Recensione: Out of Respect for the Dead

Di Giuseppe Casafina - 7 Novembre 2015 - 11:40
Out of Respect for the Dead
Band: Grave (Swe)
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2015
Nazione:
Scopri tutti i dettagli dell'album
79

IL NUOVO URLO DELLA TOMBA

 

Ogni ritorno in pista dei Grave è roba da lasciare col fiato sospeso ogni cultore del più puro significato del verbo del death metal: spesso snobbata dai più, la formazione svedese si segnala invece per una discografia che non accetta cali di qualità e dei livelli di coerenza ed attitudine semplicemente imbattibili nel campo del death sia svedese che prettamente europeo.

Sin dall’esordio “Into the Grave” il macabro ensemble ha battuto i marci sentieri del putridume più nefasto, fatto di scelte stilistiche essenziali che han sempre guardato alla tradizione senza però rinunciare alla morbosità più pura dell’allora nascente death metal….è il “verbo” di cui accennavo sopra, quel verbo di cui i Grave ne sono forse i più fetidi e decisi predicatori.

Di acqua sotto i ponti ne è passata, ma poco o nulla è cambiato nel suono della Tomba svedese: chitarre che grattugiano riff cupi e taglienti, basso old-school distorto e graffiante, batteria legata alla vecchia scuola del metal estremo ed un growl catacombale come pochi. Elementi essenziali quindi, ma che se messi nelle mani di chi sa bene come miscelarli daranno alla fine un risultano finale impeccabile, regalando ai timpani che sbavano per le sonorità più estreme dei sani momenti di pura estasi godereccia.

Il Metallo della Morte è un qualcosa che i Grave conoscono piuttosto bene dato che quel genere l’hanno praticamente quasi inventato (in ambito svedese) ma che forse solo per meri motivi anagrafici (l’esordio è del 1991) o chissà cos’altro sono passati ‘solo’ allo status di realtà di culto, una di quelle formazioni storiche che saranno pure passate alla storia, ma che vengono sempre viste con occhio eccessivamente scrutatore ed allo stesso tempo poco vispo.

 

MORBOSE SONORITA’, MORBOSA TREPIDAZIONE

 

 “Out of Respect for the Dead” si è fatto attendere, e non poco, soprattutto per il fatto che il primo pezzo diffuso, vale  a dire “Mass Grave Mass,” ha fatto presagire grandi cose sin dal primo ascolto: qui quel pezzo apre il disco, rigorosamente dopo la consueta intro di rito, lasciandosi finalmente ascoltare in una qualità decente che non sia quella di un misero audio-rip di Youtube.

Dopo il pezzo di partenza, i binari sono i soliti: “Flesh Before my Eyes” ci fa capire sin dal titolo che tutto il platter è effettivamente basato su una morbosa ossessione per il mondo dei defunti, come se il titolo da solo non bastasse a definire questa macabra ispirazione di intenti.

Il pezzo è puro ‘rifforama’ in stile Grave, un pezzo death metal semplice e diretto che sai già cosa elargirà lungo i suoi 5 minuti e 18 secondi di durata, tra rallentamenti doom e gli ormai caratteristici riff in palm-muting ossessivi come pochi altri hanno saputo fare nell’olimpo del death metal, conditi con i soliti assoli atonali, che alternano urla demoniache a rari di momenti di calma prima dell’esplosione dell’ennesimo riff spaccaossa.

Sugli stessi binari prosegue “Plain Pine Box”, il riff iniziale è il solito trademark a metà tra il doom (qui con accenti epici che ricordano vagamente qualcosa tra i Candlemass e i Solitude Aeternus) e il death più putrido: si prosegue lenti e marziali, inesorabili come un costante cammino verso le profondità più recondite dell’esistenza, dove ogni cosa profuma di morte e i defunti bramano odiosamente ogni singolo brandello di vita, una sensazione ben scandita dal superlativo mid-tempo che sfocia nell’assolo finale….il pezzo dura poco più di 4 minuti e sinceramente sarebbe potuto durare di più, perchè si ha come la sensazione che la band lo abbia voluto concludere più in fretta, prima del previsto….quell’assolo non era affatto male, perché sfumare il brano così, proprio in quel punto preciso? Sarò incontentabile forse, ma il feeling di ‘brano interrotto’ rimane, anche perché la struttura del brano stesso non è poi così dilatata e lo sfumare arriva proprio prima del ritorno del granitico mid-tempo….proseguiamo, comunque.

