Recensione: Red for Fire

inserito da

Benvenuto alla mia Odissea Islandese, guerriero! Io sono Bragi lo Scaldo, il tuo patrono. Nelle vesti di poeta ho viaggiato per tutte le corti d'Islanda, e cantato le gesta di capitani, re e regine. Dare nomi alle cose e agli eventi è compito dello scaldo: 'Chiamo "Sole" la ruota di fiamme!". Come un lupo affamato con i denti di un vecchio sono sopravvissuto all'esilio, pregando gli dei del Nord di farsi innanzi. Ma al loro posto, un gruppo di nani mi ha gettò spalle contro una pietra, e giù nel sottosuolo dove gli uccelli non hanno mai volato. Il crimine di Bragi lo Scaldo fu quello di essere stato sedotto da Disa, la Bianca Regina dei Ghiacci, moglie di Re Haukur. C'è bisogno della mia storia, perché la vendetta fu inevitabile. Volendo la Regina per sé stesso, Loki l'Ingannatore mi fece bandire da Reykjavik, e quindi da tutti i luoghi popolati dell'Islanda. Per menzogna di Loki, il Re Haukur fu indotto a credere che avevo violentato la Regina, e fui esiliato dal consiglio dell'Allthing. Al gelo, sulle montagne, pronunciai la preghiera di un figlio, chiedendo l'aiuto dei miei antenati. Nel desiderio di porre fine alle mie sofferenze al Cratere delle Valchirie, lasciai che le rune decidessero del mio destino. Apparve dunque la runa della Morte, e feci per gettarmi nelle fauci del possente vulcano Hekla. Fu allora che Munin, il corvo di Odino, estrasse anche la runa dell'Uomo, facendo di me l'Uomo della Morte. Odino dunque mi costrinse a tornare a Reykjavik per ottenere giustizia, ma il mio viaggio verso il riscatto fu nuovamente interrotto da quei maledetti nani neri. Nel sottosuolo imparai ad accettare il mio fato, e a superare i miei timori. E "Mare" chiamai il gregge di onde, quando mi trovai nuovamente al suo cospetto.
Come gli dei tolgono la vita è davvero un mistero: Prima mi condannano a sette anni di tormenti, quindi mi spingono a uccidere i miei nemici per vendetta, e quindi a prendere in sposa la Regina come riscatto.
Da ora in poi percorrerai di nuovo questi eventi oscuri, come se il mio destino fosse anche il tuo.

Così comincia l'epopea islandese dei Solefald, duo norvegese da tempo ritto sulla poppa della nave dell'avantgarde black metal, a cui sembrano partecipare dosi sempre più massicce di norvegesi, con un contributo del tutto trascurabile delle scene scandinave secondarie. Da Linear Scaffold a Neonism, passando per Pills e Harmonia, il fulcro della loro produzione è sempre stato lo sperimentalismo assoluto, senza grandi compromessi, per portare ventate di novità con l'aggiunta di tastiere eccentriche, strumenti classici mischiati al sintetico e cantato a più livelli che sembra in un certo modo il leit motif di questo nuovo, tentacolare movimento dei reduci del black metal della metà degli anni novanta - che poi sono sempre gli stessi personaggi, che si cambiano e si dividono per formare band 'fittizie' come Dødheimsgard o Asmegin, o per innovare con dei vecchi stalloni da guerra come nel caso degli Ulver o dei Troll.

