Recensione: My God-Given Right

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Gli Helloween sono parte integrante della storia del metal: trent’anni di carriera, un esordio "priestiano", milioni di dischi venduti e precoce fama internazionale sullo scorcio degli anni Ottanta, con la nascita di un nuovo genere metal. Di lì in poi le zucche d’Amburgo hanno incarnato il paradosso della nave di Teseo, con numerosi cambi di formazione, che, però, non hanno mai pregiudicato in modo macroscopico la qualità della musica proposta (gli album dei primi anni Novanta a mio avviso restano godibilissimi). Per semplificare, possiamo dividere i tre decenni della loro attività in base alla coppia di chitarristi in line-up: il binomio d’oro Hansen-Weikath (1983-’88); il sodalizio più che fruttuoso Weikath-Grapow (1989-2001); l’attuale e affiatato duo Weikath-Gerstner (2002-2015). Non spendiamo tempo, invece, circa il brusco passaggio al microfono: basti dire che, a oggi, Deris continua a rivelarsi un ottimo songwriter.
Seguendo questa tripartizione, dopo l’esordio d’eccellenza negli Eighties, il dittico d’eccellenza composto da Better Than Raw e The Dark Ride è stato simbolo patente della seconda giovinezza vissuta dal combo tedesco. Per arrivare alla terza palingenesi occorre aspettare proprio gli anni in corso: Straight Out of Hell e, soprattutto, My God-Given Right, come vedremo a breve, si dimostrano due album di assoluto pregio, e dire che ne è passata di acqua sotto i ponti…
MGGR è il quinto disco con line-up “stabile”, il decimo per Deris e il quindicesimo in carriera per gli Helloween, che così raggiungono i padri putativi Maiden per numero di studio album. Registrato al Mi Sueño Studio (Tenerife), prodotto nuovamente da Charlie Bauerfeind, il platter, infine, segna il ritorno delle zucche nel roaster Nuclear Blast lasciato nel 2003. Diciamolo subito, MGGR è un’ora di metal diretto e gustoso. Gli assoli sono godibili, Löble (con gli Helloween dal 2005) sprizza energia da tutti i pori (anche se Kusch era altra cosa), i ritornelli sono ficcanti al punto giusto e gl’inserti di tastiera danno il tocco in più in quanto ad arrangiamenti.
La copertina, opera di Martin Häusler, è spiazzante e burtoniana. I leitmotive dell’album sono, tanto per cambiare, tipicamente teutonici: da una parte il buon Dio, dall’altra guerre, battaglie e affini, ma anche inni al divertimento. Il sacrosanto diritto del titolo, invece, si riferisce alla libertà giovanile di scegliere la strada che più si ama per realizzarsi nella vita: a detta di Deris, così gli parlò suo padre all’inizio della sua carriera nel music business.

Senza il solito intro pleonastico, “Heroes” è un pezzo che non lascia spazio a dubbi: gli Helloween sono più ispirati che mai e Gerstner compone un pezzo col giusto mordente. Großkopf è inconfondibile con il suo basswork corposo (si sente quanto si è divertito nel comporre questo album, come rivelato in sede d'intervista!), il refrain è oscuro e solenne, la doppia cassa sarà la colonna portante dell’intero album. Nell’atmosfera cupa e gasante della traccia, trova spazio un assolo di chitarra, il primo di una lunga serie. Il singolo “Battle’s Won” (firmato Weikath) resterà scolpito nella memoria dei fan per il riff iniziale di chitarra, vero happy metal d’annata. Bene accette anche le influeze heavy e l’arrangiamento piccolo-sinfonico presenti nel brano, che non ha niente da invidiare a “Burning Sun”, se non una mancanza di originalità, che l’avvicina a “The Saints”. D’altra parte dopo trent’anni di carriera il sound delle zucche è quello che è, prendere o lasciare. Il refrain è di nuovo corale e Deris non sfigura. I testi guerrafondai fanno invidia ai migliori Sabaton.
Più originalità nella title-track, anche se la strofa ricorda la melodia di “Power”. Löble si diverte con qualche controtempo, ma sono vincenti gl’inserti di pianoforte. D’effetto anche lo stacco a due terzi del brano. Brano sbarazzino, invece, “Stay Crazy” non è tra i migliori in scaletta, ma si lascia ascoltare; Deris inventa un bel ritornello, sfruttando le sue doti baritonali, questo basta.

