Recensione: Insert Coin

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Insert Coin’ è il quarto album della band Engine Driven Cultivators, nata a Roma nel 2003 ed oggi sotto l’ala della Punishment 18 Records, che lo ha prodotto e reso disponibile dal 31 maggio 2019.

Dopo il primo ascolto il mio pensiero è stato: ‘come apro il lettore, se non lo blocco subito, il disco entrerà nell’iperspazio’, tanto è intriso di prepotente e smodata velocità. Si, perché gli  Engine Driven Cultivators sono dediti ad un Thrash al fulmicotone, diretto e sfrontato, stracolmo di Hardcore e sfacciataggine, sulla scia di quanto sparato dai Nuclear Assault e dai Municipal Waste, giusto per citare due esempi.

Il loro è un correre all’impazzata senza guardare in faccia nessuno, un modo selvaggio ed iroso di crescere componendo musica tiratissima ed impetuosa in cui credono fermamente, come dimostra la loro discografia, lineare nell’essere estrema e prepotente.

Insert Coin’ è il naturale proseguimento del precedente ‘Back From The Drainpipe’, registrato con la stessa lineup ed uscito quasi otto anni prima. Il lungo lasso di tempo tra un album e l’altro e l’attività live intercorsa, hanno giovato al combo, che ha composto un album maturo, tecnico, preciso e scrupoloso, pregi che non sono andati a gravare sulla sua natura animalesca, che ha fatto emergere, tra le altre cose, anche una sana voglia di divertirsi e di far divertire.   

Per cui gli Engine Driven Cultivators di oggi sono sicuramente meno grezzi rispetto a quelli degli esordi, ma sono giunti ad essere quello che sono senza scendere a compromessi rimanendo, essenzialmente, se stessi: chi ascolta ‘Insert Coin’ deve prima mettersi un elmetto per prepararsi a ricevere una bastonata dietro l’altra, come se i musicisti usassero della mazze da baseball al posto degli strumenti.  

ESC 450

Dieci deflagrazioni, per una durata totale di neanche trentacinque minuti, dove la velocità smodata impazza: brani melodicamente essenziali con una ritmica massiccia che non fa prigionieri, una voce graffiante che lascia il segno, assoli spasmodici che straziano il cuore e cori esaltanti e sostanziali che impediscono qualsiasi tentativo di stare fermi.

Ma qualche imperfezione c’è: a volte lo sparare a mitraglia diventa esagerato e, chi ascolta, può perdere un po’ il filo, come per il sottoscritto, avviene in un paio di canzoni durante le strofe (‘Red Striped Police’ e ‘Toxic Protocol’), ma pazienza … possiamo passarci tranquillamente sopra. Il genere proposto dagli Engine Driven Cultivators apre il fianco a queste sbavature e ci sono gruppi che, anche se di alto lignaggio, sono caduti in trappole ben più profonde.  

I brani grosso modo sono tutti di egual valore. Si pone evidenza sulla cadenzata ‘Purge the Greed of Fear’, l’unica dove non è la velocità a dominare, ma  è comunque carica di dinamismo che devasta, sulla strafottente e divertente ‘Stop that Gorilla’, dove è l’anima dell’Hardcore a primeggiare e su ‘Dual Strike’, un po’ più controllata ma pestata da matti.

Non c’è altro da dire. ‘Insert Coin’ è da ascoltare spensierati, senza andare a cercare elementi innovativi o particolare virtuosismi (che nella realtà ci sono, essendo gli artisti di elevata qualità e sana esperienza). E’ Thrash senza frontiere, privo di contaminazioni, divertente ed oltraggioso, di quello che abbatte i muri. Quello che ci vuole per sentirsi liberi.

 
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