Recensione: I'm Alive

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Though here at journey's end I lie
in darkness buried deep,
beyond all towers strong and high,
beyond all mountains steep,
above all shadows rides the Sun
and Stars for ever dwell:
I will not say the Day is done,
nor bid the Stars farewell.


Il viaggio dei leggendari Cirith Ungol non è giunto al termine. Gli incubi del passato non tormenteranno più e non infesteranno più i sogni di Robert Garven ("I am haunted and tortured by the ghost of Cirith Ungol, and I am not sure that I will ever find peace”). La band è viva e torna con questo mastodontico Live Album “I’m Alive”, giocando con uno dei titoli più rappresentativi del debutto “Frost And Fire” (1981). Doppio CD e doppio DVD, più la variante in vinile, che immortala i nostri nelle performance all’Up the Hammers in Grecia (2017), l’Hammer of Doom 2017 e il Rock Hard Festivals 2018 in Germania. Ben 22 brani che ripercorrono tutta la carriera dei Kings of the Dead, più un documentario di circa 2 ore con immagini inedite e interviste realizzate ai membri originali nel corso della loro storia.


Una carriera all’insegna del più incontaminato Epic Metal, la loro, iniziata nel lontano 1972 in quel di Ventura in California, che li colloca direttamente tra i pionieri, se non i capostipiti, del movimento americano, assieme ai Manilla Road, anch’essi attivi fin dai Settanta e depositari di uno stile unico e riconoscibile a occhi chiusi. Sebbene debbano il proprio nome al “Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien – Cirith Ungol in lingua Sindarin significa “Passo del Ragno”, il passaggio sulle montagne Ephel Dúath a Mordor e tana di Shelob – e non abbiano mai fatto mistero di essersi ispirati a quei libri, è alla letteratura Sword and Sorcery, quella di Robert E. Howard, e soprattutto alla narrativa di Michael John Moorcock, con la saga di Elric di Melniboné, che si sono rifatti maggiormente. L’amore per Moorcock sarebbe nato dopo l’incontro tra Robert Garven, Greg Lindstrom e lo scrittore britannico in un’aula di letteratura inglese. Non a caso, le copertine dei loro dischi coincidono con quelle dei libri dell’edizione DAW Books di Elric, splendidamente realizzate da Michael Whelan (Obituary, Sepultura, Demolition Hammer);  “I’m Alive” non fa eccezione. 


Il loro percorso artistico inizia molto presto, come detto, ma non altrettanto presto arriva l’appuntamento con il debutto discografico. La band è in costante ricerca di un’etichetta e, nel frattempo, dà alle stampe un paio di demo. Decidono quindi di fondare la Liquid Flame Records e nel 1981 pubblicano “Frost And Fire” in maniera del tutto indipendente e con un numero limitato di copie. L’album è un concentrato di adrenalina di poco più di mezz’ora, nel quale svettano la title-track, un classico istantaneo dell’Epic Metal, e “I’m Alive”, uno dei pezzi da novanta, con il suo tetro arpeggio sabbathiano; il tutto sigillato da un ispirato strumentale in chiusura, “Maybe That’s Why”. Il disco contiene al suo interno già tutti gli stilemi di quello che sarà il loro sound (unico al mondo), il loro tratto distintivo stilistico. Qua e là ancora legato ai Seventies e a gruppi come Grand Funk Railroad, Mountain e Sir Lord Baltimore, ma al contempo già così proiettato al futuro, con degli elementi della nascente NWOBHM e i prodromi, inteso in senso positivo, di quello che sarà l’Epic a stelle e strisce. Tuttavia rispetto a Heavy Load, Warlord, Manowar, Virgin Steel o i cugini d’oltreoceano, i Cirith Ungol sono sempre stati più sguaiati e oscuri, merito senz’altro della meravigliosa voce sgraziata e stridente di Tim Baker, così lontana dai virtuosismi e le estensioni impossibili di alcuni suoi colleghi eppure così viscerale ed evocativa. Il basso di Greg Lindstrom onnipresente (chi ha detto Geezer Butler?) e praticamente allo stesso livello della chitarra del compianto Jerry Fogle e il drumming nevrotico di Robert Garven completano il quadro. Vengono finalmente notati da Enigma, che pubblica l’eccelso “King Of The Dead” nel 1984, il disco della maturazione. Praticamente perfetto sotto ogni punto di vista, si mette in luce per un indurimento del suono verso territori quasi doom, sempre dominati dalla loro caratteristica epicità malsana. Tutte meriterebbero menzione, ma spiccano di nuovo la maestosa e agghiacciante title-track, la mefitica e più dilatata “Finger of Scorn” e la gigantesca “Cirith Ungol”. Passano due anni e arriva “One Foot In Hell” (1986), un altro monolite oscuro, ancora più duro dei precedenti e con una maggiore spinta propulsiva in determinati frangenti. “Blood & Iron”, “Chaos Descends” e “Doomed Planet” gli highlight del disco, senza dimenticare la fondamentale “Nadsokor” (l'infame città occupata da ladri e accattoni). 


