Recensione: Periphery II:This Time It's Personal

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Sono passati due lunghi anni dal 2010, anno dell'esordio dei Periphery, new sensation del metal futuribile d'oltreoceano e litri e litri di metaforico inchiostro sono stati versati in questo lasso di tempo, per analizzare e sviscerare la loro complessa proposta e soprattutto per arrivare a comprendere davvero se tutto il clamore creatosi intorno a loro fosse giustificato o se si trattasse dell'ennesima bufala venuta a galla nell'era della comunicazione digitale.

Semplicisticamente parlando, si potrebbe pensare di dividere la massa di coloro che parlano (e, a volte, stra -parlano) dei Periphery in due fazioni. Da un lato una notevole fetta di pubblico abbagliata da un sound brutale ma non inintelligibile e dalle grandi capacità tecniche di questi ragazzi del Maryland, dall'altra un altrettanto nutrito schieramento di perplessi, per i quali i difetti sostanziali della proposta del gruppo americano risiedono nell'avere cercato di alleggerire (leggi: svendere) un sound che esisteva già grazie ai Meshuggah e nel mancare talvolta di sintesi. Il nuovo album, “Periphery II: This Time It's Personal”, ha dunque il non semplice compito di delineare la direzione stilistica intrapresa dopo un debutto indubbiamente brillante ma non privo di punti interrogativi e zone d'ombra, andando, magari, anche a limare quelle spigolature che rendevano così speciale e affascinante il primo album, senza tuttavia annullarle. 

Attacca “Muramasa” e già, rispetto ai tempi di “Insomnia” o “The Walk”, sembra di essere al cospetto di un altra band. Si dovrebbe trattare di una sorta di intro, ma non di quelle tutte suoni e rumori che preparano l'atmosfera, no, una composizione breve ma compiuta, un po' alla maniera del Devin Townsend di “Terria”, nella quale si incrociano senza forzature essenze etno/tribali e atmosfere da incubo cibernetico. Il cantato di Sotelo appare fin da subito evidentemente maturato: il growl raggiunge un identità più marcata e le clean vocals sono ancora più emozionanti e penetranti e, nel contempo, i suoni beneficiano sin dalle prime note del budget più elevato messo a disposizione dalla nuova casa discografica.

L'incipit di violino di “Have A Blast” lascia tosto spazio ad un guitar attack degno del John Petrucci di metà anni 90. Nella seconda metà un rifferama djenty si sposa in maniera sorprendente a fughe progressive, mentre di ottima fattura e grande ispirazione si rivelano sia le parti vocali, a primo impatto più easy listening, nella realtà sempre molto ricercate e con un grande lavoro per renderle meno faticose e più intelligibili, sia il fantastico assolo di chitarra, un pezzo di bravura veramente notevole. Chitarroni meshugghiani tornano a farsi sentire prepotentemente in “Facepalm Mute”, un titolo che fa molto The Dillinger Escape Plan e in cui effettivamente la foga e l'energia paiono essere tornati quelli dei “vecchi” Periphery. “Ji” potrebbe essere una sorta di djent/metalcore, con le vocals di Sotelo a farsi addirittura pop nelle parti in pulito,  tuttavia è nei rallentamenti e nell'abilità nell'inserirli al momenti giusto che questi ragazzi dimostrano di saper maneggiare la materia e creare atmosfere futuristiche di grande effetto, ottenute anche grazie a timidi inserti al limite della dub che escono allo scoperto quando meno te l'aspetti.