Lost in America” è a firma di Deris, il quale punta tutto su un divertissement rockettaro ambientato in America Centrale. Riuscendo a creare un calcolato cambio di atmosfere, è la volta del riff acerbo di “Russian Roulé”, canzone magnetica per la coda chitarristica a fine refrain. Gli acuti di Deris sono un altro marchio di fabbrica delle zucche (come già in "Halloween" e poi in "Occasion Avenue"). Un brano che poteva benissimo figuare in Gambling With The Devil visto il tema “azzardato”. MGGR vive di momenti cupi, tra questi “The Swing of a Fallen World”, mid-tempo smagato nei suoi cinque minuti di durata: sembra tratto dai momenti più cupi di The Dark Ride. Alla faccia di chi sostiene che gli Helloween suonano solo happy metal… Immancabile suono di campana a morto per “Like Everybody Else”, unica ballad del platter vicina agli Angra nell’uso delle seconde voci, ma meno riuscita della pur recente "Waiting For the Thunder".

Altro highlight dell’album, invece, la seguente “Creatures in Heaven”, scritta da Weikath. Si tratta di un pezzo al fulmicotone che miscela synth e dettato anni Ottanta: i Maiden dovrebbero imparare dai cugini teutonici! Accenti autocompiaciuti in “If God Loves Rock 'n' Roll”, filler che ricorda “Final Fortune”. A fine del secondo minuto c’è un passaggio ludico che richiama alla mente gl'inserti midi di “The Game Is On”, poi, dopo un break, Deris presenta i vari strumenti che tornano in gioco uno ad uno (chi ricorda l’intro di “Murder”?)
Gli ultimi tre brani non abbassno il livello complessivo del full-length. Se “Living on the Edge” (composta da Großkopf) ha un ritornello debole, con il trito e ritrito "carry on, carry on" (ma l’assolo nella seconda parte è sostanzioso), “Claws” stupisce con un attacco pirotecnico: sembrano tornati a “graffiare” gli Hellowen di metà anni Novanta! Deris azzarda qualche acuto di troppo, chissà se la sfangherà dal vivo... Come da tradizione, l’ultimo brano in scaletta lascia, infine, un margine minimo di sperimentazione. “You, Still of War” inizia vellutata, quindi subentra la voce effettata e luciferina di Deris. Spicca un crescendo potente, l’uso alato di synth e la doppia cassa mitragliante. Andi stupisce nel ritornello con alcuni acuti, peccato per il finale un po’ frettoloso.

Nella limited edition le tre bonus track, "I Wish I Was There", "Wicked Game" e "Free World", non risultano fondamentali nell'economia complessiva dell'album. Qualche sorriso lo strappa "Free World", nella parte solistica, non certo per le linee vocali nasali di Deris.

Gli Helloween sono una band dall’identità complessa e stratificata nel tempo. Il loro sound ingloba una vena cosiddetta "happy metal", ma anche un lato epico e uno di denuncia sociale (rabbia inclusa). Si tratta di una band che offre di sé un'immagine scanzonata, ma in realtà gode di musicisti dalla perizia tecnica indiscussa. Se volessimo associare una figura animale al combo teutonico forse opteremmo per una serpe infida, anche se a livello iconografico le tante zucche kitsch nei booklet la fanno da padrone.
Venendo a MGGR, non si può negare che a un primo approccio il full-length non stupisca (punti deboli almeno un paio di pezzi "Stay Crazy" e "Living on the Edge"); dopo ripetuti ascolti, tuttavia, il valore dell'album inizia a emergere prepotente e ci si sente soddisfatti di questo nuovo lavoro targato Helloween. La produzione poteva essere migliore, ma non possiamo lamentarci, se ripensiamo ad album come Gambling With The Devil e 7 Sinners. Il valore aggiunto, semmai, è la professionalità di cinque musicisti navigati, con le idee chiare, fautori di un sound coerente fino all’invidia. Speriamo che questa nuova giovinezza duri ancora a lungo e che le zucche d’Amburgo non rientrino a breve nel novero delle vecchie glorie che ormai non hanno più nulla da dire.


with fate on your side
rejoice for evermore
victor to the core
you excelled by all means
went on and on

Yeah!


Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 

 
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