Ed è proprio proseguendo che si capisce sin da subito come questo disco degli svedesi sia un pelino differente da qualsiasi altro platter precedente: c’è il tiro, c’è il timbro di sempre ma i brani mi appaiono effettivamente come più semplici, diretti, quasi immediati e la produzione secca e priva di effetti (che dona al tutto un effetto pesantemente ‘schiacciato in faccia’) rende l’insieme musica/produzione ancora più coeso, come se la produzione, appunto, seguisse un filo logico con la forma-canzone adottata nel corso dell’opera.

Non c’è nulla di male in ciò, ed in effetti non ce ne lamentiamo, perché il nuovo “Out of Respect for the Dead” è la solita garanzia di casa Grave, una guerra combattuta in una trincea tra il mondo dei vivi e quello dei trapassati dove quella copertina dai colori lugubri e dal taglio assai Slayeriano si adatta benissimo a delle sonorità così taglienti e secche, mentre il feeling di mazzata lungo la schiena aleggia ossessivamente lungo tutte le note forgiate dall’ensemble.

E’ così che un disco dei Grave deve suonare, o più precisamente è così che un disco death metal deve suonare, le sensazioni che deve dare sono quelle, altrimenti non è death metal.

Quindi, perché questo fiume di parole? Cosa c’è che non va allora, mi chiederete voi?

Tecnicamente nulla, la band è ispirata nonostante le vicissitudini cardiache vissute dal loro batterista e questa è cosa non da poco, lo si nota anche nella successiva title-track, brano che parte come un’autentica mazzata nei denti per poi erigersi a vero e proprio monumento di death svedese puro ed incontaminato con pesantissimi accenti doom che regalano momenti di pura ansia in musica; il brano accelera nuovamente verso le ultime batture con una brevissima sfuriata per chiudere con l’accento finale, ma anche qui la sensazione di brano troppo breve riappare….chissò, forse mi sbaglio o forse anche questo brano poteva e doveva effettivamente durare di più….ma nonostante tutto, le emozioni ci sono e questa volta almeno non vi è alcuna sensazione di ‘interrotto’ bensì solo ‘breve’:ed alla fine francamente conta poco perché onestamente quel che abbiamo sentito finora è proprio un gran bel sentire.

“The Ominous ‘They’” ricorda qualcosa dello storico “You’ll Never See…” ed anche qui la carica è quella giusta, quella che ci si aspetta da loro ed ogni cosa scorre via, fluida come il sangue che cola verso il pavimento una volta che al non più vivo viene inflitta la ferita letale: accelerazioni e parti lente si alternano come da sempre, l’assolo solitamente ululante colpisce nel segno ed il brano si scopre con inattesi momenti di pura atmosfera, ricondotti dal suono di basso cupo e tagliente verso la lenta ripresa verso un cammino inesorabilmente funereo, dritto verso il finale, in realtà prodotto da un’ultima battuta di resa dopo alcuni secondi di lugubre silenzio assoluto (folli!).

Anche in questo caso brano lento ma dalla struttura scorrevole per soli 5 minuti e mezzo di durata, ma decisamente meglio strutturati.

Si riprende a sudare caldo (o freddo, fate voi, che forse è più in tema) con il ritmo serrato delle prime battute, violentissime, di “Redeemed through Hate”, un’altra maestosa dimostrazione di come il death Grave-style sia tuttora efficace e in grado di colpire dove serve grazie ai riff semitonati che puzzano di catacomba, quei rallentamenti, quei soli di chitarra, quei mid-tempo. Le solite cose, si userebbe dire, sentite anche pochi brani fa, ma variate con siffatta esperienza da gente che, come già detto, esegue il proprio dovere ancora con passione. E si sente. Per nostra fortuna.

Il finale sfuma nella seguente “Deified”, con i suoi tempi di batteria hardcore che scandiscono ogni singola battuta con magniloquenza ed una parte centrale (come al solito in mid tempo) semplicemente mozzafiato, pura estasi sonora per chi vive di queste sensazioni e ama queste sonorità. Decisamente vario per cambi di atmosfera e tempo, più di tutti i restanti brani del platter, “Deified” convince con il suo rumorismo morboso che sfocia spesso nell’energia nera più pura. Sicuramente il brano più carico in termini di quantità di riff di tutto l’album.

