Recensione: In Droves

inserito da

Nati da un’idea del chitarrista dei Dredg, Mark Engles, i Black Map fanno parte di quella ristretta cerchia di gruppi inclassificabili ancora in grado di dire qualcosa, se non di propriamente nuovo, quantomeno di personale.

Il terzetto statunitense, oltre alla presenza di Engles alla chitarra, annovera tra le proprie fila altri due musicisti, Ben Flanagan (Trophy Fire) alla voce e al basso e Chris Robyn (Far) alla batteria, magari non troppo conosciuti ma di certo in grado di portare classe, tecnica e creatività in seno alla band.

Se “… And We Explode”, uscito nel 2014, segnò il – già notevole – debutto del trio, all’epoca alle prese con una sorta di melodic alternative metal ancora fortemente contaminato da tendenze *core a livello di sonorità e soluzioni vocali, il nuovo “In Droves” mette sul piatto della bilancia un mix differentemente bilanciato dei medesimi ingredienti.

Fatta esclusione per l’iniziale “Run Rabbit Run”, rispetto al suo predecessore “in Droves” , propone lungo la maggior parte della durata meno scream vocals, lasciando spazio ad un cantato in voce pulita melodico quanto ricercato, in grado di fare la differenza rispetto a varie realtà contemporanee.

Le vocals di Flanagan, non troppo distanti da quanto proposto da Shaley Bourget con Of Mice And Men e  - soprattutto – Dayshell, si amalgamano d’altronde benissimo con un tessuto sonoro di elevata qualità, nel quale l’alternative rock/metal e il progressive rock trovano un ideale punto d’incontro in una serie di canzoni davvero ben riuscite,

“Foxglove” con il suo basso ultra-catchy, la vellutata “Heavy Waves” o la più indie “Dead Ringer” con i suoi riverberi e delay, rappresentano esempi più che mai calzanti di quanto poc’anzi affermato, ma i Black Map arrivano a sfiorare con successo addirittura il pop nell’altrettanto riuscita “White Fences”, decisamente vicina agli U2.

La tavolozza risulta peraltro quanto mai ricca e se il metal e in particolare il *core, come si diceva, sono stati un po’ ridimensionati in termini quantitativi all’interno di questa release non sono tuttavia del tutto scomparsi e basta ascoltare pezzi da novanta come “Ruin” e “Just My Luck”, veloci, dirette e furiose, o la devastante “Octavia”, con il suo groove tritaossa e il retrogusto modern-progressivo per rendersene conto.

Il gran finale viene poi riservato alla superba “Coma Phase”, un ambizioso brano della durata di sei minuti, illuminato da un andamento urgente da un gran refrain, degna conclusione di un album davvero valido, forse non adatto al pubblico metal più ortodosso ma in grado di regalare tre quarti d’ora di buona musica fuori da rigide classificazioni.  

Consigliatissimo.

Stefano Burini

 
80