Recensione: Onirica

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Onirica, the sanctuary of mind
It makes our body to die
For all who fell in the dark
Gathering the grapes of wrath
Make a stand against the lie!
Make a stand and fight!


I Wine Guardian (logo luciferino e moniker curioso) nascono nel 2008 a Milano, quando tre giovani musicisti decidono di rifondare una band sciolta quattro anni prima. All’inizio suonano hard rock e classic metal anni ’80, Black Sabbath, Iron Maiden e Dio; gli anni dal 2008 al 2013 sono anni di gavetta, nel 2012 si esibiscono a Brighton, Amsterdam e Dublino. Arrivano a pubblicare il loro primo studio album autoprodotto, Fool’s Paradise, distribuito da Dingo Music. Nei tre anni successivi i nostri si concedono più spazio alla sperimentazione, tra heavy e prog, con Rush, Queensrÿche, Savatage, e Opeth come punti di riferimento. L’artwork è tra i più curiosi e originali che mi siano capitati ultimamente. Campeggia il logo della band e un grezzo tavolo di legno con sopra poggiati un martello e un balocco a forma di tamburino ligneo dal volto sfigurato. Sullo sfondo nero, tre loschi figuri sfocati, ovviamente i baldi musicisti autori di Onirica.
Con un simile biglietto da visita è lecito aspettarsi un sano metal diretto, veniamo all’ascolto. Dopo un prologo recitato a mo’ di mantra programmatico, l’opener “Time Machine” incede con fare diretto e vagamente retrò. Vengono in mente i Queensrÿche, ma anche i più recenti Theocracy (per quanto riguarda le linee vocali pulite e acute). Si respira aria anni Ottanta (vedasi tapping e ritmiche) e il sound dei milanesi punta sulla sottrazione più che sull’accumulo. La title-track riprende all’avvio il testo del prologo, poi le liriche si addentrano in meandri criptici e profetici. I nove minuti della composizione rivelano l’inventiva progressive del combo italiano, a partire dall’arzigogolo iniziale delle ritmiche che ricorda i migliori Savatage. A metà brano compare uno stacco semiacustico che rompe la voluta monotonia della traccia, che si chiude sontuosamente in modo circolare. Cadenze dissonanti all’avvio di “Periphery (Onirica II)”, pezzo tra i migliori in scaletta: cupo, progressive ed eclettico (non manca un momento lisergico da brividi).
The Drifter” regala una prima strofa poetica: “I hauled myself in vain through these blacktops and beyond/I need no hands, nor comets to show me the way/Scarecrow bended by the wind, so I look straight to the ground/Cause I’m not the child of a lesser God.” Le linee di basso tralucono in radi ma raffinati momenti solistici. In definitiva una semi-ballad dall’avvio smorzato e un finale in crescendo. L’ultima parte della suite Onirica “Grapes of Wrath (Onirica III)” già dal titolo richiama gli Opeth che furono. I Wine Guardian omaggiano il gruppo svedese con soluzioni ritmiche chiaramente mutuate da Akerfeldt & Co. ma, nel prosieguo, a queste vanno sommate altre influenze musicali affioranti. Al terzo minuto, ad esempio, è chiarita la matrice heavy del combo italiano.
Penultima traccia e brano più lungo in tracklist, “The Black Decameron” è già allettante a partire dal titolo oscuro. Si parla di inquisizione e di un eremita, a voi scoprire di più. Nei dieci minuti abbondanti della song si respira epicità simil Virgin Steele, ma anche tanta voglia di ammaliare sfruttando l’intrinseco potere avvolgente del metallo. Dopo una sezione acustica, il brano risorge in un’ultima parte trascinante che più heavy non si si può. La conclusiva “Nebula” (singolo che ha anticipato l’uscita del platter), infine, è una hit maideniana dal buon groove e testi “stellari”. L’album finisce, dunque, senza alcun cedimento qualitativo.

Le sensazioni a caldo sono più che positive. L’album dimostra una buona personalità, fatta di teatralità e chiarezza d’intenti. Nota negativa la produzione, non all’altezza per una band che voglia coltivare ambizioni serie. Per il resto Onirica è un viaggio sonoro che regalerà momenti di sincero trasporto ai metallari più navigati.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
75