Con un trittico del genere, in un mondo migliore, le porte del successo si sarebbero spalancate per i Cirith Ungol, ma la fama che avrebbero meritato non arriverà mai. Troppo poco inclini ai compromessi, alle grandi trovate di marketing, al mettersi sempre e comunque sotto ai riflettori con atteggiamenti da rockstar studiati per finire sulla bocca di tutti o al comporre hit per le masse. Troppo duri, cattivi, spigolosi, anche se dotati di un fascino ancestrale irresistibile, specie per chi non si fa sedurre solo da proposte più easy, per poter uscire da una dimensione di culto. La botta deve essere stata in qualche modo dura, dato che, finiti in una sorta di limbo, ritorneranno solo cinque anni dopo con “Paradise Lost” (1991) e una formazione profondamente rimaneggiata. Fuori Jerry Fogle per Jim Barraza e fuori Michael "Flint" Vujejia per Vernon Green. Nonostante tutto, sebbene forse un gradino inferiore ai precedenti, l’album è lo stesso un gran disco, dove primeggiano l’opener “Join The Legion” e il trittico finale ispirato al poema epico di John Milton che dà il titolo all’album. Si rivelerà comunque il loro canto del cigno e poco dopo la band si scioglierà, pensate, senza avere mai suonato neanche una singola data in Europa in carriera, dove i Nostri avevano comunque un discreto seguito. 


Nel corso dei Novanta Robert Garven proverà a più riprese a riformare i Cirith Ungol, tanto da dichiararsi quasi ossessionato dall’idea di tornare a suonare dal vivo con la band, ma le sue speranze furono frustrate dalla scomparsa di Jerry Fogle nel 1998 per insufficienza epatica. Tuttavia qualcosa covava ancora sotto le ceneri e Metal Blade portò nuova gloria al gruppo, ristampandone tutti i dischi nel 1999 (ad eccezione di “Paradise Lost”, arrivato solo nel 2016). Nel Vecchio Continente erano ancora in molti a sperare in un loro ritorno ed erano molti i festival a chiedere che tornassero a suonare dal vivo. A questo va aggiunto l’encomiabile lavoro di Jarvis Leatherby, cantante e bassista dei Night Demon, una band di loro concittadini, che riuscì a riunire di nuovo Garven, Baker, Lindstrom e Barraza. Nel 2015 la rinata band spende un anno in sala prove per togliersi la ruggine di dosso e ritrovare la perduta alchimia. Non per i soldi o la fama, solo per amore della musica e dei propri fan. Il primo show si tenne al Frost And Fire II Festival al Majestic Ventura Theater, l’8 ottobre 2016, e fu un grande successo. Corsi e ricorsi della storia, direbbe qualcuno, dato che l’ultimo show della band si era tenuto proprio lì il 13 dicembre 1991, in una sala praticamente vuota. Arriviamo quindi ai giorni nostri, con le esibizioni all’Up the Hammers, al Rock Hard Festival, all’Hammer of Doom e al Keep it True, oggetto di questa recensione. L'Europa quindi, proprio quella terra che non avevano mai avuto occasione di visitare prima stando on the road...


