperata) da parte di Antonio e l’uso di cori roboanti più vicini all’epic che al doom.

Dopo “Twilight of the Wandering Souls”, intro effettata d’ordinanza, si passa a “Eternal is the Dark”, in cui si percepisce subito il tono lamentoso e melodrammatico cui accennavo prima, sorretto da chitarre grasse e tastiere dal sapore settantiano. L’intermezzo luciferino in cui si colloca il coro dal sapore rituale prelude la breve accelerazione e l’assolo prima di tornare nel regno dei tempi scanditi, giusto in tempo per l’ultima strofa e il finale. “Neverending Rain” aumenta i giri del motore per un pezzo che strizza l’occhio a un certo heavy vecchia scuola, mantenendo intatta la carica pomposa e teatrale che trova il perfetto coronamento nel ritornello, appesantendosi solo nell’incursione strumentale centrale che prelude l’assolo. Tempi di nuovo contenuti e melodie malinconiche aprono “The Suffering”, che in un attimo passa da un tono quasi elegiaco a quello quasi sacrale già sentito nell’opener, ponendo però l’accento su un’impostazione vocale più nera e disperata. Anche qui il finale, leggermente più movimentato, profuma di anni settanta, pur mantenendo inalterata la cappa opprimente che grava sulla traccia. Cappa che viene rimossa dalla successiva “The Skeleton Key”, introdotta da una melodia più solenne ed ariosa ben supportata dal lavoro sottotraccia delle chitarre, spesso usate in “Chronicles…” come integrazione alla sezione ritmica per lasciare campo libero alle tastiere. L’andamento anthemico della canzone viene coronato da un intermezzo medievaleggiante che, dopo aver tributato i giusti onori a Branduardi e De André, apre la strada al breve ma sentito assolo prima di caricarsi di nuovo trionfalismo per il finale.
Gaze of the Scarecrow”, introdotta da una melodia sognante e compassata, sembra ripetere lo stesso scherzetto di “Suffering”, con un repentino cambio di registro dopo i primi secondi melodici: in realtà la traccia si rivela piuttosto composita, alternano momenti più mesti ad altri carichi di una teatralità così ostentata da ricordare certi musical o, per i più maturi tra di voi, alcuni melodrammi che giravano in televisione fino agli anni ’80. L’idea è interessante, ma questo approccio potrebbe non piacere a tutti, risultando in alcuni casi un po’ indigesto. Per fortuna, la parte finale della traccia si riappropria delle sue origini metalliche con un finale strumentale più movimentato che introduce il riff di “Dark Ride”, dall’incedere più classicamente doom. Anche qui diversi registri si fondono e si intrecciano, spaziando dalla corposità dell’heavy alla tracotanza esasperata di un certo epic (si veda ad esempio l’intermezzo narrato intorno al secondo minuto, francamente eccessivo) per poi tornare alla pesantezza del doom e di nuovo all’epic, con un finale corale che pone il suo sigillo su una delle tracce più riuscite, a mio modestissimo avviso, dell’album. “Checkmate in Red” torna, dopo un inizio sbarazzino, a snocciolare riff sulfurei ottimamente sorretti da tastiere-hammond che donano al tutto un profumo intrigante. Il brano gioca con tempi alternati, accostando ritmiche più cadenzate a brevi accelerazioni, mentre nella seconda metà si avverte una maggiore propensione alla solennità dell’heavy classico. Questa libertà si smorza irrimediabilmente col sopraggiungere di “To Live is To Grieve”, traccia finale che precipita di nuovo l’ascoltatore nel doom più canonico, lento e senza speranza, dominato da tempi lunghi e riff densi attraverso cui la voce di Antonio vaga avvilita, confrontandosi con la disperazione che minaccia di sopraffarlo. La speranza si affaccia poco prima del finale, smorzando la pesantezza del brano con una melodia quasi solare e salutando il ritorno di Antonio alla voce pulita (dopo le harsh vocals che avevano annerito la parte centrale del brano) con un epilogo meno oppressivo.

Com’è, dunque, questo “Chronicles of an Undead Hunter”? Non male, ma si poteva osare di più. L’album scorre abbastanza bene e ci sono alcuni spunti interessanti, ma durante tutto l’ascolto si aspetta sempre la zampata vincente che però, non arriva; il gruppo porta avanti la propria proposta in modo lineare e coerente, ma è anche vero che si muove sempre nell’acqua bassa giocando sul sicuro, evitando di rischiare troppo. Promossi in attesa del prossimo lavoro.

 
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