Recensione: Rehab

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È sicuramente un buon disco quello che ci ha proposto qualche settimana fa il bravo Gianluca Firmo, artista che abbiamo conosciuto nel corso del 2015 con il mirabile progetto intitolato Room Experience, coacervo di eleganze, suoni edulcorati e raffinatezze diffuse.

Room Experience tornerà a breve, nel corso del 2019, nel frattempo può essere un buon modo di spendere un po’ del proprio tempo, il dare ascolto approfondito anche a questa opera solista del musicista-compositore bresciano, ora alle prese pure con l’interpretazione al microfono delle proprie opere.
Risultati senza dubbio di un qualche valore, seppur non paragonabili ai livelli ottenuti con il side project “ammiraglio”: il songwriting riesce – spesso -  a costruire qualcosa di rilevante, mettendo sul piatto una certa sicurezza nell’amministrare i “manuali” dell’AOR, comprendenti massicce dosi di tonalità morbide, una evidente orecchiabilità e la ricerca costante della soluzione easy listening. Tutti elementi imprescindibili e pressoché vitali nella tessitura di un prodotto che possa dirsi competitivo in un settore protagonista negli ultimi anni di una inattesa, quanto corposa, crescita del numero d’uscite qualitativamente interessanti.

Brani facili e scorrevoli che sin di primo acchito mostrano quello che sarà il filo conduttore dell’intero album. "A Place for Judgement Day" posta in apertura, è un po’ il biglietto da visita, quasi una sorta di presentazione del disco: un coro molto immediato e gaudente si presenta quale asse portante della canzone, caratterizzandone da cima a fondo umori ed atmosfere. La ricerca è, evidentemente, focalizzata proprio su questo aspetto, un elemento che, nel bene e nel male, rappresenta uno dei cardini – forse il principale – dell’AOR. Il ritornello leggero ed istantaneo che fa breccia con rapidità e conferisce una subitanea sensazione appagante. 
Quella del piacere d’ascolto: mica poco, dopo tutto.

La sequenza continua pure nelle successive "Heart of Stone”(altro coro easy che un po’ ricorda certe cose dei Pretty Maids), "Maybe Forever", "No Prisoners”, “Rehab” e “Unbrekable”, pezzi che prendono in prestito tematiche care al rock adulto di matrice ottantiana, allineando, qua e la, un po' di Kevin Chalfant, Red Dawn e Stan Bush, mescolati a pizzichi di Player, John Waite e James Christian, tutti soggetti che, supponiamo, siano entrati almeno una volta nel lettore cd (o Mp3) dell’ottimo Firmo.
Ci sono, come da copione ultraconsolidato, pure un gran bel pacco di lentoni da lume di candela: “Shadows and Light”, "Didn't wanna Care", “Cowboys Once, Cowboy Forever”, “Until Forever Comes” e la conclusiva “Everything" aggiungono qualche quintale di zuccherosità ad un cd che per dirsi completo nel suo genere non avrebbe probabilmente potuto farne a meno.

Tutto bene, insomma.
O quasi. 
Punto debole palese, è purtroppo la voce di Firmo, non negativa da apparire sgradevole tuttavia priva di particolare mordente e della forza espressiva che andrebbe addizionata ad alcune canzoni per permettere loro di spiccare il volo. Non parliamo certo di stonature o carenze troppo evidenti: il cd risulta così un pizzico “canticchiato”, meno efficace di quanto avrebbe potuto essere con un vero professionista del microfono ad interpretarne e svilupparne i movimenti (chi ha detto David Readman?!?).
Un aspetto che, d’altro canto, lo stesso Firmo aveva già messo in preventivo tra i principali motivi di critica.
Ribadito poi di un livello compositivo non certo originalissimo ma foriero di alcuni momenti decisamente godibili e ben costruiti, la sostanza conclusiva porta ad una considerazione manifesta che abbiamo in parte già espresso in apertura.
Qualche punto indietro rispetto alla bontà stilistica di "Room Experience", il primo disco solista di Firmo è, tutto sommato, un lavoro di discreto valore che può meritare un ascolto disimpegnato e rinfrancante.

Non cambierà il corso della storia, ne quello della musica. Tanto meno la vita di chi ci si imbatterà o vorrà prenderlo in considerazione.
Alcuni aspetti, certe canzoni, talune melodie, potranno però risultare parecchio gradite agli amanti dell’AOR più tradizionale, fascia di pubblico presso cui “Rehab" sembra destinato ad ottenere le maggiori chance e i consensi più diffusi.

 

 
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