Recensione: Dark Arts of Sanguine Rituals

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I Thrashers Inkvisitor sono nati in Finlandia nel 2012 da un’idea di Jesse Kämäräinen e Lauri Huttunen. Completata la line-up, con altri tre musicisti, hanno iniziato a comporre le prime canzoni e ad esibirsi dal vivo. Nell’Aprile 2014 hanno pubblicato l’EP ‘Delirious Tales’, ma dopo pochi mesi hanno perso il bassista Petteri Huikkonen.

Nel 2015 hanno iniziato a registrare l’album d’esordio, utilizzando, come session man, la bassista Pekka Löhönen. Il Full-Length, dal titolo ‘Doctrine od Damnation’, viene dato alle stampe nell’agosto del 2015.

Da lì la formazione ha subito più di un cambiamento e si è assestata definitivamente dopo la pubblicazione del nuovo album ‘Dark Arts of Sanguine Rituals’, pubblicato autonomamente il 20 aprile 2018. Per cui nel disco suonano anche vecchi membri e session man.

Con il nuovo lavoro, l’intento del combo è quello di non fossilizzarsi sulle sonorità anni ’80, optando per una registrazione più dinamica e moderna, pur non mancando di rispetto alla vecchia scuola, come si sente soprattutto in alcuni riff.

L’album racconta una storia che prosegue di brano in brano, che parla del lavoro che svolge un detective per risolvere un misterioso omicidio, ritrovandosi però di fronte ad una macabra scelta.

Il sound è molto potente e la capacità dei musicisti permette loro di esplorare vari sentieri, trovando quel tocco di originalità ricercata. Molto feroce è la voce del cantante Markus Martinmäki, uno scream non troppo portato al limite che in alcuni casi, e per pochi momenti, scende improvvisamente verso il growl.

Ad onor del vero, questa caratteristica non è sempre positiva, perché a volte fa perdere ‘il filo’, a chi ascolta, soprattutto quando la sezione del brano è molto veloce.

Anzi, a dirla tutta, le tracce migliori sono quelle dove la velocità è più controllata e dove gli Inkvisitor non eccedono nel numero dei cambi di tempo.

Sulla sezione ritmica e sugli assoli, che tendono ad uscire dai soliti schemi Thrash, nulla da dire, ma si sa che in quella parte d’Europa la musica viene presa seriamente ed è difficile trovare musicisti mediocri dal punto di vista esecutivo.

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L’opera è composta da dieci brani, per la durata complessiva di poco più di quaranta minuti, più uno scherzo finale completamente inutile che non trova un riscontro in un album che, per quanto possa piacere o non piacere, è di contenuti seri.

L’inizio è affidato alla Title-track, ‘Dark Arts of Sanguine Rituals’, dall’inizio lento e cupo dato da una chitarra malvagia, che prende potenza con l’inserimento di una folle batteria. Poi il pezzo esplode e viaggia a velocità luce inferocendosi per poi trasformarsi in un  mid-tempo che porta all’assolo ed alla ripresa della velocità.

Segue ‘Second Sacrament’, dove la velocità furente s’interpone al tempo medio. Una narrazione oscura mette ansia prima dell’assolo. Il brano tende un po’ all’esagerazione ma non è male.

La terza traccia è ‘A Shadow Suspended by Dust’, dalla potenza marziale, scatenata dal tempo medio che viene mantenuto anche durante le strofe ed i refrain pur senza che queste perdano ferocia. Poi si diffonde un senso di malvagità profonda che conduce ad un’accelerazione del pezzo che porta all’assolo ed alla ripresa. 

The Confession’ è un buon Thrash and Roll; peccato che il cantante in alcuni punti esagera senza che ciò sia necessario.

Mindslaver’ sfrutta una velocità media ed unisce il passato al presente; è anch’essa un buon pezzo, con un grande assolo ma nuovamente con il solo eccesso della voce.

Necromancy Cascade’ segna il passaggio alla seconda metà del disco. Inizia con un arpeggio tenebroso che porta ad una sezione lenta ma sinistra, con strofe lente cantate a più voci. In questo caso il cantante non esagera e fa un buon lavoro. Poi il pezzo gioca tra accelerazioni e rallentamenti tornando sui soliti canoni.

Paradigm Shift’ ha un tiro molto forte mentre ‘War Is Path to Victory’ ha un riff che taglia come un rasoio che precede urla terrificanti. Entrambe non sono male ma soffrono dei difetti spiegati più sopra.

The Revenant (Redeemer)’ ha un inizio marziale accompagnato da una chitarra orientaleggiante che si trasforma in un assolo da brivido. Poi accelera e si ritorna ai soliti schemi che includono rallentamenti e tempi medi di buona fattura. 

Conclude la malvagia ‘Quagmire Twilight (Deleted Scene)’ con strofe cupe, maledette e potenti.

Tirando le somme, un album con molti pregi ma anche dei difetti che un po’ lo sviliscono.

Tra i primi senz’altro la ricerca di originalità senza uscire dal genere, l’utilizzo di atmosfere cupe e sinistre, che fanno addentrare l’ascoltatore nella storia noir del concept e la grande qualità dei musicisti.

Tra i difetti un uso della voce urlata molte volte esagerato ed una troppa articolazione di alcuni pezzi.

Tutte cose che si possono migliorare, soprattutto se si pensa che gli Inkvisitor, anche se hanno già inciso, sono di fatto una band nuova che sta evolvendo.

Giudizio sufficiente ed aspettiamo il prossimo lavoro. 

 
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