Recensione: Genexus

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Genexus = Gene(sis) + (Ne)xus.

Con questo gioco di parole i Fear Factory battezzano il decimo full-length di una carriera venticinquennale. "Genexus", appunto, per porre l'attenzione sul fatto che, ormai, il confine fra macchina e uomo, suo inventore, si sta assottigliando.

Sempre di più.

E, sempre di più, i Fear Factory meccanizzano la loro musica. Un percorso nato con l'insuperabile capolavoro "Demanufacture", che compie vent'anni e che ha dato luogo a un genere totalmente innovativo: il 'cyber death metal'. Cioè, la fusione perfetta fra l'industrial e il death metal. Un mix ripetuto successivamente da molteplici band e rinvenibile in centinaia di opere. Senza che nessuno, oggi più di ieri, si sia mai avvicinato, nemmeno lontanamente, alla classe, maestria e talento di Dino Cazares e i suoi compagni.

Che, oltre al vocalist storico Burton C. Bell, si identificano in Mike Heller alla batteria (Azure Emote, Control/Resist, Malignancy, ex-Disembowel, ex-Success Will Write Apocalypse Across The Sky, ex-World Under Blood, ex-Zillah, ex-System Divide) e Tony Campos al basso (Asesino, Attika 7, Ministry, ex-Brujeria, ex-Dia De Los Muertos, ex-Possessed, ex-Prong, ex-Soulfly, ex-Attika, ex-Static-X). Come dire, una formazione di livello tecnico e artistico stratosferico.     

I Fear Factory, alla fin fine, per creare un disco oltre le possibilità degli altri normali essere umani è sufficiente che facciano... i Fear Factory. Operazione riuscita alla perfezione, in "Genexus". Certo, Andy Sneap al missaggio, gli stessi Burton C. Bell e Dino Cazares, in cooperazione con Rhys Fulber, sono garanzia di qualità assoluta. E così è: un sound così pieno, corposo, potente, possente, pulito e cristallino è merce rarissima. Peraltro condizione necessaria, ma non sufficiente, affinché l'ensemble statunitense possa ottimizzare al massimo l'originalità della propria fantastica proposta musicale. Sia Cazares sia Heller, non a caso, abbisognano di un suono dall'accuratezza millimetrica, per elaborare l'uno i suoi riff iper-compressi e super-stoppati, l'altro per scatenare quei pattern che non hanno nulla di umano.

Il 'sufficiente' della (classica) locuzione suddetta, che delimita da sempre il confine fra l'ordinario e lo straordinario, ce lo mette proprio il quartetto nel suo complesso con la composizione di dieci brani eccezionali. Ciascuno dotato di una personalità esplosiva, giacché - anche dopo pochi ascolti - il cervello li assimila e li suddivide a seconda delle loro caratteristiche peculiari. Come se fossero dieci hit, insomma. "Soul Hacker", "Protomech" e "Dielectric" sono al momento i singoli estratti da "Genexus", tuttavia è bene ribadire che tutto 'è da single', in esso. Partendo dalla devastante "Autonomous Combat System", annichilente come il rumore dello Space Shuttle al decollo, e dal suo stupendo, visionario incipit; nonché avvolgente grazie alla melodiosità del refrain, come solo Burton C. Bell è capace d'interpretare. Ed è qui l'unicità interplanetaria dei Fear Factory: le canzoni è come se fossero tutte fuse in un'unica matrice dai nodi immutabili nel tempo e nello spazio. Una matrice innalzata nel vuoto infinitesimale compreso fra le celle dei microprocessori, che proietta sulla mente paesaggi fortemente artificiali, asettici. Il cui scorrere delle ore è scandito dal pulsare dei cristalli di quarzo; i cui cieli assumono una colorazione cupa, tetra; in cui appare del tutto inevitabile la sparizione della specie umana in favore degli apparati cibernetici.

Il voto, alla fine, è di poca importanza: "Genexus" è un (altro) grande album di una pochissime formazioni 'viventi' , in più, in grande forma, che hanno scritto la Storia del metal.

I Fear Factory.

Daniele D’Adamo

 
90