Heavy Power Speed

Intervista Helloween (Andi Deris)

Di Mickey E.vil - 29 Agosto 2025 - 8:00
Intervista Helloween (Andi Deris)

Quando nel settembre del 1994 acquistai Master Of the Rings, mentre ero in Germania, rimasi semplicemente sbalordito da quanto proposto dagli Helloween, freschi di un importante terremoto all’interno della line-up. Tutti abbiamo pensato la stessa cosa dopo un disco come Chameleon e i più riponevano le proprie speranze di riascoltare un degno power/speed metal solo grazie alle produzioni dei Gamma Ray di Kai Hansen. Ma con un cantante come Andi Deris dei Pink Cream 69 gli Helloween sono stati in grado di tornare agli antichi fasti aggiungendo quel pizzico di hard rock melodico del quale il nostro ospite di oggi è maestro indiscusso! Da allora gli Helloween non si sono più fermati, sfornando senza sosta dischi e mettendo a ferro e fuoco i palchi di tutto il mondo, oggi più che mai con l’ormai consolidata formazione allargata. La parola dunque ad Andi Deris, ingranaggio fondamentale degli Helloween da oltre trent’anni e graditissimo ospite di TrueMetal!

Allora, caro Andi, cosa possono aspettarsi i fan dal vostro nuovo lavoro, Giants & Monsters, e in che modo pensi che differisca dal suo predecessore, Helloween?

Oh sì, direi che è un po’ più positivo. È un po’ più: “Happy, happy Halloween!”. Probabilmente è anche un po’ più vario, un po’ più di alti e bassi, come delle belle montagne russe, ma questo riguarda probabilmente solo chi ascolta l’album. Quindi sì, ancora una volta abbiamo cercato di inserire tutte le “spezie” degli ultimi 40 anni. Forse una spezia manca, secondo me. Dal mio punto di vista, qui non c’è traccia di Walls Of Jericho. Quindi, il primissimo album che i ragazzi fecero con Kai Hansen alla voce. Ma per il resto, per me suona come un bel mix, più o meno come i due album Keeper. È anche quella montagna russa: attraversi quegli inni di speed metal melodico, e poi c’è un pezzo rock, come I Want Out’ o Future World’ o qualcosa del genere, e sei felice di tornare allo speed metal dopo uno di quelli. Mi ricorda un po’ quella sensazione, tipo montagne russe.

E com’è stato lavorare con Charlie Bauerfeind e Dennis Ward alla produzione e al missaggio dell’album ai Wisseloord Studios?

Beh, la produzione è filata liscia, con lo stesso team che avevamo nell’ultimo disco. Quindi sì, un team vecchio e ben conosciuto. Il Wisseloord è uno di quei sacri graal della registrazione rock. E quindi mixare un album lì è stato davvero figo. La location è super: sei immerso nella natura, circondato da parchi, grandi studi — non solo uno, ma diversi studi in un unico edificio — e accanto ci sono bar e ristorante. È perfetto per essere creativi perché, come dicevo, sei in mezzo alla natura. Se vuoi collegarti alla vita cittadina, ti fai una passeggiata e in mezz’ora sei ad Amsterdam. Per noi è stato perfetto anche per la listening session, quando c’erano tante persone della casa discografica, della stampa, di radio e televisioni. Ed eravamo super felici perché c’era il miglior tempo possibile. In Olanda ci hanno detto che non era normale: siamo stati benedetti da una giornata super soleggiata, quasi estiva, anche se avrebbe dovuto essere una fresca, se non fredda, primavera. Improvvisamente ci siamo ritrovati in un giorno d’estate, e per l’umore e la sensazione generale era perfetto. Ho davvero amato quel posto.

E cosa pensi della solita, straordinaria, opera d’arte di Eliran Kantor?

Sì, Kantor è super importante, perché è così che è iniziato tutto, a partire dagli album Keeper. È uno dei pochissimi che ancora dipinge a olio e crea tutte queste copertine favolose. Gli originali sono mozzafiato. Purtroppo bisogna sempre ridurli al formato vinile o persino CD. Quindi l’artwork deve mantenere comunque un certo impatto anche su una piccola copertina di CD. E lui è l’uomo giusto. Riesce a farlo. E si percepisce che è arte, anche su un CD, dove normalmente l’arte viene distrutta. Guardi la copertina e realizzi: «Ok, sì, l’originale sarà pazzesco» — e lo è davvero. Ma si sente: leggi tra le righe, io odio le copertine dei CD, perché riducono tutto a una schifezza. Per me il vinile è la via maestra. Adoro guardare gli artwork, non solo i nostri: ce ne sono tantissimi fantastici che puoi apprezzare sul vinile perché è ancora abbastanza grande. Lo tieni in mano, lo puoi appendere al muro. Con il CD, non so, ho ancora un problema. Ma sento la gente che mi dice: «È comunque meglio dello streaming, la qualità è migliore». Io rispondo: «Sì, lo so, lo rispetto ma resto un tipo vecchia scuola» (ride). Amo il vinile.

