Recensione: ruins

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Le one-man band sono sempre affascinanti: attira l’idea di un musicista solitario che si rinchiude nel suo studio e dà vita a un’opera d’arte. Quando la proposta è davvero valida e originale siamo ben disposti anche a ignorare certe mancanze in campo tecnico o di produzione che, anzi, contribuiscono a dare al tutto un carattere grezzo e spontaneo. Non sempre, però, le idee presenti in un disco bastano a compensare i limiti oggettivi che implica il lavoro di un’unica persona e, in questi casi, un aiuto da parte di un osservatore esterno potrebbe fare la differenza.

Rusty Pacemaker è arrivato al suo secondo album solista, Ruins, contando solo sulle proprie forze: ha suonato tutti gli strumenti, imparati da autodidatta (unica eccezione la batteria, affidata a Franz Löchinger), ha registrato nel suo studio personale e, infine, ha pubblicato i suoi album con l’etichetta che lui stesso ha fondato, la Solanum Records. Indica come figura centrale per la sua formazione Quorthon, leader dei Bathory, ma si può affermare, più in generale, che la sua musica sia influenzata dalla scena metal nord europea a cavallo tra anni ’80 e ’90. Atmosfere decadenti e spettrali, che suggeriscono paesaggi nebbiosi, boschi oscuri, vecchi edifici abbandonati, testi incentrati sulla morte o qualunque altro argomento a essa riconducibile: queste sono, in breve, le caratteristiche principali del musicista austriaco. A ben vedere, però, è presente anche una vena psichedelica che affiora di tanto in tanto, soprattutto nelle parti acustiche, e lo stile vocale di Rusty ricorda a tratti quello di alcuni artisti degli anni ’60, come Kevin Ayers o Syd Barrett, anche se questo, forse, non era il suo intento.

Si parte con la title track, introdotta da un cupo arpeggio di chitarra classica. Uno alla volta entrano gli altri strumenti, prima la voce, poi la batteria quindi la chitarra elettrica e il basso, in un crescendo ben congeniato. Il brano prosegue con una cadenza lenta per prendere corpo e tornare, poi, al tema iniziale. “Made of Lies” ha un ritmo più sostenuto, ma qui si evidenzia qualche problema, le linee vocali troppo spesso sono vacillanti e gli assoli non molto a fuoco; purtroppo questi sono i difetti che compariranno più di frequente durante l’ascolto. “Ocean of Life” è basata su note di chitarra acustica, affiancata dagli altri strumenti, con una struttura simile al primo brano ma un tono più sereno. Con “The Game” si accelera di nuovo ma, allo stesso tempo, tornano le perplessità che la seconda traccia aveva lasciato.
Finalmente si arriva a quello che è, forse, il brano migliore dell’album, “Night Angel”, ballata dall’atmosfera tetra e onirica che potrebbe essere il giusto commento sonoro per una passeggiata nella foresta. L’andamento è molto calmo, con una chitarra arpeggiata a fare da guida per tutto il pezzo, un piano inserito nei momenti giusti e una voce femminile (Lady K) che affianca quella di Rusty. Su “Candlemess” tornano i pesanti powerchord distorti a farla da padrone, con tanto di campane nell’intro, mentre la sfiorata omonimia con i Candlemass fa pensare a un probabile omaggio alla famosa band svedese. Poco più di un minuto acustico per “Forever” e si riparte con “Matter Over Mind”, uno dei pezzi più curati nella struttura e nei riff. La prima parte di “Knowing” mostra l’attitudine psichedelica di cui sopra, senza tuttavia lasciare da parte la componente metal; infine, “Pillow of Silence” chiude l’album con un’atmosfera mista di serenità e inquietudine.

Il rispetto giunge sempre sincero e spontaneo verso chi s’impegna a produrre un disco da solo, ma, in tutta onestà, qui c’è ancora un po’ da lavorare; il primo passo dovrebbe essere forse eliminare alcune sbavature tecniche. Per contro abbiamo una discreta alternanza di umori e atmosfere che, pur restando in linea con il genere proposto, dona varietà e scioltezza al lavoro. Ultima, ma non meno importante, da segnalare una produzione più che dignitosa.
Paradossalmente, confezionando un disco metal Rusty Pacemaker sembra ottenere i risultati migliori non tanto nei momenti tirati, quanto in quelli calmi, e si spera perciò che riservi maggior spazio al lato più intimo della sua musica in futuro.

 

 
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