Recensione: Purgatory

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Borealis: un gruppo magari non troppo noto al di fuori della ristretta cerchia degli appassionati eppur fautore di un metal moderno, melodico e dannatamente accattivante.

Ma andiamo con ordine.

La band canadese, giunta con il presente "Purgatory" al traguardo del terzo album d'inediti, ruota attorno alla figura del cantante e chitarrista Matt Marinelli, certamente l'asso nella manica in grado di fare la differenza. La sua voce profonda e possente - per timbrica e impostazione non troppo lontana da quella del grande Zak Stevens - si sposa infatti alla perfezione con un sound fortemente guitar oriented che prende le mosse dalle atmosfere del power metal europeo per poi allargare il proprio spettro espressivo fino a territori affini al metalcore più melodico.

Dal punto di vista stilistico le canzoni che compongono la tracklist di "Purgatory" si giocano tutte all'incirca sulle medesime coordinate poc'anzi descritte; tuttavia, grazie all'elevata qualità del songwriting, non v'è possibilità alcuna di incappare in sensazioni sgradevoli quali noia e ripetitività.

È, in effetti, sufficiente ascoltare la programmatica opener "Past The Veil" per rendersi conto della bontà del prodotto: melodie ad amplissimo respiro incastonate tra le pieghe di un guitar work robusto ma anche piuttosto fantasioso, con un ulteriore plus costituito dal sapiente utilizzo delle tastiere sintetiche. Non sono da meno la successiva "From The Ashes", nella quale Marinelli duetta con la guest vocalist Sarah Dee e la più epica "The Chosen One" - illuminata da un pregevole assolo di chitarra - ma è l'intero album, lungo tutta la sua durata, a stupire e convincere per freschezza e valore. Sia laddove il pedale continua a rimanere fermamente pigiato sull'acceleratore ("Destiny", "My Peace" e "Place OF Darkness", esattamente a metà strada tra power e metalcore), sia nei frangenti in cui i ritmi si dilatano per lasciare spazio ad alcuni intermezzi più rilassati ("Darkest Sin" o la delicata ballad "Rest My Child") i Borealis dimostrano di saper maneggiare la materia con grande perizia, aiutati anche da una produzione all'ultimo grido assolutamente azzeccata.

Spetta, infine, alla title track "Purgatory" e all'ottima "Revelation" il compito di far calare il sipario su quello che potrebbe essere l'album della definitiva consacrazione per la band canadese: un passo in avanti in termini qualitativi e contenutistici rispetto al già notevole "Fall From Grace" che, ci auguriamo, possa valer loro il giusto riconoscimento di critica e di pubblico.

Consigliatissimo per tutti gli amanti del metallo melodico di ultima generazione.

Stefano Burini

 

 
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