E per quanto riguarda la scrittura delle canzoni: puoi descriverci la genesi di un brano degli Helloween quando è composto da te?

Beh, quando compongo una canzone, in realtà sono un hobbista che se ne sta sul divano o in giardino con la chitarra. La maggior parte delle volte ho una Les Paul sulle ginocchia, a volte una Telecaster. Sono le mie chitarre preferite. Mi diverto a suonare come un hobby, strimpellare, pasticciare. Prima o poi capita che penso: «Oh, cosa ho appena suonato?». E allora cerco di riprodurlo. Se è ancora figo, lo registro. Può essere un’idea di riff, o un arpeggio carino. Può essere di tutto. Colleziono idee. Quando arriva il momento di scrivere seriamente, scorro tutte le idee registrate nelle ultime settimane o mesi e scelgo le mie preferite, o quelle per cui ho già un’idea iniziale: «Ok, questo potrebbe andare in quella direzione». È come un puzzle: creo i miei pezzi di puzzle, e quando è il momento cerco di completare il quadro (ride).

In ambito live, cosa dovrebbero aspettarsi i fan italiani dal vostro show a Milano il 19 novembre?

Beh, tanti piccoli cambiamenti. La presentazione scenica sarà probabilmente micidiale. Abbiamo alcune tecniche mai provate prima per presentare certe cose. Non posso dire troppo, ma sono rimasto sbalordito da ciò che la tecnologia permette oggi. Abbiamo cercato di combinarla con la nostra roba vecchia scuola. Penso che al pubblico piacerà. I brani toccheranno tutte le decadi, come sempre, ma ci saranno tante canzoni mai suonate, anche da 20 o 30 anni. Grandi sorprese nella scaletta. Certamente, non preoccupatevi: i più grandi successi li suoneremo sempre. Non possiamo lasciare il palco senza certi pezzi, altrimenti ci ammazzano! Ne siamo consapevoli (ride). Ma ci prenderemo il nostro tempo: lo show durerà due ore e venti, due ore e trenta. E ci sarà anche una grande band ospite speciale, i Beast In Black, con 75 minuti di show prima di noi. Un pacchetto davvero grandioso.

Guardando indietro, quali sono i tuoi ricordi più cari dei giorni di quello che, a mio parere, è quell’immenso capolavoro intitolato Master Of the Rings? Come funzionò allora il processo di scrittura, registrazione e produzione?

Beh, a quel tempo, onestamente, fu un casino, perché quando entrai nella band lo studio era già stato prenotato. Quindi stavo saltando in una, si potrebbe dire, pentola di acqua bollente (ride). Avevamo solo due settimane e mezzo, nemmeno, in realtà poco più di due, sì, due, due e mezzo al massimo. Weiki, Michael Weikath ed io preparammo tutte le canzoni (per dovere di cronaca: tre brani – tra i quali il singolo ‘Mr. Ego’, “dedicato” a Michael Kiske – sono firmati da Roland Grapow). Fortunatamente c’erano abbastanza idee sul tavolo. Quindi dovevamo arrangiare tutto in due settimane e mezzo. E sì, è davvero possibile farlo quando hai le idee sul tavolo, idee che ti catturano. E per fortuna, Weiki aveva grandi idee che a me piacevano, e io avevo grandi idee che piacevano a lui. Quindi, sì, mettere insieme le teste per due settimane e mezzo, svegliarsi con un gran mal di testa e dire: «Oh, cazzo, ce l’abbiamo fatta, vero?» (ride). Quando entrammo in studio, era piuttosto chiaro in che direzione si andava. Ricordo persino che avevo ancora tre, quasi quattro canzoni per le quali non avevo scritto i testi al 100%. Non ero mai entrato in studio così impreparato, mettiamola così. Quindi tutto doveva essere fatto in due settimane e mezzo. E in studio c’era tantissimo lavoro per me: finire i testi, finire le linee vocali e tutto il resto, che era ancora un po’ nell’aria. Ma ce l’abbiamo fatta. Non direi che fu molto divertente, perché non c’era tempo di godersela: fu semplicemente un mese di lavoro brutale per le registrazioni. Il divertimento arrivò quando ascoltammo il risultato finale. Io e Weiki ci guardammo e sorridemmo dicendo: «Beh, ce l’abbiamo fatta, no? Suona alla grande». Il produttore era Tommy Hansen all’epoca, ed era super soddisfatto, disse: «Non so come ci siamo riusciti, ma ci siamo riusciti» (ride).

