Recensione: Master of Light

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A band of steel eternally, a union of the strong

I Freedom Call sono tornati, con una puntualità tipicamente teutonica, a due anni dal precedente lavoro. La miglior lineup di sempre per la band di Nürnberg, composta dai guerrieri della luce Chris Bay (voce), Lars Rettkovitz (chitarra), Ilker Ersin (basso) e Ramy Ali (batteria), porta seco il fardello di un disco superlativo alle spalle come “Beyond” (2014), un lavoro che si attesta tra le migliori release power metal degli ultimi anni. Difficile fare di meglio con la medesima naturalezza. 
Ammettiamolo, i Freedom Call non hanno inventato nulla nella storia del nostro genere preferito: nati da una costola dei Gamma Ray, hanno sempre innalzato il vessillo dell’happy metal con coerenza e dignità ma senza particolari guizzi di originalità, costituendo in maniera organica, disco dopo disco, il proprio lessico, i propri stilemi ed i propri temi ricorrenti, il proprio pantheon metallico, come da manowariana tradizione. Espressioni come “Happy metal party”, “Power and Glory”, “Union of the Strong”, “Rock the Nation” e “qualsiasi cosa che finisca con -of Light” oltre ad essere titoli dei loro brani, compaiono sovente nei testi della band… ed il nuovo “Master of Light” non fa eccezione. Del resto il “titolo of light” parlava chiaro.
 

Welcome to a world beyond

Ciò che non fa tornare i conti, invece, è l’artwork, nei confronti del quale è impossibile restare impassibili. Terribile. Decisamente fuori contesto rispetto alle illustrazioni immaginifiche dei dischi precedenti, ma anche rispetto a qualsiasi produzione di una band professionista nell’universo conosciuto. Che sia questo l’aspetto definitivo del guerriero della luce? Immediata quanto futile la levata di scudi dei fan alla sua presentazione.
Ma “Master of Light” è un disco brutto-ma-buono. O magari brutto-ma-bello. L’abito non fa il Master e l’illustrazione non fa il disco. Lo si capiva già dal divertentissimo singolo “Hammer of Gods”, col suo riff stile “I Want Out” ed il solito, zuccherosissimo ritornello marchiato Freedom Call.
Secondo singolo estratto dal disco e pubblicato prima della release date è l’opener “Metal is for Everyone”: un brano anthemico, un invito urbi et orbi all’happy metal, sigillato con la presenza dei fan della band nel videoclip ufficiale. Un brano tutto da scapocciare, soprattutto nel blastbeat del giordano-tedesco Ramy Ali. Metal is the law!
Sarà anche un viaggio verso “A World Beyond”, ma con i Freedom Call ci si sente un po’ a casa: soliti ritornelli immediati e ruffiani, ma suonati e composti con grande professionalità. La titletrack “Master of Light” si avventa in reami più narrativi ed epici nella strofa grazie alle chitarre acustiche, attraversa un bridge di cori oscuri, per poi divampare nel solito chorus che sembra per un attimo citare in Metallica nella ripetizione “Master/Master”.
C’è posto anche per qualche sperimentazione più elettronica con le tastiere di “Kings Rise and Fall” e soprattutto nella straniante “Ghost Ballet”, una danza dal sapore retrò su una base ritmica parecchio muscolare. Se nell’ultimo disco mancava la ballad, ecco qui un Chris Bay (intervistato da Truemetal) in versione “Bleeding Heart” (per citare un classico) per “Cradle of Angels”, ballata corale che scoppietta come il focolare nelle gelide notti d’inverno.
I tedeschi continuano a dimostrarsi capaci di azzeccare in ogni contesto la melodia giusta, ne è una prova il chorus arioso di “Emerald Skies”, in un crescendo di epicità con la successiva “Hail the Legend” fino alla più atipica “Riders in the Sky”.
I guerrieri della luce non si esimono dal proporre anche due brani ancora più estremi… in senso opposto, s’intende, contaminati dal rock più scanzonato e radiofonico: i ritornelli di “Rock the Nation” ed “High Up” sono di quelli da cantare in auto in una giornata uggiosa, o saltellando sotto il palco dell’happy metal party
 

Let the good times rock the nation

I Guillem Tell of light Freedom Call hanno nuovamente centrato il bersaglio. Ci troviamo dinanzi ad una band matura, affiatata e più ispirata che agli esordi, che con la sola voglia di divertirsi e far divertire i propri fan riesce a confezionare l’ennesimo disco superlativo e solido, sulla scia del predecessore “Beyond”. Il tutto col minimo sforzo e la massima naturalezza, cambiando  con maestria solo qualche ingrediente di una ricetta già vincente, supportati da una produzione pressoché inattaccabile. Questa band non rivoluzionerà certo un genere tendenzialmente conservatore come il power metal, ma a distanza di quasi vent’anni dall’esordio i “Masters of Light” sono in grado come pochi di farci ancora divertire al ritmo della luce: un’incontenibile ricarica di felicità e spensieratezza sempre più necessarie per affrontare i momenti più duri della quotidianità. 
 

Luca “Ukulelesteen” Montini
 

 
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