Recensione: Pantheon Of The Nightside Gods

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Il progetto dei Belzebubs, che ricorda parecchio ciò che fecero i Gorillaz anni fa, nacque prima di tutto dal fumetto omonimo disegnato dalla mano di J.P. Ahonen. Finlandese, ovviamente, ebbe la grandiosa idea di creare una striscia basata sul genere più serio ma più preso in giro dell’universo metallico: il reggae! Credevate forse che fosse il black metal? Scherzi a parte, la striscia divenne presto un libro edito anche in Italia e da cosa nacque cosa: iniziarono a circolare delle demo con JP e “qualche amico” di JP coinvolto e il tutto viene messo sotto contratto dal colosso Century Media che, come un cane da trifola, ne fiutò le potenzialità commerciali.

Ovviamente un progetto del genere musicalmente scaturito dal nulla deve far parlare a più non posso, ecco quindi servito sul piatto il più grande degli specchietti per le allodole: l’identità nascosta dei membri del gruppo! Queste trovate servono al giorno d’oggi anche più della musica stessa, quindi via col Totocantante: chi si cela dietro i Belzebubs? La somiglianza della voce con quella di Niilo degli Insomnium è alta, come sono grandi le somiglianze in fase di arrangiamento con la band autrice del magnifico Winter’s Gate, di più però non sappiamo e sembra anche che questa linea di pensiero sia stata smentita.

Come va trattato quindi un prodotto del genere? Con un processo alle intenzioni o come un semplice disco di melodeath finlandese? La sensazione di trovarci davanti a un qualcosa creato a tavolino è presente e costante; ciò però don dovrebbe inficiare il giudizio su un lavoro che, audio alla mano, non è affatto male nonostante la presenza di alcuni difetti non proprio sorvolabili.

Il brano posto in apertura del disco, Cathedrals Of Mourning, è riuscitissimo e presenta un assalto sonoro piuttosto coinvolgente ed ispirato. Si alternano blast beat a partiture più ariose e le tastiere offrono grandi temi. Il genere, come detto, è un melodeath piuttosto classico che risulta in totale controtendenza col clima farsesco del fumetto. I Belzebubs non sono persone alle prime armi e il songwriting lo dimostra durante tutta la tracklist, ovviamente prodotta in maniera moderna e catchy. The Faustian Alchemist e Blackened Call continuano su queste coordinate in maniera più che discreta ma è con la seguente Acheron che il livello si alza. E’ un brano che supera abbondantemente i sette minuti e che ha sicuramente più da dire rispetto a molte esecuzioni scolastiche presenti nell’opera; i temi sono ben riusciti e a livello atmosferico la resa è di ottima fattura.

Nam Gloria Lucifer è aperta da un riff in apparenza più black ma che finisce per sfociare in un brano evocativo e facilmente assimilabile; discorso diverso invece per la seguente The Crowned Daughters, che scimmiotta benissimo i Ghost nella sua prima parte e le viene incollata una parte estrema in maniera becera e insensata che butta tutto alle ortiche. Peccato, perché le clean vocals sono ben fatte ma non si può creare un buon ritornello senza dargli un senso; rimanendo un brano acustico e dalla forma canzone classica avrebbe guadagnato molti più punti!

Rimanendo in tema di copia-incolla, Dark Mother è letteralmente francobollata a The Crowned Daughters e anche qui il legante è mal concepito. Il brano in se poi supera i nove minuti e la proposta dei Belzebubs inizia un po’ a strafare e ad annoiare: i temi e gli arrangiamenti iniziano ad essere prevedibili e l’entusiasmo dei primi brani inizia pian piano a scemare. Molto buona in ogni caso la parte centrale coi soli, una piccola oasi di freschezza durante un’overdose di epica più o meno artefatta. The Werewolf Bride è un brano più snello e funzionale che funge come un buon ponte verso la conclusiva titletrack. Si torna sui nove minuti di minutaggio ed è presente anche ICS Vortex come ospite. Il brano entra nel vivo dopo una lunghissima intro strumentale e la parte col cantante norvegese, dato che è riuscitissima, non viene ovviamente più ripresa e ci lascia particolarmente increduli. In sostanza, due minuti di intro, tre di canzone e quattro di sole tastiere, si poteva e doveva fare meglio.

Le due bonus tracks, Nuns In The Purgatory e Maleficarum, sono tracce orchestrali utili come un ombrello nel Sahara e il tasto skip risulta un atto dovuto.

Pantheon Of The Nightside Gods non è male ma non è neanche bene. E’ un disco che parte in quinta, di primo acchito entusiasma anche ma, nel lungo periodo, stanca. Si fa anche fatica ad ascoltarlo tutto d’un fiato causa una proposta stilistica che dice tutto nei primi brani del lotto e non riesce più a destare l’ascoltatore dal torpore più completo. Il problema di queste operazioni come sempre è la personalità, e qui non vi è nulla di distinguibile, nulla di particolarmente memorabile e nulla che non sia stato concepito in maniera migliore dai mostri sacri del genere. E’ un melodeath finlandese, punto. Suonato bene, concepito bene ma non benissimo e che fa lo sporco lavoro di presentare al pubblico una band piacevole ma totalmente anonima. In questo caso quello che vince veramente è il contorno e l’esposizione mediatica data da fattori esterni; potrà bastare in futuro? Ai posteri l’ardua sentenza.

 
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