Ci si avvicina a rotta di collo verso il finale con “Trail of Ungodly Trades” e quel suo riff puzzolente di zolfo come la buona scuola del death metal più crudo insegna, un brano che non inventa nulla (come tutto il disco d’altronde) ma che si lascia ascoltare ben più che per vano piacere in quanto le soluzioni vincenti e la varietà di stili ed atmosfere abbondano anche in questo episodio e la miscela fetida anzi raggiunge picchi di grazia che sublimano il palato più morboso, miscelando come sempre fatto finora i soliti ingredienti….la differenza sta tutta nel fatto di chi li miscela ed i Grave, si sa, sono una garanzia (ma questo lo abbiamo ripetuto fino alla nausea), senza contare che solo loro sarebbero stati capace di sfornare un riff finale che unisce il caratteristico riffing Grave-style ad un piglio quasi rock-oriented, sfumando verso gli ultimi sospiri del brano con putrida grazia.

Ed eccoci giunti al monolite finale dell’album, in tutti i sensi con i suoi quasi 10 minuti di durata: “Grotesque Glory” parte con il riff più lento e semplice di tutto il disco, evolvendo nell’atonalità più orrorifica che si unirà poi al classico cantato strozzato e malevolo ed i consueti riff che qui si fanno più ‘Sabbathiani’, forse soprattutto per via di quel drumming, puramente doom metal, che si avvale della doppia cassa unicamente nei momenti di presenza vocale. Il solo vorticoso e velocissimo che segue è pura antitesi rispetto alla lentezza catacombale del brano mentre il riff portante si ripete più volte nel corso in più varianti lungo tutta la struttura del pezzo, fattore che ne enfatizza la natura ‘Sabbathiana’. Poi si alza il ritmo, incuranti dell’alone di rigor mortis che aleggia su tutto il disco ed ecco che il già citato riff portante viene adattato a sua volta al nuovo cambio di tempo. Si rallenta nuovamente con un riff che è paura pura, brivido sulla schiena che trasmette inquietudine e senso di buio, mentre il basso in sottofondo prende diramazioni che esulano dalla tonica e donano al riff stesso un carattere ancora più maligno: giusto il tempo di un ultimo riff, un’ultima corsa verso quel mondo dei morti decantato nel corso di questa ultima, macabra avventura targata Grave, un ultima schitarrata dal tono iper-saturo, esageratamente armonico e gonfio (ovviamente in senso positivo), come firma finale di un testamento ormai compiuto.

L’analisi track-by-track giunge alla fine e nel complesso il disco è ben più che ordinaria amministrazione, qui c’è qualcosa di più….

 

IL TESTAMENTO FINALE

 

….si, perché nonostante tutto l’organicità straordinaria di questa opera ultima riesce a farci superare quei piccoli difetti di alcuni primi brani dell’album, come già detto forse troppo brevi anche se comunque nel complesso non è nulla di così tragico. Il disco sembra avere più corposità e interesse nella seconda metà più che nella prima, ma non che la prima parte sia da buttare anzi, solo che l’effetto di ‘semplificazione’ e ‘abbreviazione’ dello stile Grave pare riuscito con qualche sbavatura in meno.

Insomma, l’ennesima garanzia: forse molti al primo ascolto potranno trovarlo anonimo (come è successo anche al sottoscritto, temendo un grosso amaro in bocca), ma basta anche solo un secondo ascolto più ragionato per capire che siamo al cospetto dell’ennesimo disco di livello della ‘dinastia’ Grave.

Tutto si miscela alla perfezione tra la produzione cruda, l’artwork, il comparto lirico, il songwriting più lineare e svezzato che permette l’assimilazione decisamente più indolore di brani dalle strutture ricche di partiture differenti ed estranee.

Roba per pochi eletti insomma, perchè il viaggio nel mondo di coloro che non son più in vita non è mai stato così attraente.

Fatevi sotto, se ne avete il coraggio, l’Aldilà vi attende.

Ultimi album di Grave (Swe)