Recensione: Endless Forms Most Beautiful

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Delle caleidoscopiche sfaccettature del controverso “Endless Forms Most Beautiful”, ultimo disco dei finlandesi Nightwish, si era già parlato fin troppo ben prima dell’uscita del disco. Tanto che ogni lettera di caleidoscopiche nella frase precedente porta ad un video-diario commerciale del making-of. Poi ci sono state le polemiche sui social per il leak del singolo “Elàn”, ma (neppure troppo) curiosamente non ce ne sono state per il leak dell’intero album. Le premesse per l’ennesimo capolavoro c’erano tutte: sia alla luce dell’ottimo “The Life and Times of Scrooge” (2013), primo lavoro solista del tastierista e mastermind Tuomas Holopainen ispirato alla saga di Paperone, scritta da Don Rosa; che della buona resa dei neoentrati Floor Jansen (voce) e Troy Donockley (polistrumentista) nel live al registrato al WackenShowtime, Storytime” (2013). Se a ciò aggiungiamo che il precedente “Imaginaerum” (2011) è stato un riuscitissimo inno orchestrale all’immaginazione ed alla fantasia, l’hype per mettere le mani su questo nuovo “inno alla scienza” si era fatto davvero incalcolabile. 
Non è facile trasformare la scienza in arte, o far parlare l’arte nel linguaggio della scienza. Sono due forme molto diverse, anche se i punti in comune sono numerosi. Ci si è provato molte volte e con risultati altalenanti: dalla vittoria della ragione sull’oscurantismo del “Ballo Excelsior” di fine ‘800 al teatro epico di Brecht nella sua estetica della società scientifica, fino ad alcuni episodi nel metal tipo “Heliocentric” (2010) ed “Antropocentric” (2010) dei The Ocean o “Eppur Si Muove” (2004) degli Haggard. Potrei stilare una lunga lista e non limitarmi ad esempi, ma durerebbe più di ventiquattro minuti – quindi mi fermo qui.
Mossa commerciale o meno, la presenza di Richard Dawkins, celebre divulgatore scientifico, biologo (ed esponente del 'nuovo ateismo') britannico, come narratore nel disco (di sé stesso e di Darwin), è stata un’idea molto brillante. Considerata la guerra ancora aperta tra creazionisti ed evoluzionisti in molti paesi del mondo, e noti i dibattiti sul valore epistemologico della teoria dell’evoluzione (che nel frattempo ha assunto diverse forme e modelli, spesso lontani dalle stesse formulazioni di Darwin), c’era l’occasione di scrivere una bella pagina artistica per una teoria che ancora sembra non aver detto tutto. Ma come sempre, dopo le lunghe premesse e le chiacchiere introduttive, tocca alla musica con la sua luce ad irradiare le tenebre dell’oscurantismo. I Nightwish saranno riusciti nell’impresa, con un carico tanto voluminoso alle spalle?


The deepest solace lies in understanding,
This ancient unseen stream,
A shudder before the beautiful

 