Una volta intrapreso questo tipo di percorso è difficile che sorga la volontà tornare fino alle radici culturali e musicali che hanno plasmato buona parte degli anni '90, soprattutto perché sarebbe un passo indietro, in un certo senso, sia a livello compositivo che di libertà concettuale. Non ci si attendeva, proprio nel caso dei Solefald, una virata di questo tipo: Cornelius ha sempre amato scrivere storie psicologiche di stampo moderno, in cui i protagonisti erano spesso reietti della società sull'orlo della follia, devastati dalle droghe o dalla propria coscienza. In un contesto compositivo così post-moderno e intellettualmente vicino alla realtà di ogni giorno, pochi erano i segnali di un ritorno travolgente allo spirito pagano più puro che mai, a quelle saghe immense a cui ormai attingono solamente i gruppi rimasti fedeli al viking metal di vecchio stampo.
Invece i Solefald tornano esattamente indietro di 1000 anni, nel solstizio dell'estate del 1003, immediatamente dopo la caduta dell'Islanda, e con cognizione di causa di letterati quali sono, vestono la loro musica con gli stracci di uno Scaldo decaduto ed esiliato per opera del maligno Loki. Red for Fire non è un disco, ma una Saga islandese in piena regola, che viene presentata con tutti i crismi del genere letterario a cui si ispira - il protagonista, un cantore nordico, presenta con umiltà la propria storia eroica attraverso lunghi capitoli in cui si intrecciano amore, morte, violenza, abbandono, avventura, tradimenti e sconforto, con figure epiche di grande spessore e colpi di scena degni di una rappresentazione teatrale.
L'intreccio della trama assume quindi un peso prepotente, e guida con la sua rigidità la musica, trascinandola con eleganza durante le rappresentazioni più eteree e facendola colpire con violenza durante le scene più caotiche: è un disco fatto di contrasti, un duello continuo combattuto sul piano esteriore, quello degli strumenti musicali, e su quello interiore, nell'anima del giovane Scaldo condannato a sette anni di torture prima della rivalsa contro quel Re barbaro e impietoso.
Nell'antica e cruda società islandese, molto più sanguigna di quella ormai decadente Norvegese, era proprio lo Scaldo il messaggero delle corti e colui che con le sue storie, le sue notizie e i suoi canti tesseva la tela della società fatta per lo più di fattorie sparse in un vasto territorio e corti in cui i delitti di sangue si perpetravano con cadenza quasi quotidiana. Ed era lo stesso Scaldo che creava la realtà: in "Sun I Call" il buon protagonista insegna a noi ignoranti fattori di un fiordo sperduto che "Stella" lui chiama la spada di luce, "Vento" lui chiama il respiro di Midgard, "Spada" lui chiama il lupo d'acciaio e "Sogno" lui chiama ciò che non è. E in qualche modo, il rapporto tra sogni, spade, valore e stelle è sugellato dalle intriganti melodie del sassofono d'apertura, e dalle voci maschili e femminili che si intersecano creando ora scenari celesti e ora riportando l'ascolto sulla ruvida terra con crudi passaggi di chitarre e percussioni al limite del brutal. La vicenda entra subito nel vivo con il lamento torturato di "Survival of the Outlaw", canzone grezza, brutale, quasi apocalittica, in cui si sentono quasi i passi dello scaldo mentre si trascina per le pianure ghiacciate, rifuggendo la Reykjavik dalla quale è stato bandito e portandosi su, verso le montagne, stridendo i denti e meditando vendetta: una sofferenza rimarcata perfettamente dagli strumenti truci, taglienti come seghe sul ghiaccio e pesanti come l'ombra della furia, che trova il suo equilibrio in "where birds have never been", sempre di stampo neoblack per via delle voci a tratti disarticolate e a tratti sputate lì, sulla nuda roccia del mondo sotterraneo dei nani.
Ritrovare l'equilibrio, e tornare alla luce del sole, è una catarsi strumentale in "Bragi", un minuto di strumentale sorretta dai violini che ben rimarcano la salita verso l'aria gelida invernale che porterà l'ispirazione divina e la conoscenza che il torto finale era stato compiuto. La "white frost queen", delicata consorte del Re, ammalia e trascina la mente del tormentato scaldo in un vortice di violini, percussioni trascinanti e canti provenienti da un altro mondo, connubio tutto femminile tra l'ugola dell'ottima Aggie Frost Peterson e l'archetto della talentuosa Sareeta, già trionfante nel capolavoro degli Asmegin. Terminato l'incanto e perpetrato l'inganno, la furia di Re Haukur è palpabile fin dallo stridore iniziale di "There is Need", un pungolo che graffia il marmo fino a penetrare nelle ossa, e trascina con sé il growl brutale della condanna più tremenda per uno scaldo: l'esilio dalle corti.

"hahahaha-ha-hahaha!
Bragi lo Scaldo, sei tu!
Ti bandisco per sempre,
E mai più tornerai
a Reykjavik - altrimenti morirai:
questo sei tu."

