Recensione: Gunmen

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Un minaccioso pistolero e il suo innaturale destriero mi osservano minacciosi dalla copertina di “Gunmen”, l’ultima fatica dei tedeschi Orden Ogan, per l’occasione distribuito anche in digipack con annesso un dvd contenente l’esibizione del gruppo al Wacken Open Air, anche se premetto che in questa sede mi occuperò solo di recensire l’album. Acclamati più volte come i salvatori del power metal e gli unici possibili eredi dei Blind Guardian, i nostri hanno pubblicato, negli anni, una serie di album decisamente ben eseguiti, miscelando con maestria e mestiere il tipico power teutonico tutto cori con orchestrazioni pompose e bombastiche senza però raggiungere mai, a detta di chi scrive, i livelli di eccellenza dei grandi del genere. A dispetto dell’aura mistica che li circonda soprattutto in patria, dove valutazioni entusiastiche fioccano come boccali di birra all’Oktoberfest, ho sempre visto gli Orden Ogan come il classico gruppo da sette in pagella: bravo a sufficienza per svettare sulla massa di pelandroni che si sarebbero sudati la promozione fino a giugno ma non abbastanza per fare il vero salto di qualità ed entrare così nella cerchia dei secchioni che puntavano al 9 o più in tutte le materie, e anche ascoltando “Gunmen” ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a uno studente talentuoso ma svogliato che si accontenta di una promozione tranquilla e senza troppi sbattimenti, giocandosela durante le interrogazioni con risposte brillanti e ad effetto ma senza degnarsi di approfondire troppo la lezione, nella speranza che il prof. di turno non se ne accorgesse.

La proposta dei nostri cow boys renani è rimasta pressoché invariata rispetto a “Ravenhead”, sebbene sia ravvisabile un maggiore peso specifico delle orchestrazioni che, però, in più di un'occasione soffocano il comparto prettamente metallico. Per il resto non è cambiato molto: inni metallici dalle melodie grandiose e decisamente catchy, batteria agile e aggressiva bene in evidenza, power chord in quantità e cori che spuntano da tutte le parti, soverchiando spesso e volentieri il resto del gruppo (vocalist compreso). I rimandi ai Blind Guardian ci sono, sparsi un po’ dappertutto e neanche troppo velati, ma non infastidiscono troppo né conferiscono al lavoro quel persistente odore di ruffianata che ho sempre detestato nell’eccessivo citazionismo.

La quasi title-track, ottimo esempio di ciò che ci aspetterà nella prossima ora, apre le danze: l’inizio è giustamente coatto e caciarone e lascia ben presto il posto a una cavalcata arrembante e insistita, in cui i cori si impongono per donare maestosità al tutto. “Fields of Sorrow” parte con un riff dinamico sorretto da una batteria scandita e solenne per poi lasciare che i cori si approprino della scena sviluppandosi come il classico inno arioso e magniloquente, dominato da melodie pompose che in più di un’occasione mi hanno ricordato i connazionali Equilibrium per la loro robusta sinfonicità. Le chitarre tornano a farsi sotto con la successiva “Forlorn and Forsaken”, sebbene anche qui la parte del leone la facciano i cori, per una traccia carina ma che non aggiunge molto a “Fields…”. I ritmi si fanno un po’ più sostenuti con “Vampire in Ghost Town”, il cui andamento catchy racchiude in sé qualche elemento più simile a certo country rielaborato, però, in salsa tedesca. La sezione più prettamente metallica resta comunque relegata in un angolo, ritagliandosi poco spazio qua e là (soprattutto nella parte centrale e nel finale più aggressivo) per lasciare via libera alla magniloquenza delle orchestrazioni e dei cori; ciononostante la canzone si mantiene godibile nella sua leggerezza, anche se alla lunga risulta un po’ troppo ripetitiva. Un arpeggio malinconico e l’ammaliante voce di Liv Kristine introducono “Come with me to the Other Side”, una delle tracce più riuscite dell’album grazie al perfetto amalgama di tutti i suoi elementi: la componente metal torna finalmente a farsi sentire lungo tutti i suoi sei minuti abbondanti, e finalmente i cori tornano ad un ruolo di supporto senza diventare il fulcro portante della composizione, alternandosi alle delicate linee vocali di Liv per stemperare l’irruenza del brano. Ben fatta anche l’incursione solista che trasmette il giusto pathos prima della classica alzata di tono finale. Con “The Face of Silence” la componente più anthemica del gruppo torna a far bella mostra di sé grazie a tempi quadrati, a melodie semplici e facilmente memorizzabili e ai cori che tornano a pretendere attenzione, seppur intervallati da qualche riff mediamente robusto e una sezione solista più dilatata. “Ashen Rain” torna ad abbassare il peso specifico dei cori (seppur di poco) per alzare il tasso di aggressività quel tanto che basta per ricordarci che gli Orden Ogan suonano power metal: le chitarre tornano a dettare le regole per buona parte della traccia, seppur tallonate dagli onnipresenti cori, ma se non altro i nostri baldi alemanni sembrano trovare il giusto equilibrio tra i due aspetti cardine del loro sound per una traccia che scorre senza problemi ed in cui il buon Seeb ha più di un’occasione per farsi sentire. Più o meno lo stesso discorso si può fare per la seguente “Down Here (Wanted: Dead or Alive)” anche se, a onor del vero, i cori tornano a spingere con maggior insistenza. Poco male, perché con “One Last Chance” si torna a sentire riff belli grossi: anche qui l’equilibrio tra gli aspetti principali della proposta degli Orden Ogan contribuisce a dar vita a un’ottima canzone, pomposa al punto giusto ma non priva di una certa grintosa cafonaggine, impreziosita da un gioco di chitarre semplice ma d’effetto. Siamo arrivati alle battute finali, e per questo i nostri tedeschi si sono tenuti da parte qualche cartuccia speciale: “Finis Corporat Opus”, dopo un inizio che nel suo approccio piacevolmente soft profuma ancora di certo country, torna a snocciolare opulenza corale da tutti i pori, filtrata dalla solita lente sfarzosa e anthemica del gruppo e dai ritmi scanditi che ben si confanno a questo tipo di marcia trionfale che raggiunge il suo climax nella seconda parte, la cui grandeur si dilata e si dissolve lentamente per accompagnare in modo solenne la calata del sipario.

Al termine di ripetuti ascolti resto della mia idea: “Gunmen” è un buon album, dall’impatto immediato e studiato a tavolino per essere subito accattivante, ma dopo aver macinato l’album intravedo una preoccupante pigrizia di fondo nella proposta dei tedeschi, una sorta di malcelato complesso di inferiorità nei confronti di altri gruppi della scena power che, anziché spingere gli Orden Ogan a sviluppare il proprio potenziale per eccellere, fa sì che i nostri si limitino ad un semplice rimaneggiamento di quanto proposto negli album precedenti, adagiandosi un po’ sugli allori. Non che “Gunmen” sia brutto: diciamo solo che è il classico album smaliziato e ruffiano che si porta a casa la pagnotta senza sudare, puntando su soluzioni già consolidate e benviste dai fan senza darsi la briga di tentare strade alternative, un po’ come lo studente di cui sopra. Finché funziona…

 
70