Il disco si apre come dovrebbe aprirsi un capolavoro. Citazione di Dawkins, cori ed attacco pesante (curiosamente molto simile a “Storytime” e “Master Passion Greed” degli ultimi due album); le orchestrazioni bombastiche di “Shudder Before the Beautiful” sono quelle dei Nightwish che abbiamo imparato ad ascoltare negli ultimi 15 anni, nel bene e nel male. Floor è stupenda nella melodia e nel ritornello, le chitarre restano sulle frequenze basse coi power chord durante il cantato. Un po’ anonima la batteria, ma c’è il duello “chitarra vs tastiera” che fa molto power. Piena soddisfazione al termine dei sei minuti e mezzo con l’ultimo, soave grido della Jansen che si staglia sui cori: ma dopo il brivido attendiamo la bellezza.
Scritta principalmente da Marco Hietala, la pesate “Weak Fantasy” apre con di nuovo con cori che avremmo potuto sentire in “Once” (2004), seguita da una strofa dal plettrato acustico abbastanza atipico, che esplode in un ritornello aggressivo. Azzeccato ancora l’intermezzo acustico e la succesdiva staffetta tra Marco (in crescendo) e Floor (in calando) prima dell’ultimo ritornello.
Il concetto “élan vital”, presente in molte teorie spiritualistiche, parapsicologiche e religiose, è stato sviluppato da Henri Bergson nel suo libro “Evoluzione creativa”. Lo ‘slancio vitale’ rimanda di nuovo ad una forza innata verso la vita, così come nel video del singolo “Élan” – e lo fa nel nostro brano con una melodia fresca, soave e radiofonica, come siamo abituati a sentire dai singoli, commerciali ed easy-listening, dei Nightwish. Compare finalmente anche la componente folk apportata dal buon Troy, che assieme al pianoforte ribadiscono la melodia portante.
Qualcuno fermi quel riff! In versione alternativa e perfettamente sovrapponibile a quello di “Dark Chest of Wonders” apre “Yours is an Empty Hope”. Bella la strofa, ma clamorosamente mancato il ritornello, che richiama a robaccia tipo “Master Passion Greed”: la cattiveria c’è, ma è seguita da quella spocchiosa nenia che infastidisce all’ascolto. Il mid-tempo prosegue tra voci lontane e tastiere a riempire i vuoti di un pezzo decisamente da dimenticare: anche il gridato di Floor qui è inascoltabile. Skip.
Di nuovo una citazione molto palese: le voci bianche in apertura di “Our Decades in the Sun” sono le medesime della bellissima “A Lifetime of Adventures”, peraltro singolo del già citato lavoro su Paperone. La power ballad vanta un’interpretazione magistrale della Jansen e di un buon comparto di cori. Interessante la parte centrale, quasi ambient, a richiamare le emozioni ancestrali nel rapporto tra genitori e figli.
Molto piacevole “My Walden”, pezzo non lineare dai sapori e dalle atmosfere folk, di nuovo con un ritornello quasi danzato ed orecchiabile; in questo sono lasciati ampi spazi ai flauti ed alle cornamuse di Troy in un simpatico siparietto nordico.
Titletrack di nuovo di metal melodico, purtroppo molto debole nella struttura e nelle melodie; se il senso è quello di celebrare le varietà della delle forme di vita, “Endless Forms Most Beautiful” è un calderone di cori già sentiti e riff senza presa. Non basta il ritornello per salvare il pezzo. Evitabile.
Edema Ruh” trae ispirazione da “Il nome del vento”, primo libro della trilogia Le Cronache dell'Assassino del Re di Patrick Rothfuss. In questo libro il protagonista Kvothe appartiene ad una famiglia di Edema Ruh, artisti erranti nei quali pare si riconoscano anche i Nightwish. Il pezzo è di nuovo un potenziale singolo come “Élan”, dalla melodia facile facile, ancora più delicata e dolce. Troviamo finalmente un assolo di chitarra un po’ hard rock, seguito dalla cornamusa e dal coro maschile, prima del ritornello finale. Gradevole.
Ancora un buon pezzo, “Alpenglow”, dedicato al fenomeno dell’enrosadira, tipico colore rossastro che assumono le montagne ed il cielo circostante all’alba ed al tramonto. Ottimo il tiro, bello l’assolo incrociato di chitarra e flauto.
The Eyes of Sharbat Gula” è ispirata da una famosissima foto del fotoreporter americano Steve McCurry (protagonista di una mostra a Perugia fino a qualche mese fa n.d.M.); un brano strumentale che ricorda la foto della giovane ragazza afghana dai grandi occhi, con le sue melodie orientali e le voci bianche. Un pezzo che sarebbe potuto star bene come intermezzo in un potenziale nuovo disco solista di Tuomas, ma che qui finisce solo per spostare ulteriormente il baricentro del disco verso la parte finale, prima della portata principale: “The Greatest Show on Earth”.
 

After sleeping through a hundred million centuries
We have finally opened our eyes on a sumptuous planet
Sparkling with color, bountiful with life
Within decades we must close our eyes again
Isn't it a noble, an enlightened way of spending our brief time
In the sun, to work at understanding the universe
And how we have come to wake up in it?

 

Come un lentissimo risveglio, la suite ci conduce attraverso quattro minuti di pianoforte, cori, splendida voce lirica (!) della Jansen e cornamuse, all’origine del nostro pianeta: 4,5 miliardi di anni fa. Il tempo accelera, sempre con la melodia portante che crea il giusto senso di dispersione e straniamento: segue la nascita della vita nella sua forma cosmica e primordiale: “Enter LUCA” – il last universal common ancestor. Arriviamo al ritornello, ed ecco la vita: “Enter life”. Ad undici minuti entrano in scena gli animali, in intermezzo coi loro versi per circa un minuto. Discreto è il senso di imbarazzo, ma poi arrivano le chitarre elettriche che risolvono la questione con un intervento di Marco. Lucy. L’uomo. La Ionia. I pensieri e la poesia, ma anche la guerra e l’autodistruzione. Poi la musica, i canti tribali, il flauto, il violino, il clavicembalo e la musica elettronica che precede la nuova strofa, che si conclude con un meraviglioso “We were Here” corale, dove ricompare il tema di pianoforte sentito in apertura. Poi un’esplosione. Il pezzo, per certi versi, finisce qui, a diciassette minuti, seguito da parti strumentali e narrazioni di Dawkins. Gli ultimi due minuti, tra rumori di fondo e versi di delfini, sono completamente inutili – ma sono facili da skippare. Lo show è terminato: ora non ci resta che amarlo o odiarlo. Nel dubbio, consiglio di ascoltarlo più volte: spesso nell'età contemporanea il desiderio di immediatezza ci porta a formulare i giudizi più ingenui. Del resto, anche la skippabilissima Song of Myself” del predecessore si è rivelato un ottimo brano in sede live, emendato di narrazioni e parti pleonastiche all'ascolto più diretto. Secondo me c'è del buono...