“Scarlet” è un mirabolante impasto di riff hard rock dal taglio modernissimo, timbriche djenty, aperture progressive e un vocalismo, a metà strada tra 30 Seconds To Mars e Protest The Hero, dannatamente accattivante. Per chi giudicava i Periphery un po' troppo autocompiacenti e prolissi, un brano come “Scarlet” avrà l'effetto di una ginocchiata sugli incisivi: breve, diretto e divertente ma nel contempo curato sotto tutti i punti di vista e, soprattutto, mai svenduto. Perché per quanto i Periphery possano aver ammorbidito il suono cercando un maggiore bilanciamento tra aggressività, melodia e tecnicismi strumentali, difficilmente, ad oggi, sentiremo la loro proposta girare su Virgin Radio. “Luck As A Constant” pare meno brillante nella prima parte, tuttavia l'apertura melodica dal terzo minuto, con i flebili fraseggi di chitarra e le vocals, squisitamente pop-oriented, di uno Spencer Sotelo a mezza via tra Rody Walker, Devin Townsend, Anders Friden e Jared Leto, sono un vero e proprio gioiello di classe e gusto.

“Ragnarok”, dopo un inizio a tutta potenza diventa addirittura marziale, con le chitarre e il basso ad innalzare un manto denso ed avvolgente come la nebbia di uno dei più celebri racconti di Stephen King, per uscire dalla quale Spencer tira fuori il massimo dalle sue corde vocali ottenendo un risultato davvero strabiliante. Tornano a galla la furia devastatrice e la follia dei vecchi tempi con “The Gods Must be Crazy” e “Make Total Destroy”, quest'ultima, in particolare decisamente debitrice dei nuovi maestri del math/prog: i Protest The Hero. Non due pezzi “scarsi” in senso assoluto ma, di certo, meno brillanti dei precedenti e destinati a fare la figura dei riempitivi al cospetto di “Erised”: ennesima linea vocale da brividi, di nuovo in odore di 30 Seconds To Mars, a stagliarsi su di un côté strumentale ricercato ma non arzigogolato; una perla di altissimo valore melodico in cui persino John Petrucci sembra beneficiare del clima di grande fermento che ruota attorno a questa giovane band, al punto di regalarci un assolo degno dei tempi d'oro. Segue “Epoch”, un breve intermezzo elettro/ambient che allenta un po' la tensione in attesa di “Froggin' Bullfish”, inaugurata da un obbligato dalle tinte piuttosto nervose e coperto nel volgere di brevi istanti da un rifferama djenty denso e stratificato su cui si innesta il cantato di uno Spencer Sotelo più che mai devoto del grandissimo Rody Walker, con tutto il suo variegato bagaglio di growl, scream e vocalizzi ipermelodici incastrati con dovizia. “Mile Zero” e “Masamune” chiudono in grande stile sulle orme dei migliori pezzi di questo lavoro, sia in termini di sonorità che di resa e aggiungere altre parole risulterebbe senz'altro ridondante.

Se cercavamo delle conferme dai Periphery, indubbiamente “II” ci riconsegna una band maturata sotto ogni punto di vista, con le idee più chiare e meno smaniosa di infilare a forza in unica canzone (o in un unico disco) tutte le numerose idee che evidentemente affollano la mente di questi sei talentuosi ragazzi del Maryland. La prestazione strumentale dei singoli è di livello altissimo: basso, batteria e le tre chitarre fanno numeri da capogiro praticamente a getto continuo ma senza mai risultare stucchevoli, eppure i miglioramenti più marcati sono da ascrivere alle prestazione di Spencer Sotelo, vero e proprio valore aggiunto di questo gruppo.

La strada intrapresa ha portato, inevitabilmente, ad un ulteriore alleggerimento del suono che darà argomenti ai detrattori ma, nel contempo, ci consegna componimenti più rifiniti, con un labor limae visibile e tangibile che snellisce in maniera decisa i pezzi senza tuttavia impoverirli sicché il giudizio non può che essere positivo. Se proprio proprio s'ha da trovare un aspetto che non convince appieno, si potrebbero menzionare le continue strizzatine d'occhio ai coetanei (o poco più) Protest The Hero: il risultato è, come detto, di alto livello, tuttavia si ravvisa in alcuni frangenti un leggero retrogusto di spersonalizzazione che nel primo album non era in alcun modo avvertibile e che, forse, una band così giovane e decisamente più conosciuta rispetto agli Eroi canadesi poteva risparmiarsi. Peccati veniali ad ogni modo, i Periphery sono tornati e sono più in forma che mai. Cheers! 

 
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