Recensione: Hydrograd

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Diciamoci la verità: a prescindere da meriti e demeriti maturati sul campo, gli Stone Sour non hanno mai goduto di particolare simpatia presso l'uditorio metal più intransigente e ciò è con tutta probabilità da ascrivere alla centralità della figura di Corey Taylor nella line up della band. Il cantante originario di Des Moines, personalità ingombrante con tanto di frequentazioni altolocate nel jet set a stelle e strisce (Johnny Depp, Flea, John Frusciante e i fratelli Joaquin e River Phoenix tra i suoi amici di vecchia data, giusto per far qualche nome) nonché leader degli amati-odiati Slipknot, rimane infatti da oltre vent’anni a questa parte uno dei personaggi piú chiacchierati della scena musicale rock/metal/alternative contemporanea.

Simpatie o antipatie a parte non è in ogni caso possibile negare che il muscolare frontman dell'Iowa abbia uno spiccato carisma nonché uno stile immediatamente riconoscibile e udibile in qualsiasi progetto cui prenda parte, ciò premesso è davvero un peccato che tra chi non ha mai (legittimamente) potuto sopportare gli Slipknot ci sia un elevata percentuale di persone che per i motivi di cui sopra non abbiano mai voluto realmente dare una chance agli Stone Sour.

Dai tempi del debut album autointitolato, passando per ottimi album come “Come What(ever) May e il meno noto “Audio Secrecy” fino al definitivo dittico “House Of Gold & Bones, Part I & II”, Corey Taylor, Jim Root, Roy Mayorga e compagnia hanno infatti dato in pasto all’uditorio internazionale una serie di album di pregevolte fattura, molto lontani dallo stile della band madre nonché in grado di raggiungere un buon equilibrio tra melodia hard rock, furore heavy metal e pulsioni alternative in un mix che ha fatto scuola.

Pur non raggiungendo le vette dell’eccellente “House Of Gold And Bones” e pur non potendo più contare sull'apporto del defezionario Jim Root, la cui pesante assenza non sembra tuttavia inficiare in maniera vistosa il risultato nè condurre il quintetto statunitense fuori dal proprio seminato, il nuovissimo "Hydrograd" non fa eccezione alla regola configurandosi come un altro notevole capitolo nella discografia degli Stone Sour.

Se vi piace, come già ampiamente anticipato, il metallo melodico a tinte alternative degli ultimi dieci/quindici anni, con le ben quindici canzoni in scaletta troverete pane per i vostri denti, dai pezzi più tirati come "Fabuless" fino alle immancabili ballad e semiballad ("St. Marie" e la conclusiva spiazzante “When The Fever Broke”) transitando per brani più particolari eppur decisamente riusciti come "Rose Red Violent Blue (This Song Is Dumb & So Am I)", "The Witness Trees" e “Friday Knights”.

A difettare, se vogliamo, nell'ascolto di "Hydrograd" è la mancanza di una vera e propria hit spaccaculi la quale, unitamente ad una certa qual sensazione di poca sintesi, costituiscono i punti di relativa debolezza di un album nel suo complesso comunque gustoso, piacevole e ben riuscito, in grado di farsi valore anche nei suoi episodi più melodici e "disimpegnati", come"Song #3", "Thank God It's Over" e “Somebody Stole My Eyes Again”.

In conclusione: se fate parte della schiera di coloro che Corey Taylor non l'hanno mai sopportato, difficilmente cambierete idea con “Hydrograd”, un album nel quale la sua impronta caratteristica risulta quantomai presente; in caso contrario dategli pure una chance: non ne rimarrete delusi!

Stefano Burini

 
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