Recensione: Demanufacture

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Ci troviamo a metà anni novanta, un periodo segnato da cambiamenti all'interno del panorama metal estremo. Il death, fino ad allora molto in voga, iniziava a perdere colpi, e il thrash vedeva le sue principali band in declino. In questo periodo iniziava a diffondersi anche un nuovo modo di intendere la musica thrash/death, grazie tra l'altro a lavori di gruppi come Pantera e Sepultura (Chaos AD) che pubblicarono infatti dischi di difficile catalogazione. Gli americani Fear Factory rientravano in questa corrente e, dopo aver pubblicato un disco d'esordio con ancora forti influenze Death/Thrash, ma con al suo interno degli elementi differenti, come l' uso di tastiere elettroniche, samples e sonorità "futuristiche", pubblicano il loro masterpiece Demanufacture. Il disco ebbe un ottimo successo, le influenze al suo interno erano molteplici e come detto il genere di difficile catalogazione, in molti parlavano di Industrial Metal, Techno Thrash, ma forse l' etichetta che venne creata può far capire meglio il tipo di proposta: Cyber Metal, anche se tanti, giustamente, affibiano la "creazione" del genere ai canadesi Voivod. Per la produzione del disco venne campionato il souno delle allora diffuse macchine da scrivere elettroniche per la creazione del suono della doppia cassa (molto caratteristica e presente nel disco), tastiere elettroniche, campionamenti, rumori di fondo e riff sparati a mitraglia crearono un' atmosfera futuristica e "fantascientifica" da "fabbrica della paura". Tra l' altro una forte influenza nella creazione del concept (i testi riguardano la lotta tra uomo e macchina/robot) ebbe il famoso film Blade Runner. Il disco inizia con Demanufacture, la title-track appunto, la quale diventerà il loro cavallo di battaglia. Si sentono dei rumori "industriali" di fondo fino a quando una potentissima doppia cassa introduce un riff pesante come un macigno, cattivissimo e meccanico. La voce del carismatico Burton C.Bell inizia pulita, ma dopo la prima strofa esplode un micidiale e distruttivo growl, che porterà al famoso ritornello urlato da tutti i fans nei concerti: I' ve got no more goddamn regrets / Iì ve got no more goddamn respect Il robusto chitarrista Dino Cazares, macina riff massacranti anche nella seconda traccia Self Bias Resistor, lo spazio per la melodia è poco, il sudore inizia a fondersi col metallo sprigionato, e il ritornello in clean vocals ricrea visioni futuristiche e apocalittiche. La terza traccia Zero Signal rimane su queste coordinate, il songwriting è sempre a ottimi livelli. Troviamo ora Replica, brano più tranquillo ed orecchiabile, che diventerà anche un videoclip di successo, le voci di Burton la fanno qui da padrone. Con la successiva traccia, New Breed, le cose cambiano, e cambiano inaspettatamente, tanto da far storcere il naso ai più conservatori del nostro genere, abbiamo infatti, un vero e proprio brano Techno/Metal! La ritmica assume la classica battuta di tanti "pezzi" da discoteca, ma vi garantisco che le chitarre e la voce, rimangono sempre potenti e bastarde. Dog Day Sunrise, è un pezzo decisamente easy e melodico, forse il meno riuscito del cd (si tratta tra l'altro di una cover di una industrial band), ma pur sempre piacevole; con la seguente Body Hammer però, si ricomincia a fare sul serio. Il brano è uno dei più belli del disco, la ritmica è più lenta e lineare rispetto alle prime brutali tracce, ma il groove da esso sprigionato è notevole. Si sente il rumore di uno scalpello che scandisce i battiti del rullante; il suono triggerato della doppia cassa è devastante come pure il riff e il ritornello, non si può che agitare la testa ascoltandolo. Le successive Flashpoint, H-K ( Hunter-Killer ) e Pisschrist, riprendono alla grande il discorso delle prime tre tracce, quindi ritmiche variegate, riff macinasassi, vocalizzi estremi e suoni che sembrano provenire da un futuro dominato dalla tecnologia. Il disco si conclude con la lunghissima A Therapy For Pain, dove le chitarre sfiorano le il doom più oscuro, le tastiere sinfoniche e la voce pulita descrivono uno scenario di desolazione post apocalittica, successivo alla distruzione che solo una guerra può purtroppo creare. In conclusione, un disco che ha fatto storia e contribuito fortemente a diffondere un genere, con pezzi decisamente ispirati e variegati, oltre che davvero devastante. In attesa che il gruppo torni a pubblicare dischi (si è infatti sciolto e riformato con alcuni cambi di line-up di recente), consiglio l' acquisto di questo grande classico.
 
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