Recensione: Reckoning Day

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Avevo perso le tracce degli elvetici Emerald subito dopo il loro secondo album, quel “Calling the Knights” che, almeno da quel che ricordo, all’epoca mi era piaciuto abbastanza. Da allora (e si parla del 2001) di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, con una lunga serie di cambi di formazione e la continua ricerca, da parte dei nostri musicisti d’oltralpe, di un cantante da assumere in pianta stabile: per fortuna, da questo punto di vista, i nostri dovrebbero aver risolto i propri problemi grazie all’arrivo dell’ottimo Mace Mitchell, che sostituisce il partente Thomas Winkler. Per chi non li conoscesse, gli Emerald fanno un heavy metal classicissimo e molto legato agli stilemi tipici della scena europea anni ’80 (come si evince anche dalla copertina) ma a cui piace sconfinare nei territori del power di scuola tedesca, cosa che succede piuttosto spesso durante tutto l’ascolto di questo “Reckoning Day”.

L’apertura è affidata alla robusta “Only the Reaper Wins”, traccia quadratissima dominata da chitarre grosse, ritmiche possenti ma pulite e dallo strapotere vocale del già citato Mace: insomma, tutto ciò che può piacere a un amante del vero metallo ma senza mai scadere nella pacchianeria. La traccia alterna momenti dal sapore anthemico ad altri più aggressivi, consegnandosi al pubblico come un ottimo biglietto da visita. La falsa partenza di “Black Pyramid”, in cui i ritmi sembrano rallentare immediatamente per indulgere in una certa pesantezza quasi doom, cede invece il passo ad un incedere più tipicamente maideniano dominato da melodie accattivanti e chitarre gemelle, pur mantenendo una certa compattezza germanica di fondo. Con “Evolution in Reverse”, invece, si parte a spron battuto dopo un’introduzione maestosa per confezionare una traccia solida e agguerrita, anche grazie alla prova maiuscola di George Call (primo ospite di questo Reckoning Day, dall’impostazione che mi ha molto ricordato un certo Russell Allen) dietro il microfono. La canzone alterna momenti melodici a rapide rasoiate chitarristiche, distendendosi in corrispondenza dell’assolo per poi tornare a pieno regime giusto in tempo per il finale al fulmicotone.
Horns Up” parte come la classica canzone trionfale per incendiare gli animi durante i concerti, sviluppandosi poi esattamente come aveva promesso: chitarre grasse, batteria quadrata, e un ampio spazio per aperture melodiche dall’ampio respiro. In poche parole la classica traccia che procede col pilota automatico ma che ci sta sempre e costituisce il perfetto ponte per la successiva “Beyond Forever”. La canzone si sviluppa nel modo più classico possibile quando si parla di ballate, un iniziale duetto tra chitarra acustica e voce con il successivo ingresso in scena del piano e degli altri strumenti, cui seguono le backing vocals e la conseguente alzata di tono. Tutto secondo il copione, tutto perfettamente prevedibile, ma nonostante questo (e la mia avversione alle ballatone) ammetto che, grazie al suo mood “un po’ Bon Jovi e un po’ Bryan Adams”, me la riascolto sempre almeno due o tre volte prima di passare al brano successivo. Mah, sarà l’età che avanza. Ad ogni modo, dopo questa iniezione di zuccheri si torna subito a picchiare con uno dei pezzi più riusciti dell’album: “Through the Storm” parte con una schitarrata insolente sorretta da una batteria granitica, dipanandosi poi tra linee melodiche aggressive e scelte vocali molto legate al rock anni ’80 senza mai mostrare il fianco e mantenendosi avvincente per tutta la sua durata. Niente male. Una melodia eroica che profuma di NWOBHM da lontano un chilometro introduce “Ridden by Fear”, che conclude la prima parte dell’album: i ritmi si mantengono corposi grazie a una sezione ritmica quadrata e alle classiche rasoiate della coppia d’asce, mentre Mace si mette in mostra con il suo cantato più acido confermandosi un’ottima scelta alla voce. Il tasso di trionfalismo del brano, che minaccia di rompere gli argini in alcuni momenti, si mantiene invece perfettamente entro i livelli di guardia, ottimamente stemperato dalle brevi accelerazioni e dall’ottimo lavoro delle chitarre.

Con la successiva “Mist of the Past”, dominata da una profonda voce narrante e da melodie atmosferiche che profumano di epopea nordica, si passa alla seconda parte di questo “Reckoning Day”, costituita da un mini-concept intitolato “The Burgundian Wars” e basato sul romanzo storico scritto dal tastierista del gruppo, Thomas Vaucher. Ad ogni modo, questo cambiamento interno non porta a grandi modifiche a livello sonoro, se non una lieve virata verso atmosfere più solenni ed epicheggianti, e “Trees Full of Tears” sembra lì a confermarlo: ritmi scanditi da robuste power chords sorreggono melodie dapprima maligne ma che si fanno più trionfali nel ritornello, concedendosi un breve intermezzo più orrorifico prima di tornare a volare alto in tempo per il finale. Archiviato rapidamente l’intermezzo solenne ma poco più che superfluo “Lament of the Fallen” si passa alla title track: “Reckoning Day” spinge su tempi ancor più scanditi e quadrati, mentre la voce di Mace si sporca più del solito per dar grinta ad un pezzo piacevole e dal sapore anthemico, ma che alla fine non aggiunge nulla a quanto sentito finora. Discorso che per fortuna non va applicato alla seguente “Reign of Steel”, iniziata come classica ballatona voce/piano e che, in breve, si trasforma invece in un brano variegato in cui a melodie romantiche ed accattivanti si affiancano riff cattivi e improvvisi squarci battaglieri, durante i quali si sente perfino un certo profumo di Iced Earth. Bel pezzo, non c’è che dire, dotato anche di un ottimo climax. Melodie magniloquenti introducono “Signum Dei”, che fin da subito si discosta dall’aggressività del brano precedente per puntare sulla solennità e sul trionfalismo spinto. I tempi rallentano e si mantengono scanditi per tutta la durata, avvolti da melodie sontuose e imponenti. L’intermezzo pianistico spezza l’incedere solenne della traccia per indulgere in un breve attimo di pathos più raccolto, salvo poi ripartire con la pomposità dei cori e delle melodie. “Fading History” torna alla voce narrante e alle atmosfere già trovate in “Mist of the Past” per introdurre l’epilogo dell’album, “End of the World”, che vede per la terza volta George Call prendere il posto di Mace dietro il microfono. La canzone, dopo la solenne grandiosità dei brani precedenti, torna a dinamiche più tipiche dell’heavy classico, con grande dispendio di riff caciaroni, chitarre gemelle e urla fulminanti a coronare il tutto, chiamando l’ultima carica.

A conti fatti, questo “Reckoning Day” è un prodotto più che buono, grintoso e quadrato, anche se a mio avviso non mantiene lo stesso livello compositivo lungo tutta la sua durata (in fondo dodici tracce più tre intermezzi non sono pochi), finendo per alternare ottimi pezzi ad altri un po’ troppo dispersivi ed intralciando così la piena fruibilità dell’album. Ad ogni modo un bel sette abbondante se lo merita tutto, e quindi se lo porta a casa senza problemi.

 
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