Recensione: Resonate

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Parlare di icona rock in un universo tanto inflazionato come quello della musica odierna è divenuto un azzardo che sa, molto spesso, di semplice partigianeria dovuta agli umori del momento.

Tanti, troppi avventurieri si sono fregiati di un appellativo altisonante che ha definito talora mezze figure, personaggi secondari, piuttosto che vere e proprie meteore che nulla di realmente tangibile hanno poi lasciato quale testimonianza d’una carriera di alto lignaggio.
Un pantheon limitato che non dovrebbe ammettere intrusi, riservato a pochi e certificato da doti e valori che possano davvero essere riflesso d’estro artistico ed effettiva grandezza.

Di diritto, senza troppi ripensamenti, un posto di massimo rispetto va quindi attribuito ad una delle voci più belle, intense e significative che questo peculiare tipo di suono abbia mai potuto annoverare.
Al riparo da qualsiasi cedimento, ancora oggi come trent’anni fa, sicuro e potente, è davvero piacevole ritrovare un autentico mito come Glenn Hughes ad allietare le fredde giornate novembrine di questo morente 2016, colorato da una vitale dose di hard rock solido come la pietra, come sempre venato di funk e soul, proprio come il grande e coriaceo zio Glenn ci ha insegnato ad apprezzare da tempo.

Vero, anzi verissimo: leggere parole introduttive come queste non può che lasciar intendere a qualsiasi avveduto lettore, una valutazione che a priori non potrà che essere positiva. Un po’ come quegli oscar alla carriera, solitamente attribuiti a pezzi da novanta che, pur se comparsi in pellicole “così-così”, o comunque non all’altezza della grandeur di un tempo, si vedono appioppare onori e tributi ad incensarne il glorioso passato più che un concreto presente.

Non è questo il caso, fortunatamente: “Resonate”, quattordicesimo album solista dopo quasi un decennio trascorso a rincorrere progetti e collaborazioni di vario tipo, è l’ennesimo capitolo di una vita artistica in cui riconoscere valori ancora oggi vividi ed incontaminati, proprio come il talento di un interprete assoluto e fondamentale per tutto il movimento rock ed hard rock.

La sola opener “Heavy”, rimane, già di per se, quale indelebile esempio di tutto quanto sia ancora nel potenziale di Hughes. Un torrente di note che a ridosso di una ritmica arrembante presenta un ritornello pressoché inumano, impossibile da replicare per qualsiasi comune mortale. Un “heavy” sparato a pieni polmoni a significare l’inossidabile forza di un’ugola straordinaria.
Non serve molto altro per comprendere quello che potrà riservare il resto del cd. Ritmi potenti, suoni a tratti infuocati (quasi stordenti o addirittura Stoner), con sempre molta melodia ad occhieggiare di sottofondo.
La voce di Hughes non perde un colpo, mai, in nessuno degli undici episodi di cui è composto “Resonate”, rivelandosi – come da attese -  il reale motivo d’interesse del cd, al netto di un songwriting efficace seppur privo di particolari sorprese.

Se la già nota “This is my Town” ricalca grossomodo la ferocia dell’opener “Heavy”, è tuttavia sorprendente ascoltare la pesantezza pachidermica di un pezzo come “Flow”,  moderno stoner rock che cola come lava e spinge ad alzare il volume.
Piacevolezze assortite ed innato charme sono poi alcuni altri fondamentali aspetti dello stile di Hughes, settantiano sino all’osso nelle sornione “Let it Shine”, “Steady” e “God Of Money”, brani dal notevole approccio “live” che rinnovano, scolpendolo nella roccia di un muro fatto di suoni massicci, lo stile ibrido rock-funky-soul da sempre nelle corde della celebre “voice of Rock”.

Lo scalciare di “How Long” – forse il passaggio meno accattivante del cd – è quindi  il preludio ad un finale d’album che ne certifica la riuscita netta ed esente da possibili dubbi.
Bellissimo il delicato incedere di “When I fall”, passaggio dimostrativo di come Hughes sappia ugualmente randellare e rendersi “setoso”; delizioso l’approccio sbarazzino in aria Jamiroquai di “Landmine”, traccia flessuosa e solare, dagli evidenti risvolti soul.
Infine “Stumble And Go”, fumoso rock dotato di ottime parti soliste, e la conclusiva “Long Time Gone” (pezzo, come già l’iniziale “Heavy”, onorato dalla presenza del vecchio compare Chad Smith alla batteria), mandano in archivio un come back “in solitaria” che riconferma Glenn Hughes ai vertici dell’universo rock.

Disco facile, magari sprovvisto di grosse sorprese (Glenn, dopo tutto, quello “è”!), tuttavia ascoltabile nella sua interezza senza difficoltà, ben costruito ed estremamente godibile.
Ma soprattutto, cantato in maniera divina. Roba che, a 64 anni compiuti, è un miraggio per un bel po’ di vecchi compagni d’armi.
E pure per un sacco d’imberbi praticanti che impazzano attualmente in lungo ed in largo.

Un gran bell’album insomma: l’ennesimo nella carriera di zio Glenn.

 
80