Recensione: Morning Light

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Con qualche anno d’esperienza ed un po’ di chilometri macinati tra festival, contest e date in giro per tutta la penisola, i milanesi Never Trust arrivano al meritato traguardo del primo full length in carriera.
Un risultato fortemente voluto da una band sorta già nel 2009, gratificata da numerosi consensi nell’underground nazionale e costretta – destino purtroppo condiviso con molti altri musicisti d’indubbio valore – a perseguire la strada dell’autoproduzione: un metodo necessario al fine di potersi far conoscere in modo finalmente adeguato anche ad una fascia di pubblico più ampia e completa rispetto a quanto concesso dagli angusti confini delle realtà amatoriali.

Una scelta consapevole e lungimirante che, pur avendo di certo comportato un discreto impegno in termini di risorse, potrà, parimenti, rappresentare una reale "occasione" per il quartetto lombardo, lanciato in una ideale e competitiva vetrina mediatica mediante la quale spiccare un significativo balzo in avanti.
I Never Trust, in effetti, sembrano avere parecchie caratteristiche utili nel renderli appetiti ad una audience quanto mai ampia e cospicua nei numeri.
Orecchiabilità sostenuta e linee melodiche facili - sebbene mai dozzinali - perennemente in bilico tra sferzate hard di traccia americana ed evidenti “occhiatine” a certo pop-rock radiofonico, per un meditato equilibrio tra momenti energici e situazioni rilassate. Produzione “rotonda” e moderna (per la quale i Never Trust sono volati addirittura oltre oceano), studiata in modo da mettere in risalto il profilo easy listening delle composizioni e la voce, grintosa e suadente, della singer Elisa Galli, interessante miscuglio tra Skin degli Skunk Anansie e la celebre rock lady, Lita Ford.
E soprattutto, al di là di ogni possibile dettaglio, una manciata di buone canzoni, dotate di ritornelli memorizzabili e di un po’ di particolari che - nell’economia complessiva del disco – contribuiscono a fornire personalità distintiva ad una buona opera d’esordio.
“Morning Light" in tal modo risulta un ascolto fluido e scorrevole, facile da apprezzare e moderatamente aperto ad una più che discreta longevità nel tempo.

Le cose migliori paiono concentrarsi per lo più nelle zone iniziali del cd: l’accoppiata iniziale “Fade Away” e “Worthless”, accogliendo influssi heavy rock anni ottanta che un po’ potrebbero ricordare una versione moderna di Lee Aaron, regalano armonie sinuose che lasciano intravedere una statura compositiva di tutto rispetto, laddove la grinta energica dell’hard rock, viene mediata con soluzioni adatte ad acchiappare l’orecchio anche di chi meno frequenta il settore.
I brani si rendono accattivanti mediante un taglio radiofonico manifesto che, tuttavia, non offre sensazione di essere mezzuccio commerciale fine a se stesso, quanto piuttosto, un buon compromesso tra un’anima hard vecchio stile ed il tentativo – invero discretamente riuscito – di aprirsi verso scenari più attuali. Un esempio su tutti: “Heartbreak Warning” potrebbe senza problemi passare in rotazione in una qualsiasi emittente nazionale e, ugualmente, comparire tra i brani di un’eroina dell’AOR come Robin Beck.
I Never Trust si rivelano poi molto apprezzabili quando infilano canzoni scattanti e spedite come “Honey” e “Lucky Star”, passaggi ancora una volta arricchiti da influenze “trasversali” che, valutate con attenzione, lasciano intendere un potenziale d’ascolto di livello decisamente importante. Un’operazione che potrebbe, per certi versi, essere accostata a quanto proposto di recente dagli svedesi Sister Sin, combo che con il gruppo milanese ha, in effetti, parecchi punti in comune.

Non una band hard rock in senso stretto insomma: i livelli di attenzione per l’airplay e la cura per l’aspetto commerciale si mostrano più volte preponderanti, lasciando intendere come l’intenzione del quartetto meneghino sia quella di raggiungere consensi in ambienti “mainstream”, accoppiando magari il pubblico di assidui ascoltatori rock, con quello più occasionale o meno radicato ai contesti dell’heavy tradizionale.

Ascoltati così, come si propongono ad oggi, i Never Trust appaiono padroni di un equilibrio tra i due “mondi” che li rende piacevolmente fruibili a tutte le orecchie.
L’augurio è che questa stabilità si mantenga inalterata nella forma e nella sostanza ancora a lungo, restando sempre al riparo da rincorse improbabili alla ricerca di un successo a tutti i costi che, con ogni probabilità, rischierebbe di rendere i Never Trust una buona band, priva però della propria anima più vera.
 
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