Recensione: Oath of the Storm

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Oath of the Storm” è il secondo full lenght dei Trollwar, corpacciuta compagine canadese (sono di Alma, in Quebec) attiva dal 2011 e dedita ad un aggressivo folk metal screziato di death melodico e che si erge sopra un incisivo apparato sinfonico. Dato che ciò potrebbe voler dire tutto e niente, permettetemi di spendere due parole in più per inquadrare un po’ meglio il territorio in cui ci spostiamo: prendete gli Ensiferum e aggiungeteci… beh, niente! Ok, a parte gli scherzi: se da un lato mi sembra innegabile che la celebre banda di scavezzacollo finnici e la loro immediatezza impattante costituiscano una base importante per i sette canadesi, è altrettanto insindacabile che nell’amalgama dei nostri si senta anche l’influenza di gruppi come Equilibrium, almeno per quanto riguarda l’apporto orchestrale e la maestosità di certe atmosfere, e dei Finntroll, la cui aura casinista e rissaiola traspare in più di un'occasione dalla proposta dei nostri sette canadesi. La sapiente fusione di queste linee guida contribuisce a dar vita a brani rapidi e feroci ma al tempo stesso melodici, caratterizzati da un umore di fondo abbastanza nero ma permeato da un dinamismo quasi scherzoso, con le melodie danzerecce della fisarmonica che si rincorrono per buona parte del lavoro sorrette, però, da un impianto metallico decisamente sferzante, a tratti quasi ferino, e da orchestrazioni mai invadenti ma neanche relegate in un angolo. Se da un lato questo particolare fil-rouge inquadra “Oath of the Storm” in un filone preciso, con tutto ciò che ne consegue sotto l’aspetto creativo e delle tempistiche (album del genere erano già abbastanza inflazionati una decina d’anni fa, adesso rischiano pericolosamente di essere etichettati come fuori tempo massimo), dall’altro gli permette di prendere le distanze dai gruppi che trattano la materia solo come una interminabile sequenza di melodie simil-humppa tutte uguali infarcite di grugniti di vario genere, divertenti finché si vuole ma che, francamente, già dopo cinque minuti mi fanno venire l’orticaria. Posto che simili melodie si trovano anche qui, va dato atto ai nostri di averle sfruttate davvero in modo eccellente, concedendo maggiore attenzione alla costruzione di un impianto sonoro un po’ più elaborato e maestoso senza, per questo, scadere nella tronfia ed ampollosa spacconeria di certi loro colleghi. Dieci tracce, più una intro e una outro, per un’oretta di musica battagliera e frenetica in cui i nostri canadesi si divertono a elaborare la lezione impartita dai maestri anzidetti confezionando un album che, nonostante non aggiunga nulla alla già corposa scena folk, si lascia ascoltare senza problemi grazie a canzoni solide, un tasso di coinvolgimento tutt’altro che disprezzabile e un’esecuzione precisa e con il giusto livello di fame.

Dopo l’intro marinaresca d’ordinanza, in cui si lascia intendere la comparsa del kraken che campeggia in copertina, si parte a spron battuto con “The Summoning”, perfetta per inquadrare il genere dei nostri. Melodie scanzonate, rese più corpose da un comparto metal molto ensiferumesco e dai ripetuti cambi di tempo che introducono, di volta in volta, sfumature più sanguigne o solenni, ma sempre marcate strette dal reparto orchestrale. Ritmi sparati introducono “Into Shadows”, traccia diretta in cui la ferocia iniziale viene squarciata da melodie più enfatiche ed improvvisi rallentamenti in cui si fa largo una voce pulita, che troveremo anche in seguito, a spezzare la monotonia dello scream. La successiva “The Forsaken One” introduce, nel suo incedere ora trionfale ora più furioso, una melodia soffusa; l’elemento folk prende corpo soprattutto durante i momenti più rilassati, permeando comunque tutta la composizione con toni meno neri del solito. La successiva “In Defiance” sembra prediligere un’atmosfera più trionfale, d’ampio respiro, con una melodia folk che si dipana tranquilla, cedendo poi di colpo terreno a un’improvvisa accelerazione dal retrogusto black. I sapori folk tornano a farsi sentire dopo il rallentamento più solenne che ospita l’assolo e, tra un’accelerazione e l’altra, ci accompagnano fino alla successiva e decisamente Finntroll-oriented “Hymn for the Vanquished”. Qui l’andamento scandito e saltellante del pezzo e le sue atmosfere sembrano uscite davvero da un lavoro come “Nattfödd”, anche se i nostri cercano di ritorcerlo sfruttando il loro incedere vocale, più isterico e meno arcigno di quello della loro controparte finnica. “Forgotten” e “Omens of Victory” seguono grossomodo la stessa rotta, miscelando passaggi cadenzati e trionfali ad altri più rabbiosi senza dimenticare, naturalmente, le ben note melodie danzerecce che, se nella prima traccia mantengono una certa timidezza, nella seconda pretendono molta più attenzione, fungendo da base imprescindibile su cui costruire il brano. Discorso simile si potrebbe fare anche per “Home of Forbidden Lore”, traccia tendenzialmente più scandita in cui i nostri inseriscono un bel momento più rilassato, caratterizzato da un altro passaggio di voce pulita che contrasta molto bene con l’aggressività incontrata finora. Un incedere nuovamente propositivo apre “Shores of Madness”, altra canzone cangiante dall’impattante anima power/folk: anche qui, alla furia quasi black delle improvvise accelerazioni fanno seguito rallentamenti carichi di pathos. Il vorticoso finale sfuma nell’altrettanto vorticosa apertura di “Winter’s Night”, degno climax dal profumo più enfatico e maestoso che impenna il tasso di trionfalismo nelle melodie, che stavolta vengono tenute a bada in maniera solo marginale dalle sporadiche e rabbiose accelerazioni. Chiude "Oath of the Storm" l’outro sinfonica, anch’essa piuttosto carica dal punto di vista dell’enfasi ma che, ciononostante, trasmette anche quel senso di serena conclusione che fa molto titoli di coda di un film; questo permette ai nostri di porre il sigillo su un album molto ben fatto, agguerrito e gagliardo, che sicuramente farà la felicità dei fan del power/folk metal più dinamico e iracondo; il problema (almeno dal mio personalissimo punto di vista, intendiamoci) è che un album di questo tipo non aggiunge granché alla già inflazionatissima scena attuale, risultando alla fin fine un po’ troppo derivativo e diretto principalmente allo zoccolo duro di fan dei gruppi summenzionati.

 
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