Recensione: No Grave But the Sea

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A 10 anni dal cambio di nome, da Battleheart ad Alestorm, e dalla firma del contratto con la Napalm Records i pirati Alestorm hanno tagliato il traguardo del quinto disco con “No Grave But the Sea”.

Prima di parlare di questo nuovo album bisogna capire con quali intenzioni gli scozzesi (ma ormai neanche troppo, di scozzese è rimasto solo Christopher Bowes) si approcciano alla scrittura di nuova musica; già due album fa, in ‘Scraping the Barrel’, gli Alestorm cantavano:

Many have told us that we can't go on!
That one day we'll run out of lyrics for songs!
But when the time comes to write album four
We'll scrape at the barrel once more!

Molti ci hanno detto che non possiamo andare avanti
che un giorno non avremo più [materiale per i] testi per le canzoni
Ma quando arriverà il momento di scrivere il quarto album
gratteremo il fondo del barile ancora una volta

Quel momento è arrivato tre anni fa con “Sunset on the Golden Age”, album apprezzato dalla critica e dal pubblico, che ha dimostrato che a grattare il fondo del barile i nostri pirati sono stati decisamente bravi.

Gli Alestorm non aspirano a cambiare la storia della Musica, non sono intenzionati ad educare i loro ascoltatori con testi profondi e filosofici; la band si è trovata una propria dimensione ideale di “band da party”, musica che mette allegria e perfetta per accompagnare una sbronza, testi da cantare a squarcigola in compagnia, immagine poco seria, e perché mai un gruppo di pirati alcolisti dovrebbe avere un’immagine seria?

Con questo in mente ci approcciamo a “No Grave But the Sea” e già dalla prima canzone, la title-track, troviamo conferma della mentalità della band: ci si presenta infatti un nuovo inno, ritornello perfetto da cantare in coro, addirittura il ritmo è tale che già dal primo ascolto si riesce immaginare facilmente il pubblico dei loro concerti aggiungere un “Oh, oh!” dopo “Ride the waves, that guide our destiny”, la seconda strofa del ritornello.

La seconda canzone, ‘Mexico’, ci è già nota essendo stata pubblicata come singolo e continua sullo stesso tono, un pizzico di umorismo in più con un Chris Bowes che sul finale “ordina” tre Margarita ed un taco completamente a caso (ma dopotutto siamo in Messico, no?).

Con ‘To The End of the World’ abbiamo il pezzo più lungo dell’album, quasi sette minuti, e probabilmente il più serio; il ritmo è più serrato, il tono della canzone è leggermente più scuro e anche il testo cerca di essere più serio parlando di un viaggio verso l’orlo del mondo, anche se forse si tratta semplicemente di una citazione di “Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo”.

Arriva poi ‘Alestorm’ dove abbiamo uno delle poche novità stilistiche dell’album con una buona parte della canzone cantata in scream dal tastierista Elliot Vernon; il testo invece è l’ennesimo inno da taverna che sicuramente il pubblico dei concerti degli Alestorm canterà con entusiasmo, “Rum, birra, avventure e idromele, queste sono le cose di cui un pirata ha bisogno!”.

Per la quinta canzone, ‘Bar ünd Imbiss’, ci spostiamo in una taverna tedesca e la canzone inizia con un inedito Chris che canta con uno stile più melodico di quanto abbia mai fatto prima; torna però rapidamente al suo stile classico e nel ritornello troviamo una dichiarazione di intenti simile a quella citata all’inizio della recensione: se nel terzo album prendevano in giro chi li accusava di ripetitività, qui dichiarano eterna fedeltà alla loro natura,

Raise up your tankard, into the sky
Pirates forever from now 'til we die

Alzate i boccali al cielo
Pirati per sempre fino alla nostra morte
”.

L’album prosegue con ‘Fucked with an Anchor”, canzone uscita come singolo il giorno dell’uscita dell’album, probabilmente il pezzo più divertente di tutto il disco grazie alla musica che si fa ancora più allegra e festaiola ed il testo assolutamente demenziale.
Con “Vaffanculo, sei un fottuto segaiolo, ti tireremo un pugno dritto sulle palle” inizia e sullo stesso tono continua: gli Alestorm sono sicuri di loro stessi e del loro pubblico e chi li conosce, e non solo, non può che farsi una sonora risata davanti all’esilarante canzone.

Le canzoni seguenti continuano sullo stesso ritmo, canzoni spensierate, divertenti, a volte epiche e sempre inni impossibili da non cantare a squarciagola fino ad arrivare alla fine dell’ultima traccia, ‘Treasure Island’, dove Máté Bodor si lascia andare ad un pezzo di chitarra acustica di ottimo gusto che chiude un ottimo album.

Sebbene le chitarre non abbiano un ruolo primario nella maggior parte delle canzoni degli Alestorm, Bodor dimostra nel suo primo album con la band di essere un ottimo chitarrista: i suoi assoli sono di ottima fattura e le brevi parti di chitarra acustica pure.
Degno di nota il fatto che il nuovo chitarrista risulta co-autore di 4 canzoni, mentre Elliot Vernon è co-autore di 2 ed unico autore di ben 3 canzoni; fatto particolarmente degno di nota dato che Bowes è stato almeno co-autore (ed il più delle volte unico autore) di tutte le canzoni dei precedenti album, ma nonostante i diversi autori l’album risulta perfettamente omogeneo.

In conclusione cosa dire di questo album?
Gli Alestorm si sono prefissati un obiettivo e l’hanno raggiunto: un album divertente, spensierato, pieno di inni che sono già dei classici, la perfetta musica da festa che volevano scrivere.
Non ci resta che attendere il prossimo concerto per cantare insieme le nuove canzoni, una birra in una mano e i Sette Mari nel cuore.

In coda alla recensione aggiungiamo che, se non bastasse l’album normale, il disco bonus, “No Grave But the Sea For Dogs”, contenente tutte le canzoni con dei cani che abbaiano al posto della voce consacra definitivamente gli Alestorm come band più stupidamente geniale in circolazione.
 

 
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