Eravate consapevoli di star consegnando una pietra miliare nella storia degli Helloween?

No, per niente. Per niente. Sai, cercavamo solo di fissare tutto su nastro il più velocemente possibile, perché il tempo di studio era limitato. Come dicevo, solo due settimane e mezzo di preparazione per arrangiare davvero i brani. E sì, era un periodo troppo duro per pensare: «Stiamo consegnando un capolavoro» o qualcosa del genere. Assolutamente no. Fu piuttosto la pressione a darmi la consapevolezza che sotto pressione riusciamo a lavorare davvero bene. Ma onestamente, dopo una produzione del genere, chiunque avrebbe avuto bisogno di almeno tre settimane di vacanza alle Seychelles o alle Maldive per staccare davvero. Cosa che non ci fu nemmeno permessa. Dopo la produzione partimmo subito per il tour promozionale, che durò quattro mesi e mezzo in giro per il mondo, presentando il nuovo cantante — cioè me stesso — e il nuovo album. Fu un periodo da sogno, per così dire. A volte un po’ da incubo, perché senza sonno non hai un buon umore, almeno per quanto mi riguarda. E Weiki è lo stesso: siamo entrambi Leone. E un Leone senza sonno… Morde (ride)! Ma guardando indietro, potrei romanticizzare tutto. Guardando indietro, sembra tutto grandioso. Durante il tour promozionale di Master Of the Rings ci rendemmo conto: «Ok, la gente è impazzita per questo disco!». Raggiungemmo oro e platino solo con i pre-ordini, nemmeno con le vendite reali, solo quelle che i negozi fecero in anticipo. Fu un periodo incredibile, come ho detto, un sogno, a volte con una punta di incubo perché tutto era concentrato in tre o quattro mesi. Sì, guardando indietro, come ho detto, potrei romanticizzarlo, ma ricordo anche che fu un periodo maledettamente duro. Ci mettemmo dentro tantissimo lavoro.

Al di fuori del metal, quali generi musicali ti piacciono di più?

Oh, dipende da… Voglio dire, quello che proprio non mi piace è la musica puramente elettronica. È qualcosa di freddo, senza cuore. Non fa per me. Quindi quando spunta fuori qualcosa di elettronico, mi tolgo di mezzo. Si parte dalla techno e simili, o persino il reggaeton. Vivo alle Canarie e qui hanno questa merda elettronica di reggaeton ovunque. È sempre la stessa cosa, sempre questo dum, ba-boom, boom, dum, ba-boom, boom, dovunque vai. E prima o poi mi fa saltare i nervi. Quindi questi tipi di musica non mi piacciono. Ma tutto il resto sì. Voglio dire, si va da Brahms e la musica classica, fino persino a roba pop che ascolto occasionalmente, senza nemmeno conoscere i nomi degli artisti. Ma a volte sento qualcosa e penso: «Ok, è musica figa, è decente». Può essere qualsiasi cosa che mi faccia dire: «Sì, mi piace!». Sì, dalle ballate ai Korn, Deftones o persino gli Sleep Token, che ho ascoltato di recente e ho pensato: «Ok, suona alla grande!». Ci sono buone idee, è musica viva, ha anima. Quindi sì, tutto va bene. Se mi chiedi qual è la mia musica preferita: rock, metal. Ma ascolto di tutto, purché non sia elettronico.

Forse solo i Kraftwerk hanno funzionato bene con l’elettronica all’epoca…

No, nemmeno loro. Non mi sono mai piaciuti, perché se c’è troppo sintetizzatore o tastiere, non fa per me. Sono un chitarrista, probabilmente per questo non amo la musica dove non c’è una chitarra suonata davvero. Per fortuna non siamo ancora in grado di copiare un buon chitarrista con l’IA. E penso che ci vorranno altri cinque o dieci anni. Ma io mi godrò alla grande questi cinque o dieci anni senza chitarre suonate dall’IA (ride)!

Speriamo ci voglia di più! Vivi a Tenerife da circa 30 anni ormai. A parte qualche problema legato a Bruxelles che una volta hai menzionato, com’è la vita quotidiana lì?