Lo sconvolgimento mentale è ben sottolineato dall'ossessione dei riff, dal continuo cambio di tonalità e dalla sovrapposizione di scream, growl e canto pulito: esattamente, una traccia che riporta alla memoria i fasti di Bruderov på Hægstatun, Asmegin, anche e soprattutto perché buona parte dei cantanti opera in entrambi i lavori. Un paragone lusinghiero e in parte ricercato, che prosegue nella sua finezza riportando con strumenti distorti i riff dell'apertura, Sun I Call - un disperato tentativo da parte dello Scaldo di far ricordare alla corte che è lui colui che dà nomi alla realtà, come se senza di lui non esistesse più un sole o una terra, e senza di esse lui fosse morto. Ed è proprio con questo drammatico appello che cala il sipario sulla vicenda scatenante che vede il trionfo dell'inganno sulla giustizia.
Un silenzio pesante e oppressivo conduce infine al solitario violino di "Prayer of a Son", l'apice della disperazione del nostro Scaldo che recita, con voce grave e stanca, una preghiera atona al proprio padre. Sarà solo un misero violino che scandirà i due minuti della preghiera, solitario disfacimento della volontà ormai distrutta dalle sofferenze che trascinerà anima e corpo di Bragi verso la bocca del vulcano Hekla, nelle cui profondità troverà la morte nel suicidio. "Crater of the Valkyries" tocca l'apice di tecnica e ispirazione di tutto l'album: tutti gli strumenti schierati sul tavolo dalle tracce precedenti vengono raccolti in un colpo solo e scagliati nella lava del vulcano, che ribolle di percussioni mai scontate e di cantati a più livelli che non fanno altro che mostrare un senso dello stile in grado di creare degli scenari musicali fatti di infinite sfaccettature estremamente coerenti tra di loro. È l'arte di raccontare e di esprimere la meraviglia di una cultura così antica con l'eliminazione degli stili musicali industriali tanto amati nelle produzioni passate e l'introduzione di voluminose venature folk, in perfetto stile Solefald. Tra sezioni tirate, sezioni tranquille e sezioni quasi brutali, il nostro Scaldo abbandona le proprie membra al battito d'ali delle Valchirie che lo condurranno verso il Valhalla. Tuttavia, non incontrerà altre ali tranne quelle di Muninn, uno dei due corvi di Odino, che estrarrà dalle trame delle Norne le rune del suo destino. Ed è con lo straziante canto d'addio alla vita, "Sea I Called", rigorosamente recitato al passato, che la prima parte della saga si interrompe: è la terza ripresa della melodia iniziale, qui però caricata di drammaticità da una chitarra struggente e da una serie di evoluzioni atmosferiche di tastiera che sfumano in un ruggito finale, nel pieno del climax eddico. Chiuso il sipario, un vecchio si siede su un masso di fronte al mare: è il turno del "Lokasenna", tredicesimo libro dell'Edda Poetica di Snorri, recitata in norreno da uno dei fondatori del Paganesimo Asatru islandese moderno, Jormundur Ingi. La voce attempata, ravvivata dalle geniali scintille dell'inventiva di Loki, trascina l'ascoltatore per 5 minuti nel gran convivio degli dei, dove Loki provvederà, con scaltrezza e puntigliosità, a insultare ogni singolo commensale ricordando agli uomini che ascoltano quanto poco divini possono essere anche coloro che siedono all'ombra degli scudi d'oro, nell'alto di Asgaard.

Un'opera musicale-letteraria insomma, una solenne prima parte in attesa della conclusione, Black for Death, che vedrà come ospite nientemeno che Sua Maestà Garm. Un disco eccentrico, variegato, in grado di svegliare istinti sopiti da migliaia di anni. C'è qualcosa di immortale in questo disco, di difficilmente spiegabile. Certamente un disco non per tutti, vista la sua complessità scenica, e potrebbe non farsi apprezzare per le sue velleità troppo ricercate e per via di un mix di generi che potrebbe non soddisfare gli amanti del ruvido come quelli del folk trasognato; eppure questo è un genere che dai miscugli trae la sua unicità, miscugli difficili da produrre e ancor più da accettare. Chiunque dovrebbe avere l'opportunità di godere di questa piccola opera d'arte, e di lasciarsi trascinare dai flutti di una leggenda vecchia di mille anni.

TRACKLIST:

1. Sun I Call
2. Survival Of The Outlaw
3. Where Birds Have Never Been
4. Bragi
5. White Frost Queen
6. There Is Need
7. Prayer Of A Son
8. Crater Of The Valkyries
9. Sea I Called
10. Lokasenna

 
91