Recensione: Heart Of Oak

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Si fa un gran parlare, di là del mar, di questo Heart of oak, debut album degli Anciients.Diverse testate hanno speso parole di elogio sul debut album di questo quartetto canadese fondato nel 2009 in quel di Vancouver e giunto quattro anni dopo alla fatidica prima prova in studio. Alcuni li definiscono anche rivelazione dell'anno. E l'aver già ottenuto un contratto con la Season of mist, casa discografica dall'occhio sapiente, la dice lunga.

I concittadini di Devin Townsend sono dediti alla contaminazione fra generi assai diversi, tra cui black, death e prog, il tutto interpretato con una forte attitudine indie figlia del sound della limitrofa Seattle siccome dei Neurosis. Insomma, siamo davanti ad un gruppo che fa sludge ad una prima analisi, ma uno sludge arricchito da varie connotazioni folk, sulla scia degli Agalloch e di molte altre band, sorte in questo millennio, come Ne obliviscaris o Flight of Sleipnir, band quest'ultima alla quale i nostri sono vicini anche per quanto riguarda la scelta dell'ottimo packaging, sobrio incontro di grafica moderna ed arte antica.

Le premesse insomma sono più che buone, ed anche il primo impatto con Heart of oak lo è. Si tratta infatti di un'ora o poco meno in cui la rocciosa ruvidità black si alterna armoniosamente a momenti molto più delicati, con delle chitarre rocciose sempre sugli scudi e due singer capaci di alternare con buona sincronia uno screaming malefico ed un cantato alla Loïc Rossetti. Ne viene fuori un sound monolitico e decisamente personale, che non tradisce particolari debiti verso nessuna delle band precedentemente citate.

Ciò nonostante le buone impressioni destate nel primo ascolto non si tramutano in convinta eccitazione man mano che l'esame del disco procede. Ascolto dopo ascolto infatti viene da pensare che la compattezza del sound Anciients sia anche eccessiva, sicché, dopo ripetuti ascolti, non c'è nulla che porti a capire che cosa possa differenziare, ad esempio, le buone The longest rivers o Giant. Le band come queste infatti hanno sempre scelto con decisione una strada da intraprendere: ovvero scegliere tra farsi sperimentali ed ermetiche, oppure fare presa sul gusto melodico, coronando le loro composizioni con riff e ritornelli sì grandiosi, ma di presa piuttosto facile, almeno a chi è uso a frequentare questi lidi.

Ecco il caso degli Anciients dovrebbe essere il secondo, tuttavia difettano gli elementi testé accennati, siccome gioverebbe ogni tanto, svariare dal sound dominante con decisione. Ne é un esempio che l'highlight del disco, assieme all'opener Raise of the sun, sia One foot in the light, spartiacque strumentale da un minuto posto in quinta posizione, interludio di chitarre acustiche che porta singulti di nostalgia per quello che erano gli Opeth di Morningrise. Ecco, se tali passaggi acustici si fossero ripetuti altrove, magari il disco ne avrebbe guadagnato.

Insomma, fermo restanto che questo Heart of the oak resti un più che dignitoso debut, un disco che mette in luce un gruppo dalle idee chiare, con indubbia personalità e vaste possibilità di gloria futura, l'idea è che gli Anciients, per diventare una delle band di punta del metal alternativo attuale, debbano ancora mettere a posto un paio di cose. E finché la Season of mist sarà al loro fianco le speranze è lecito concedersele.

Tiziano "Vlkodlak" Marasco

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