Recensione: Dark Harvest

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Il "Dark Harvest Commando" è il nome di un gruppo di microbiologi appartenenti a due diverse università scozzesi che, nel 1981, decontaminò l'Isola di Gruinard, un sito utilizzato dall'esercito inglese durante la II Guerra Mondiale per la sperimentazione di armi batteriologiche (bacillus anthracis).

Partendo da quest'affascinante quanto misconosciuto e misterioso episodio, i deathster canadesi Hammerdrone costruiscono il tema portante del loro secondo full-length, un concept, quindi, intitolato per l'appunto "Dark Harvest", che segue a distanza di tre anni "Clone of Europa", il debut-album.

Death melodico, per la precisione, ispirato ai modelli nordeuropei ma, sin da subito ('Karakoram'), alimentato da una dose di energia non comune. Potente, molto potente. Gli Hammerdrone sono perfettamente padroni di ciò che suonano. Mentre "Dark Harvest" è realizzato in maniera del tutto professionale, partendo dalla colorata e cinematografica copertina. Il che accresce il senso di disagio e frustrazione nel notare che i Nostri facciano tutto da sé. Senza alcuna appoggio esterno, cioè. Una situazione piuttosto classica, purtroppo, nella quale ci sono ensemble inguardabili in possesso di un contratto discografico, ed ensemble di alto livello tecnico/artistico, come gli Hammerdrone, appunto, che sono costretti ad arrangiarsi da soli. Alla faccia della meritocrazia.

Con 'Ancestral Weight' la formazione di Calgary alza il tiro dell'artiglieria e comincia a far sentire lo sconquasso dei blast-beats. Lo stile è quello, il melodic death metal, e da lì non ci si muove, nemmeno quando l'atmosfera si fa davvero incandescente ('The Wasting Throne'). Merito fondamentalmente delle chitarre, impegnate a scolpire riff poderosi ma anche a ricamare soli di pregevole fattura. La title-track si erge maestosa come un pilastro di roccia in mezzo all'oceano. E, con essa, la peculiarità principale del quintetto dell'Alberta: la sapiente unione fra toni cupi, tetri; la ruvidità delle ritmiche e la bellezza dei guitar-solo. Il che delinea senza dubbi e/o indecisioni di sorta uno stile classico ma sufficientemente personale. Sicuramente ben formato e quindi adulto, maturo. 'Black Bison' è esemplificativa di un'innata attitudine a scrivere song di durata superiore alla media. Evidentemente, gli Hammerdrone amano cercare, dentro alle cose, non fermandosi quindi alla mera esteriorità, alla superficie. Questo spiega, chissà, quell'umore buio di cui si è scritto più su, che emerge con costanza, nelle tracce del disco, sebbene la presenza di eleganti melodie tenda ad alleggerire il peso di una sofferenza invece incomprensibile.

Ma a Calgary, si sa, fa freddo, molto freddo, e le giornate, d'inverno, sono corte, molto corte.

La rabbiosa ferocia della già citata 'The Wasting Throne', song affrontata con piglio deciso, quasi black, accresce il senso d'inquietudine che attraversa, come una scarica elettrica, la musica degli Hammerdrone. Forse più che il freddo meteorologico a venire a galla è il peso della sempiterna minaccia della guerra batteriologica, le cui armi, micidiali, letali, sono invisibili all'occhio umano. Ancor di più, la triste consapevolezza che, quando occorre uccidere in massa, l'Uomo non si fa scrupolo di scatenare spaventose epidemie (antrace o carbonchio, in questo caso).

Una malinconia invincibile che si propaga ovunque, prendendo per mano i delicati accordi della strumentale 'Harvest the Void', stupenda ballata del vuoto, per issarli in alto, ove splende il sole. E, questo struggersi, questa nostalgia, quest'amarezza, è il vero valore aggiunto di "Dark Harvest".

Si sveglino le case discografiche.

Daniele "dani66" D'Adamo

 
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