Beh, è piuttosto tranquilla, se vuoi. Abbiamo cercato apposta una piccola città in mezzo alla follia, per così dire. Siamo in mezzo a due metropoli, sul lato nord dell’isola, che è la parte verde. Se ho bisogno di un po’ di azione, ho la scelta: 15 minuti a sinistra o 15 a destra e sono nel pieno della confusione. La maggior parte delle volte scelgo di no, perché qui ho tutto ciò che mi serve. Non è un piccolo pueblo, è un grande villaggio, in realtà. Abbiamo, per esempio, 12 supermercati nella nostra cittadina. Ho una spiaggia bellissima lì sotto, posso scendere a piedi in 20 minuti ed essere al mare. È un bel percorso, non sulla strada, è un sentiero naturale, nemmeno pericoloso. È il posto ideale per me. Ho il mio studio qui, quindi non ci si annoia mai. Ci troviamo benissimo. È una comunità molto internazionale e multinazionale. Abbiamo giapponesi, spagnoli, canari, canadesi, un francese, una coppia italiana qui, un’altra coppia italiana lì. Multinazionale. Lo adoro, perché quando vai per strada e parli con la gente, lo fai in spagnolo. Se mi fossi trasferito in un’area tedesca, e ce ne sono parecchie qui, credimi, probabilmente non parlerei nemmeno una parola di spagnolo, perché in una comunità tedesca parleresti solo tedesco. E abbiamo cercato di evitarlo. Non solo per noi stessi, ma anche per nostro figlio. Volevamo che crescesse in una comunità internazionale e non tedesca. E ha funzionato benissimo.

Hai ricordi personali legati all’Italia?

Beh, l’Italia, sì. Ci sono stato giusto l’anno scorso. Eravamo turisti in piena regola a Roma, perché mia moglie non l’aveva mai vista. E ho detto: «Ok, questa è una visita obbligata. Questa è Roma». Così abbiamo passato una settimana a Roma, visitando anche sua zia, perché ha sangue italiano. È stato bellissimo. Io personalmente ho visitato molti posti in Italia, e la amo per città come Roma, Bologna, Firenze. Mi sono innamorato della storia e di tutto ciò che la riguarda. C’è così tanto da sapere e da imparare, se solo lo vuoi. Sì, puoi dire che sono un turista sfegatato. Quando si tratta d’Italia, vado sempre in giro a bocca aperta dicendo: «Oh, cazzo, che meraviglia! Oppure: che bello! Lo sapevi che nella storia, bla bla bla». Ho anche fatto l’esame di laurea in Storia. Sono ancora molto interessato a queste cose. E bisogna ammettere: la storia europea, tramite il Vaticano, si è formata lì, in Italia. Ne sono ben consapevole. Sono molto curioso e voglio sapere tutto ciò che non so ancora. Sto ancora imparando. È uno di quei Paesi dove la storia è accaduta. Probabilmente uno dei più importanti al mondo, forse accanto alla Cina, e quello era Roma. Quindi sì, super importante, super interessante per capire da dove arriva la nostra cultura. Complimenti (ride)! Il vostro paese è bellissimo. È anche un posto dove potrei immaginare di vivere, magari più al sud, dove fa costantemente più caldo. Ma alla fine abbiamo scelto le Canarie. Direi per caso, perché i miei genitori erano qui in vacanza. Mia madre mi chiamò mentre ero in Giappone in tour e mi disse: «Siamo alle Canarie. Devi vedere questo posto, ti piacerà». E ammetto che non sapevo nemmeno dove fossero le Canarie. Pensavo fossero nel Mediterraneo, tipo Maiorca, finché non ho scoperto: «Ok, sono isole africane in mezzo all’Atlantico sotto il governo spagnolo. Ok». E ci sono piaciute. Anche mio figlio le adorava. Così decidemmo di provarci per quattro anni. La scuola elementare dura quattro anni, quindi avrei comunque dovuto spostarlo dopo. Ma alla fine siamo rimasti.

Quale messaggio finale e saluto manderesti ai tuoi fan italiani che ti aspettano a novembre?

Beh, come sempre, Italia, sapete di essere fantastici. Quando veniamo lì è sempre follia. Siete pazzi! Grazie per averci aspettato, grazie per essere pazzi! Non vedo l’ora di essere lì. L’unica cosa che desidererei per me stesso è suonare in più posti in Italia, non solo a Milano e magari tutte quelle città grandiose dove abbiamo suonato anni fa, come Firenze, Bologna, Roma ovviamente. Ci sono così tante città in cui si potrebbe suonare. Spero solo che riusciremo a suonare più concerti in Italia. Voglio vedere di più (ride)!