Grandi capacità compositive, speranze, aspettative, delusioni, frustrazione, desiderio di riscatto, tentativi andati a vuoto, occasioni perse poi recuperate, sudore, passione, determinazione, confluiscono tutte in questo “I’m Alive”. Si percepiscono e arricchiscono di una straordinaria carica emotiva questa release. Le ritroviamo tra i solchi mai incisi di questo disco, ma sono lì, tangibili. Come detto, i brani sono moltissimi e i Cirith Ungol attingono a piene mani da tutti e quattro i dischi, inutile andarli ad esaminare uno ad uno. La versione inviataci dalla label è quella del doppio CD, ahimè senza il doppio DVD, che avrebbe forse potuto far accrescere la valutazione. Si parte con l’esibizione all’Up the Hammers in Grecia, con una setlist molto, molto generosa. La scaletta può essere idealmente divisa in due tronconi: una prima parte con i brani più “immediati” del gruppo, i loro maggiori anthem, con “I’m Alive”, “Join The Legion”, “Atom Smasher”, “Blood & Iron” e “Frost And Fire”, una seconda più dura con i brani più ostici ed articolati, che si apre con l’ottima “Finger of Scorn”, “Chaos Descends” e prosegue con il trittico dedicato a John Milton, per poi chiudersi in un tripudio totale con le immortali “Master of the Pit”, “King of the Dead” e “Cirith Ungol”. I Nostri partono in maniera forse un po’ timida, inevitabile per un gruppo che ritorna alla carica dopo anni di inattività, ma sciolgono subito ogni resistenza con la vigorosa “Join The Legion”, per la gioia degli astanti. Il muro di suono è impressionante, tutta la band suona senza apparenti sbavature, finalmente il ghiaccio è rotto, e Tim Baker si conferma gran mattatore, sfoggiando una voce ancora all’altezza della situazione. In effetti, nonostante gli anni passati e un modo di cantare che potrebbe avere effetti sulla tenuta delle corde vocali, sporcando la sua voce quasi come se gracchiasse, Baker canta ancora alla grande e così fino all’ultima nota di questo Live. Lindstrom e Barraza non sbagliano una nota e con i loro intrecci alle sei corde contribuiscono a ricreare quelle atmosfere sulfuree e sepolcrali che tanto avevamo amato in questo gruppo. Il nuovo entrante Jarvis Leatherby sembra il degno erede di Michael "Flint" Vujejia al basso. Anche se l’impatto delle due chitarre, rispetto alla singola sui dischi, copre un pizzico di più il suo grande contributo. Robert Garven è sempre lì; colui che più di ogni altro ha voluto e portato a compimento la reunion pesta come un fabbro. Si prosegue poi con l’esibizione ben più breve all’Hammer of Doom, stando alle liner note, che si apre con l’intro rituale, per poi proporre brani che non figuravano nel precedente CD. “War Eternal”, la splendida “Nadsokor”, la cover di “Fire” dei The Crazy World of Arthur Brown, presente su “Paradise Lost”, e in chiusura “Death of the Sun”, brano più veloce preso da “King of the Dead”, che, siamo certi, avrà scatenato il pogo dei presenti, nonostante il proverbiale sangue freddo dei teutonici. 


Che altro aggiungere a quanto già detto, se non di fare vostro questo “I’m Alive” se fate già da tempo parte della “Legion”, mentre a chi non li conoscesse il consiglio è quello di andare prima a recuperare gli album da studio, ma di tornare presto su questo prodotto, una volta assimilata la proposta dei Cirith Ungol, con tutte le sue asperità. In ogni caso sarà un’esperienza catartica.

 


P.S. Ovviamente l’augurio è che i Cirith Ungol non si fermino qui, considerato l’ottimo stato di salute. Che possano compiere ancora gesta eroiche. Un po’ come sono stati in grado di fare i Satan, che ci hanno continuato a regalare grandi emozioni sempre sotto l’egida di un’etichetta attenta e generosa come Metal Blade, che non finiremo mai di ringraziare. A tal proposito vi segnaliamo, per chi se lo fosse perso, che la band di Ventura ha pubblicato lo scorso anno un singolo inedito molto interessante, intitolato “Witch’s Game”. Un lungo brano, epico fin nelle midolla. 

 

 

 
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