Recensione: Earthrage

Di Fabio Vellata - 22 Marzo 2018 - 0:01
Earthrage
Band: W.E.T.
Etichetta:
Genere: AOR 
Anno: 2018
Nazione:
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90

Terzo capitolo, terzo successo senza riserve per quello che era partito come uno dei tanti progetti estemporanei elaborati da alcuni elementi di spicco della scena hard rock (peraltro ingaggiati ed assemblati appositamente dalla casa discografica), come molto spesso abbiamo visto concretizzarsi negli ultimi anni. 
Un side project potenzialmente “fortuito” – pur se di grande qualità sostanziale –  che si è però poi saputo evolvere in qualcosa più di un mero divertissement destinato ad un semplice acuto o poco altro.

W.e.t., un acronimo che, giova ricordarlo, vuol rappresentare le tre band da cui provengono i protagonisti: Robert Sall, (la “W” dei Work of Art),  Erik Mårtensson (la “E” degli Eclipse” e Jeff Scott Soto (la “T” dei Talisman), unione di talenti straordinari per un una serie di album altrettanto notevoli.
Il terzo full length, edito ancora una volta per Frontiers Music, promette però di essere un ulteriore step in avanti rispetto ai già eccellenti esiti maturati in precedenza.
Questa volta siamo, in effetti, dalle parti dell’empireo: tanto vale dirlo subito ed evitare particolari ed inutili suspance. 
La mistura di Hard Rock ed AOR ispessita da melodie immediate, giochi di chitarra costruiti con gusto ed atmosfere gagliardamente eleganti, unite a quella che – a pieno titolo – può ad oggi essere considerata la voce più bella dell’universo rock, definiscono i contorni di un disco a tratti sublime, cui bastano un paio di semplici ascolti per conquistare e non essere più abbandonato.

Stiamo esagerando?
Intimamente siamo convinti di no. Ed il perché è presto detto: troppo spesso, data la quantità immane di musica che si è soliti ascoltare in questo scorcio di nuovo millennio, può accadere di sentirsi un po’ assuefatti, smarrendo per qualche tratto la possibilità di emozionarsi.
Il “bello” è sempre tale, s’intenda, e la capacità critica di chi ha un minimo d’esperienza permette sempre di rintracciarne le impronte qualora capiti di sbatterci contro. Ma l’emozione pura, quella allo stato “brado” e “primitivo”, che assale e trasmette il brivido capace di cambiare le sensazioni di una giornata, di rendere piacevole un contesto banale, di dar tono ad un momento di torpore, ecco, quella è parecchio più rara e rimane, talora, stritolata nella routine dei mille ascolti a mille cose diverse.
Si prova solo di tanto in tanto. Magari in un momento di particolare predisposizione personale, o per via di caratteristiche peculiari delle note, inconsapevolmente affini a quelli che sono i motivi del proprio animo. Ed arriva per lo più inaspettata. 
Un segnale inequivocabile sparato negli occhi come un neon abbagliante, che solletica la fantasia, rivelando la reale superiorità di quanto è capitato sotto la lente ottica del proprio lettore.

Divagazioni. 
Parole in libertà sugli effetti che possono derivare dall’imbattersi in un album che si riveli in grado di andare oltre il semplice, piacevole ascolto. Fatto sta che, come non accadeva da un po’, questo “Earthrage” dei W.E.T. ci ha, una volta tanto, emozionato per davvero. Complici forse le atmosfere cariche di charme, mai sguaiate ed in costante ricerca dell’equilibrio tra forza virile ed eleganza romantica. Conseguenza magari di suoni che sanno scivolare dalle sfumature evocative dell’AOR alla grinta dirompente dell’hard rock di raffinata concezione. O più probabilmente merito della straordinaria, irragionevole bravura di tutti i soggetti coinvolti (artisti stellari, songwriters superiori e musicisti assoluti), protagonisti di un album che, di botto e d’improvviso, tenta di osservare da vicino i grandi Strangeways, i Giant, gli Storm, i Journey, i Foreigner, i Magnum, i Survivor, senza tuttavia incorrere in alcun tipo di plagio od incappare in qualche mezzuccio dettato da eccessivo citazionismo e derivazione.
La personalità c’è tutta ed è bella forte, “spessa”, tangibile.
Altrimenti non sarebbe in nessun modo possibile tentare l’accostamento con alcuni dei grandissimi che hanno codificato, nel tempo, i canoni massimi dell’AOR, scolpendo una ipotetica “hall of fame” cui – prima o poi – avranno diritto d’appartenenza anche i W.E.T..

Null’altro da aggiungere. Anzi, forse ci siamo pure dilungati sin troppo. Non servirebbe granché elencare canzoni, specificarne una meglio di un’altra o descrivere i dettagli di brani che, dopo tutto, devono essere “vissuti” e fatti “propri” al di la di mille parole.
Le emozioni valgono più di tanti sproloqui.

Insomma… possiamo definirlo un 2018 di grandi prospettive se, già nel mese di marzo, capita d’incappare in uno dei pezzi forti in termini assoluti dell’intera annata. Un disco che se appassionati del genere, meriterebbe l’acquisto in formato originale, fosse anche l’unico da procurarsi quest’anno.

Tocca prenderne atto: con i W.E.T. si può sempre sognare ad occhi aperti.

 

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