Recensione: Madness

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Cosa diavolo è successo agli All That Remains?

Magari molti di voi non li conoscono o magari li hanno giusto sentiti nominare tuttavia, pur non essendo mai stati dei geni o degli innovatori, è doveroso ammettere che (almeno a inizio carriera) i cinque ragazzi del Massachusetts erano riusciti a ritagliarsi il proprio spazio all’interno della già affollata scena metalcore grazie ad almeno due album di buonissimo valore.

Rispetto all’ottimo “The Fall Of Ideals” (ad oggi con tutta probabilità il loro miglior album, NdR) il calo appariva evidente sin dai dischi immediatamente successivi - già troppo addomesticati per riuscire a lasciare il segno. Niente, ad ogni modo in confronto al sonoro tonfo del nuovo “Madness”.

Mettiamo da parte eventuali idiosincrasie relative al genere proposto dagli All That Remains e antipatie varie nei confronti di Phil Labonte e delle sue (artatamente) controverse dichiarazioni e analizziamo semplicemente la musica: “Madness” è un album sciatto, scialbo e totalmente privo di qualsivoglia ragione di interesse.

Le motivazioni sono ovviamente molteplici e prendono le mosse da un alleggerimento di sound tale da rendere sostanzialmente fuori luogo il loro incasellamento all’interno del metalcore e da un impoverimento d’idee per larga parte della durata dell’album sinceramente imbarazzante.

Più nel dettaglio, ad ogni modo, il problema risiede nelle canzoni, le quali vanno a comporre una tracklist sbilanciata sul versante di una sorta di melodic emo core a tinte alternative davvero difficile da digerire, cui si alternano alcuni episodi all’insegna del modern hard rock più catchy e qualche poco convinto tentativo di revival delle sonorità degli esordi.

L’avvio, con la ruggente “Safe House”, la ruffianissima title-track e la emo-oriented “Nothing I Can Do”, non è peraltro dei peggiori ma l’impalcatura di “Madness” incomincia a traballare in maniera insopportabile con la pretenziosa semi-ballad “If I’m Honest”. Gli All That Remains paiono voler seguire le orme degli Shinedown tuttavia senza possederne le qualità compositive né – men che meno – potendo far affidamento su un’ugola come quella di Brent Smith e il risultato è francamente risibile.

“Halo” naviga in un grigiore totale che pare voler nascondere la mancanza di idee e di spunti vincenti dietro a soluzioni melodiche che potrebbero essere scusabili per un gruppo di teenager folgorati sulla via dell’emo-core, ma non certo per un gruppo di quarantenni in grado di trare fuori qualche buon disco metalcore in passato.

Con la successiva “Louder” incocciamo poi l’ultima canzone ascoltabile di “Madness”: ipermelodica, morbida e decisamente ammiccante nei confronti del tipico sound dei Five Finger Death Punch, non suona molto ATR ma si lascia ascoltare. Da qui in poi il buio.

“River City” è (o vorrebbe essere) una sorta di semi-ballad romantica in realtà talmente goffa, moscia e malriuscita da candidarsi sin dai primi ascolti a brano peggiore in scaletta, per quanto in realtà risulti presto sorpassata nell’infame classifica dalle orripilanti “Far From Home” e “Back To You”, roba che nemmeno il peggior gruppo di liceali americani alle prime armi.

Con il (moderato) rialzarsi del ritmo le cose non procedono tuttavia meglio: “Open Grave” è infatti un emo/metalcore ammanierato a bassissimo tasso di convinzione, mentre “Trust And Believe” vorrebbe fare il verso ai Killswitch Engage senza tuttavia essere in possesso della loro profondità né di un cantante all’altezza e “Never Sorry” appare essere niente più che uno sconclusionato tentativo di dare dinamismo a una tracklist in caduta libera.

Il compito di chiudere in bruttezza tocca infne all’insignificante cover di Garth Brooks “The Thunder Rolls” e sinceramente non v’è molto da dire se non che si tratta dell’(in)degno finale di un disco molto meno che semplicemente insufficiente, un vero e proprio buco nell’acqua.

“Madness” risulta in prima istanza caratterizzato dalla – pur comprensibile – voglia di allargare il bacino ma nel contempo afflitto da mancanza di ispirazione, scarsa chiarezza di vedute e poca conoscenza della materia; difetti che ne affossano senza appello qualsivoglia velleità, con l’aggravante di un’ingenuità e di un pressapochismo assolutamente non tollerabili nel 2017 e men che meno da una band esperta non certo formata da sprovveduti.

Bocciatissimo.

Stefano Burini

 
40