Recensione: Noise Floor

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Gli Spock’s Beard, insieme agli svedesi The Flower Kings, sono gli alfieri indiscussi del neo-prog anni Novanta e coloro che hanno fatto conoscere questo tipo di musica ricercato alle generazioni più giovani. Con un ventennio di carriera alle spalle (celebrato con l’uscita The First Twenty Years) e superati due stravolgimenti di line-up (nel 2002 e nel 2011), il gruppo statunitense taglia il traguardo del tredicesimo album in studio, il settimo senza Neal Morse al microfono e il terzo con Ted Leonard (Enchant, Affector, Thought Chamber, Transatlantic). Da segnalare, altresì, il ritorno dello strepitoso drummer Nick D’Virgilio, anche se solo in sede di registrazione (per i tanti impegni difficile seguire la band on stage).

Leggendo i commenti rilasciati dalle barbe all’uscita del disco, l’idea di fondo che emerge è quella di un disco che non ha richiesto tre anni per essere assemblato, ma è nato in modo graduale attraverso l’apporto di tutti i musicisti coinvolti. Va ricordato che il modus operandi degli SB consiste nell’ideare singolarmente alcune canzoni (provvisorie), per poi proporle ai restanti compagni e, con il loro beneplacito, iniziare a incidere in studio. Il risultato è un periodo di “decantazione” dei demo e un vaglio da più punti di vista che non può che far bene alla qualità complessiva messa in campo; poco male se, come apprendiamo, un pezzo cui andava fiero Leonard debba aspettare futuro migliore per vedere la luce su microsolco... Per il resto Noise Floor non è un concept album e l’artwork, insieme al titolo, nascono senza un motivo preciso, ma risultano accattivanti perché evocativi. Il tentativo compiuto da parte di Alan Morse & Co. è stato, semmai, quello di rendere i pezzi in scaletta “more melodic” e “more immediate”, per cercare di allargare un minimo il pubblico di ascoltatori, senza però snaturare il sound storico della band.

Rassicurati da questa ricerca d’equilibrio sonoro, iniziamo l’ascolto dell’album, che dura circa 50 minuti e si divide in otto tracce. “To Breathe Another Day” è un opener di quelli ben riusciti, buona l’ispirazione, il refrain convince; tanti i rimandi agli Yes, ritroviamo l’inconfondibile basso imbizzarrito di Meros, il tocco di Morse, ma anche l’hammond di Okumoto e il lavoro sopraffino alle pelli di Nick D’Virgilio. Resta Leonard all’appello… più avanti daremo un giudizio anche sulla sua prova al microfono. Malinconica e cullante la successiva “What Becomes Of Me”, una ballad basata su un tema modulato semplice ma sentito. Probabilmente sarebbe stato meglio sfrondare la traccia dagli elementi più proggish (soprattutto all’avvio) per lasciarla più sobria ed efficace a livello emotivo. Gli SB dimostrano, comunque, un buon eclettismo e così i primi istanti di “Somebody's Home” vedono un arrangiamento pseudo-folk, poi saranno chiamati in causa violini, viola e violoncello. Un brano dalle buone potenzialità, ma che a tratti risulta dispersivo, tra tempi dispari e un ritornello troppo urlato. Ed è la volta della composizione più lunga in scaletta: “Have We All Gone Crazy Yet”, pur non essendo una suite da venti minuti, richiede un’attenzione particolare. Si parte con un assolo di sintetizzatore che richiama la PFM, poi una linea vocale bassa di Leonard che sembra Daniel Gildenlöw. La lunga parte strumentale che occupa il resto della composizione si rivela un labirinto sonoro a tratti oscuro e insano: come da tradizione i losangelini mantengono nel loro sound un aspetto apollineo e uno inquieto e balzano. L’incipit di “So This Is Life” è la quintessenza del lisergico, vengono in mente i Beatles e i Pink Floyd. La voce di Leonard è filtrata in modo massiccio e non manca un assolo di Morse che punta troppo su alcune asprezze. Dopo questa parentesi simil-Marillion, le barbe ripropongono il loro sound più solare con “One So Wise”, che incede al ritmo di un 7/8 e strizza l’occhio, di nuovo, alla band di Jon Anderson. Okumoto utilizza anche un synth di organo (immancabile pure nei “coetanei” Arena); il brano presenta una finta conclusione attorno al quinto minuto, salvo poi rinascere dalle proprie ceneri con una serie di exploit solistici da puro rodeo sonoro. Prima della fine del disco, “Box Of Spiders” è la strumentale che dà modo ai nostri di mettere in mostra le proprie doti d’improvvisazione, rivaleggiando con i Gentle Giant che furono. Un pezzo circense con mille cambi d’atmosfera, vicino a quanto proposto con “Skeletons at the Feast” (da “Spock’s Beard” del 2006) e “Kamikaze” (da “X” del 2010). Senza soluzione di continuità chiude le danze la struggente “Beginnings”, tipico pezzo da epilogo con i fiocchi. La voce di Neal Morse ci starebbe benissimo, ma anche Leonard ha frecce al suo arco. Veniamo a lui, il singer dalla voce ipermelodica svolge a dovere il suo compito, conferisce anima i pezzi, però si percepisce come fatichi a entrare nell’alchimia della band, bisogna dare ancora tempo al tempo. Per chi non si accontentasse dei cinquanta minuti di Noise Floor, all’album si aggiunge un EP, Cutting Room, con quattro canzoni brevi. Diciamo che si tratta di un quarto d’ora di musica più easy listening e che “Bulletproof” vince il premio di song più catchy, ma anche “Vault” si dimostra un pezzo valido da riascoltare più volte. Se, invece, volete un divertissement strumentale dopo “Box Of Spiders”, i duecento imprevedibili secondi di “Armageddon Nervous” (con un drumwork sopra le righe) faranno al caso vostro.

In definitiva Noise Floor è un album in pieno stile Spock’s Beard, una band la cui discografia ormai inizia a essere difficile da ricordare a menadito. Hanno fatto della costanza e della coerenza il loro trademark primario, inutile chiedere loro di inventare chissà che di nuovo. Mentre speriamo che pure i TFK prima o poi tornino sulle scene e attendiamo il debutto dei The Sea Within, accontentiamoci di quest’ora di musica targata SB, è pur sempre prog. rock d’autore.

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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