 

We are going to die, and that makes us the lucky ones
Most people are never going to die because
They are never going to be born
The potential people who could have been
Here in my place but who will in fact never see
The light of day outnumber the sand grains of Sahara
Certainly those unborn ghosts include
Greater poets than Keats, scientists greater than Newton

We know this because the set of possible people
Allowed by our DNA so massively exceeds the set
Of actual people. In the teeth of those stupefying
Odds it is you and I, in our ordinariness, that are here
We privileged few, who won the lottery of birth against all odds
How dare we whine at our inevitable return to that prior
State from which the vast majority have never stirred?


Eccoci dinanzi ad un’imprevedibile chiave di lettura dell’intero album: mistero risolto? Le numerose (auto)citazioni disseminate nei testi e soprattutto nelle melodie di “Endless Forms Most Beautiful” non sono altro che forme possibili, riletture ed espressioni alternative dello stesso codice genetico alle quali Holopainen ha provato a dar vita – e pare esserci riuscito, dal momento in cui tutti sembriamo sentire con chiarezza gli echi dei dischi precedenti. Se l'autocitazionismo fosse, in un certo senso, voluto

Valutare questo disco non è facile come si vorrebbe far credere. Il punto è che le idee potenziali ci sono tutte per un disco “più poetico di Keats o più scientifico di Newton”. Ma esattamente come già accaduto in “Dark Passion Play” (2007), alcune idee sono realizzate appieno, altre sono molto deboli e fiacche. Lo stesso concept è stato definito da Tuomas come un “concept debole”, infatti alcune cose rientrano, altre non c’entrano un tubo né con l’evoluzione né con la meraviglia della vita, il che lascia facilmente ipotizzare che si sia fatto il passo più lungo della gamba. Un po’ come la cover del disco: la struttura è affascinate e complessa, ma manca il colore ad accenderla e darle fisicità. Il genio astrale di Holopainen andrebbe periodicamente riportato coi piedi per terra, cosa sempre più difficile in una band in cui il padre-padrone sembra ormai regnare incontrastato, unica voce di una band sempre più Tuomascentrica.
Manca poi quell’equilibrio inarrivabile che ti aspetti in un disco tra la durezza del metal e le sezioni più melodiche ed orchestrali: chi cerca del metallo pesante rimarrà certamente deluso, chi invece adora la musica in tutte le sue 'infinite forme', non mancherà di apprezzare buona parte del lavoro. Laddove il talento vocale di Floor Jansen la porta ad un’esecuzione magistrale su tutti i pezzi, a livello di songwriting si sente che la voce vera della band è proprio Tuomas: le sue orchestrazioni “cantano” molto più della Jansen e con stili variopinti, mentre all’olandese non sono consentite virate verso l’operistico o verso il cantato più aggressivo. Un vero peccato. La stessa chitarra di Emppu Vuorinen, da sempre simbolo della band coi suoi riffoni e con qualche assolo power, qui viene assolutamente ridimensionata, tanto che delle cinque chitarre incise in “Imaginaerum” qui ne abbiamo solo due. Penso che ricorderemo questo “Endless Forms Most Beautiful” come un capolavoro incompiuto, rimasto per metà nel mondo delle idee, così come la sua valutazione a posteriori.
La verità è che la musica, nella sua appercezione estetica, non è evoluzione: non è prendere la catena di DNA dei predecessori e mutarlo, in maniera più o meno casuale, e ripresentarlo in una nuova forma. La musica è rivoluzione: prendere il passato e farlo a pezzi per creare qualcosa di assolutamente nuovo, meraviglioso e sorprendente – e questo è ciò che davvero manca al comunque piacevole “Endless Forms Most Beautiful”. 
 

A beginning endless forms most beautiful
And most wonderful have been, and are being, evolved…

 

Luca “Montsteen” Montini


p.s.Il disco qui recensito è stato oggetto del Pesce d'Aprile 2015 di Truemetal.it: potete leggere il testo della recensione fake a questo indirizzo. Sono certo che in molti tra voi lo preferiranno alla recensione qui presente. I commenti sottostanti più "radicali" possono quindi riferirsi alla recensione burla precedentemente pubblicata in questa pagina.

 
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