Recensione: Fulìsche

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Nel panorama metal italiano ci sono artisti che scelgono di mettere a nudo il loro mondo facendo uso della lingua e cultura tipiche. Fra questi, ci sono i siciliani Inchiuvatu, il napoletano Scuorn, i bergamaschi Folkstone ed i presenti Kanseil. I sette di Fregona (TV) hanno scelto di comporre in veneto, cimbro, italiano e friulano, idiomi integrati nella musica con uno studio attento nel contesto di ogni canzone. A ciò si aggiunge un continuo e grande lavoro di ricerca che si riflette sia nelle liriche (dotate di una poesia colta ed ermetica) che nella musica. Il loro folk metal reinventa e modernizza la tradizione locale con le influenze più disparate, avvalendosi anche di vari strumenti tradizionali quali kantele, bouzouki, cornamuse, rauschpfeife e flauti.

Dopo il validissimo esordio “Doin Earde” (2015) i veneti tornano con un nuovo lavoro, “Fulìsche”. Dal punto di vista musicale il gruppo ha consolidato lo stile del disco precedente, fatto di un personale mix di folk metal dal sentore centro/nordeuropeo, slavo e Folkstoneiano, ma inserendovi delle novità. Le nuove canzoni hanno un piglio generalmente più diretto e melodico, unito ad una maggior alternanza tra passaggi elettrici e passaggi acustici di ispirazione post metal, avantgarde e neo-folk. Questo nuovo sound pare collegarsi un po’ al significato ed al concetto del nome stesso dell’album, ovvero le "faville”, qui intese sia come lato effimero e prezioso della memoria sia come lato distruttore del fuoco da cui esse sono generate. In questo senso la focosa vorticosità di “Pojat” riflette ottimamente la pericolosità e le difficoltà del lavoro del carbonaro mentre le sonorità acustiche paiono disegnare ed enfatizzare l’eterea minacciosità del fumo che esce dalla carbonaia

“…scure łe neole sora ła val pian el foc se ga magnà vite perse int’ el pojàt/scure sono le nebbie sopra la valle, pian piano il fuoco si è preso (le) vite perse (lavorando) nella carbonaia”.

Ne “Il Lungo Viaggio” le sonorità acustiche sembrano invece rappresentare la speranza ma anche il disperdersi nel mondo dei veneti (e non solo loro) che nelle prime decadi del ventesimo secolo lasciarono i loro paesi alla ricerca di un futuro migliore. L’epicità elettrica del brano rende adeguatamente il tormento e la voglia di riscattarsi dell’individuo, diviso a sua volta tra enormi dubbi per la partenza ed un ottimismo entusiasta.

In “Orcolat” la componente elettrica e la batteria sono perlopiù volte a creare la furia terremotante e distruttiva del passo dell’orco protagonista della leggenda di Amariana ed Orcolat. Egli, secondo la leggenda fu rinchiuso nel monte San Simeone, considerato l’epicentro dell’immane terremoto del Friuli del 1976. La componente acustica invece esprime la profonda disperazione di Amariana che per evitare di diventare sposa dell’Orcolat fu trasformata dalla Regina dei Ghiacci nell’omonimo monte. A livello musicale e poetico la desolante devastazione spirituale e fisica è resa in modo estremamente efficace e commovente. “Orcolat” in un certo senso è un po’ la “Vajont”  di “Fulìsche”.

Di tutt’altro animo è “Densilòc”, sorta di semi-ballad bucolica infusa di una spiritualità innocente ed incantata. L’energica elettricità crea assieme alle sonorità acustiche il luogo non definito e senza tempo in cui è ambientato il brano.

In “Ander de le Mate” (grotta molto profonda simile al Bus De La Lum)  la componente elettrica tenta di ricreare la grandissima e misteriosa energia spirituale del luogo. Stilisticamente è il brano che più si avvicina allo stile del precedente disco insieme a “La Battaglia del Solstizio”. In quest’ultimo pezzo la componente elettrica di stampo black e death è volta a rappresentare le distruttrici esplosioni dell’artiglieria ma non solo. In quelle sonorità estreme vi è abbondante l’esasperazione di quei momenti creata da fame, malattie ed elementi naturali, come “la Piave” (anticamente così detto per esprimere la natura femminile e mutevole del fiume). Il breve passaggio acustico ed i cori evocano invece una spiritualità determinata, speranzosa e pare esservi un riferimento alla bandiera italiana, sia per denunciarne il conflitto che per far riferimento alla vittoria finale.

“Rosse son le terre e le acque, bianca è la nebbia che ora ci avvolge, rimane accesa la verde speranza, un ultimo grido di libertà.”

Puramente acustico è “Serravalle”, sorta di ballad che descrive con l’accuratezza di chi ci ha vissuto l’omonimo borgo di Vittorio Veneto, paese ai piedi del Pizzoc, del Millifret e del Col Visentin. L’aspetto rurale e l’animo mite e riservato di "Serravalle" sono resi con un’autentica ed affettuosa serenità.

"Vallòrch" si differenzia dalle altre tracce catturando l’ascoltatore con una potenza ed un entusiasmo power/death di ispirazione a tratti celtica, a tratti nordica. Il pezzo, come suggerisce il nome, ospita due membri dei Vallorch, ovvero Paolo Pesce e Sara Tacchetto rispettivamente all’hurdy-gurdy ed alla voce. Per questo "Vallòrch" può essere definito una sorta di manifesto d’amicizia tra i due gruppi, autori di una canzone riuscitissima ed affascinante nel suo fiabesco e sensuale mistero, nella sua rusticità ed animo cantastorie.

Fuori dal coro rispetto al resto delle canzoni è “Ah, Canseja”, arcano intro costituito da un tappeto di strumenti musicali su cui si adagia il recitato di Pier Franco Uliana, autore dell’omonima poesia.

Se il precedente “Doin Earde” pareva maggiormente legato alle radici grazie anche ad un equilibrato uso degli idiomi, “Fulìsche” si rivolge maggiormente all’Italia intera grazie anche ad un maggior uso dell’italiano. Spiazza un po’ l’assenza del cimbro mentre il minor uso del veneto toglie qualcosa in spontaneità e, paradossalmente, inficia una vera vicinanza con il "foresto"/non veneto. Tra le canzoni totalmente cantate in italiano “Orcolat” è generalmente quella più riuscita nel suo pathos ma anche le altre canzoni sono generalmente di gran livello poetico e compositivo. La produzione è più potente rispetto al precedente disco anche se forse non sempre riesce a catturare adeguatamente tutte le sfumature degli strumenti folk. Nel suo insieme il nuovo album dei Kanseil è molto ben pensato, scorrevole e non ha brani che sanno di riempitivo. La voglia di sperimentare non ha intaccato il loro spirito originale anche se forse alcuni potrebbero non gradire questo approccio più melodico (ma sono gusti). Ben fatto Kanseil.

Elisa “SoulMysteries” Tonini

 

 
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