Recensione: Demons of the AstroWaste

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Gli Unleash the Archers sono un quartetto originario di Vancouver, Canada, dedito ad un U.S. heavy power molto classico con echi maideniani ed incursioni death, forti della grintosissima voce femminile della frontwoman Brittney Slayes (intervistata di recente da Truemetal). Il loro ultimo lavoro, al momento in cui scrivo, è uscito nel 2017 per Napalm Records, e risponde al nome di “Apex”. Si tratta del quarto disco in carriera per i canadesi, che gli ha permesso di raggiungere per la prima volta l’Italia, di spalla a Rhapsody of Fire ed Orden Ogan, alla fine dello scorso anno. Un disco che nonostante qualche peccato di gioventù superava di gran lunga le indecisioni del predecessore, evidenziando la maturità di questa band giovane ma anche molto affermata per gli standard odierni, con diversi milioni di visualizzazioni su Youtube decisamente meritate, vista la grande energia che riescono a portare sul palco con la loro musica epica ed arrembante.

Un incontro casuale
Il mio rapporto con “Demons of the AstroWaste” (2011), secondogenito del combo di Vancouver, inizia proprio al termine della data bolognese del tour (live report). L’incontro, come spesso accade, avviene al banco del merchandising, dopo aver scambiato due parole con la band tra un’esibizione e l’altra. Pur avendo adorato “Apex” ed ascoltato qualche volta “Time Stands Still” senza grossi sussulti, nutrivo parecchia curiosità nei confronti del disco di “General of the Dark Army”, secondo classificato tra i video su Youtube della band con quasi 4 milioni di visualizzazioni (nonostante la recitazione dei personaggi lasci parecchio a desiderare…), brano suonato peraltro dal vivo con un’ottima risposta da parte del pubblico. Non ho dunque esitato a fare mio il disco.

In auto
Inserito il CD, pronto per il viaggio di ritorno, sicuramente complice l’emozione che ben conosciamo quando rientriamo dopo un bel concerto, tanto più che la prova dei canadesi è stata ottima, l’ascolto è quasi folgorante. “Demons of the AstroWaste” è un lavoro diretto, tamarro al punto giusto (quindi molto), senza gli estremi prolissi e spesso fuori luogo da wannabe famous del successore “Time Stands Still” (2015). Un album da apprezzare anche nei suoi difetti e nelle piccole ingenuità, dopo le indecisioni del debut “Behold the Devastation” (che però avrei ascoltato solo più avanti), che riesce ad individuare le melodie giuste che esaltano la voce grintosa di Brittney Slayes - all’epoca semplicemente Hayes sul libretto - in una successione di episodi che si alternano senza cali di tensione significativi. Il tutto in un contesto sci-fi abbastanza caotico, ma che ispira il: “che me ne frega della trama, andiamo subito a spaccare cervelli!”.
L’impatto con l’opener “Dawn of Ages” è di quelli giusti che ti fanno scapocciare fin da subito, con gli apprezzamenti che aumentano esponenzialmente una volta scoperto il suo video nerdissimo. Bene anche “Realm of Tomorrow”, che non fa prigionieri prima della già citata “General of the Dark Army”. Niente di nuovo, certo, neppure per il 2011, ma il brano fa il suo dovere, anche grazie all’apporto del growl che ben si amalgama tra sezioni più melodiche ed altre più serrate, con gli “oooh” messi lì per conquistare le prime file dei concerti. Furbo, il nostro generale! 
Ancora brani molto tirati come “Daughters of Winterstone” e “Despair” mantengono alti i livelli di adrenalina. Bello anche il dialogo serrato tra coro e growl di “Battle in the Shadow (of the Mountain)” (ma sì, andiamo di cliché!), in calo invece il quasi-mid-tempo “The Outlander”, che ricorda un po’ le ballate dei DragonForce parzialmente rovinate dalla batteria che non riesce a prendersi una pausa caffè. Chiusura un po’ più prolissa, con la diretta “City of Iron” che fa da preludio ad episodi più progressivi, nello spannung della narrazione che porta alla conclusione della vicenda astro-spaziale. In bilico tra power metal e death (accade spesso negli USA) il dialogo tra voce maschile e femminile si fa più serrato mentre la guardia galattica cade, fino al vuoto cosmico di un pezzo atipico e destrutturato come “Astral Annihilation”. In chiusura “Ripping Through Time” ci teletrasporta attraverso gli eoni tra supersimmetrie e salti quantici, tanto che il “where am I?” che chiude il disco ci riporta a quella sensazione di spaesamento al termine di un giro sulle montagne russe. 

A casa (diversi mesi più tardi…)
È passato parecchio tempo dal live di Bologna ed ascolto ancora spesso e volentieri Demons of the AstroWaste degli Unleash the Archers. Nel mondo ipersaturo di dischi nel quale viviamo mi sembra già una buona chiusura per una recensione. Ci sono i laser, le tamarrate galattiche, i riffoni e tanta potenza di fuoco, con tanta genuinità da perdonare ai ragazzi qualche ingenuità in fase compositiva. La Slayes è indubbiamente un valore in sé, del quale la band sembra aver preso coscienza proprio da questo disco. Il successo riscosso su Youtube dai canadesi con dei video da milioni di visualizzazioni sempre molto curati non può lasciare indifferenti, così come la carismatica prova sul palco degli Unleash the Archers, che ci aspettiamo di rivedere presto sul suolo italiano: insomma, dietro lo schermo c’è una band vera e propria che spappola cervelli on the road senza basi registrate ed orpelli di sorta. Scatenate gli astro-arcieri!

Luca “Montsteen” Montini
 

 

 
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