Recensione: Gravity

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La giusta alchimia tra generi e sottogeneri non è impresa facile. Se non si bilancia ogni contributo, si rischia un risultato inconcludente e raffazzonato, da cui potrebbero trasparire indecisione, disorientamento e immaturità compositiva. Ed è un'esigenza potenzialmente dettata dalla voglia di creare un sound che conferisca identità al proprio complesso.

La ricerca del proprio groove può nascere spontaneamente e in modo più o meno inconsapevole, seguendo la lezione dei propri archetipi musicali. Il discorso vale per numerosi complessi e può essere tranquillamente esteso a quelli della NWOBHM, soprattutto ai Praying Mantis.

 

Un insetto versatile

 

La Mantide padroneggia anche in questo nuovo disco un ventaglio di stili, facendo da medium per hard rock, heavy (giusto una spruzzata) e AOR. Quello che stupisce è come tutto conviva a meraviglia grazie ad una formazione ormai consolidata con l'innesto del potente singer Cuijpers: la voce si trova a proprio agio sia nelle composizioni più “rock-ambolesche” come “Keep It Alive”, missile heavy rock carburato dagli esuberanti assoli di Troy/Burgess, sia nel velluto tastieristico di “Time Can Heal”, una canzone baciata da un ritornello allo stato di grazia per trasporto e fascino emotivo.

A proposito di alchimie, il discorso calza a pennello a “Mantis Anthem”, dove il minutaggio si estende dando la chance al combo di incastrare synt, tasti e chitarra, in un fluire di note lontane dalla burrasca heavy. Il gioco sembra dare spazio ad impressioni diverse, rovistando e riportando dagli anni Ottanta suoni di sintesi quasi “sperimentali”, keyboards dall'incedere malinconico e inviti palpitanti di speranza e coesione all'interno di un quadro corale (“...Raise your hands togheter, c'mon join the band...”).

 

Time Slippling Away

 

Si può etichettare una band per come si propone fuori e sul palco, per l'indole musicale ma certe volte questi fattori risultano limitanti. I fratelli Troy non hanno particolari vincoli o sudditanza verso i lori natali ma non hanno mai lasciato l'hard'n'roll del proprio passato.

In tal senso, “39 Years” non è un revival ma riporta, attraverso le intemperie di anni di carriera, un rock melodico elegante e regale, quello che ci ha fatto conoscere ed amare la Mantide.

Gravity” fa lo stesso con quel basso sanguigno in rilievo e lo sbucare di quel giro di assoli, quello che ogni fan ha impresso nel cuore. Impossibile evitare il magistrale coro, il cerchio di melodia che i fratelli Troy tracciano attorno a noi e sanno mantenere vivido fino alla fine, sino all'ultimo secondo, quando il richiamo sembra ormai irresistibile. Altro brano, altro prezioso tassello nel mosaico del platter...

Gravity” emette costantemente grandi vibrazioni e addirittura osa avventurarsi nei territori di un certo metal sinfonico semplificato con “Ghosts Of The Past”, dominato da un'aura drammatica che si discosta dall'impronta originaria del combo. Composizione atipica, che cresce con gli ascolti in virtù di accorgimenti intelligenti e raffinati come il piano in apertura, tempi liquidi e il lento rondò della voce del coro. Troneggia Cuijpers e il sentore straziante della sei corde di Troy, qui con un tocco di tensione e rimpianto per il passato.

C'è spesso, infatti, una patina di nostalgia e malinconia che si scontra con la voglia di combattere e rimettere a posto i vetri infranti: “Destiny In Motion” è una risposta forte, il rimettersi in gioco nella finestra della vita trainato da versi profondi, da cui scaturiscono scintille ed energia. Rallentamenti drammatici della sei corde fermano tanto ardore e donano a “Destiny In Motion” sfumature precluse alle canzoni semplicemente catchy. Immediatezza e spessore assieme senza compromessi.

 

Letting Go

 

Concesso maggior respiro alle canzoni più riflessive, si gravita attorno ad un approccio diretto al lato romantico e ai tempi dilatati, basti considerare “The Last Summer” e “Foreigner Affair”: l'agrodolce “The Last Summer”, pensata in modo apparentemente “easy”, si poggia su un accompagnamento in battere e levare della chitarra ritmica per tutta la durata del brano. Il tutto funziona perché la struttura gradevole è ravvivata da smaglianti assoli mentre i lick vocali possono tracciare un percorso facile d'ascoltare quanto ispirato senza cadute di tono. I vibrati di “Foreigner Affair” canalizzano le sensazioni e ti portano a riflettere, perdersi e languire su un orizzonte di paesaggi tracciati dall'immaginazione.

La botta di gioia ed endorfine ritorna con la brezza calda di “Shadow Of Love” e qui il ritornello scuote e pulsa con quella verve così ricca di spontaneità e attrazione che anima solo le grandi melodie. Non un'ombra del passato ma una luce forte e vivida nel presente. Fantastica.

Final Destination” chiude e cattura ogni aspetto di questa scaletta: stupisce con quanta abilità e naturalezza dopo anni Tino sappia saggiare, livellare ed estasiare nella scrittura, dando sfogo ad un climax che porta dal ritornello contagioso all'exploit solista, talmente vitale da farci sentire ancora il brivido dell'entusiasmo adolescenziale (cosa difficile visto la mole di ascolti che costella la vita dell'appassionato di rock e musica in generale).

 

Il tempo non mente

 

E' difficile schiodarsi dai propri gusti personali e dal desiderio di veder i propri idoli riproporre lo stesso sound e le stesse coordinate musicali che avevano decretato la creazione del loro capolavoro: nel caso della Mantide, sia il lontano che il vicino passato albergano nell'attuale visione che sembra inesauribile in quanto a gusto ed ispirazione.

Al di là dell'imperante riciclo d'idee vincenti, c'è anche chi, come i Praying Mantis, è riuscito a superare questi stalli, grazie anche alla consapevolezza di non poter assurgere alla notorietà ma anche alla determinazione e alla testimonianza in musica, concreta e tangibile, del proprio valore.

E questo valore è ancora presente, qui, oggi, non sottoforma di ristampe, collection e reunion posticce, ma di una nuova, memorabile conferma per i propri fan.

Eric Nicodemo

 
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