Recensione: Second Nature

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Meglio tardi che mai, si potrebbe dire.

Del resto, non è proprio un evento comune il registrare un come back discografico a distanza di trent’anni dall’esordio.
Soprattutto quando, in mezzo, ci sono state carriere più o meno importanti, che mai più avrebbero lasciato presagire un possibile ritorno in scena di quello che era stato un progetto non proprio di fama planetaria, sebbene patrocinato da alcuni nomi di sicuro fascino dell’ambiente NWOBHM ed hard rock di metà anni ottanta.

Un intervallo di tempo che non deve essere stato sufficiente per sopire la voglia dell’ottimo Dennis Stratton (ogni maideniano che si rispetti, avrà ben in mente di chi stiamo parlando) nel riportare in vita una band dalle coordinate stilistiche profondamente british, tipiche di un suono che andava parecchio in voga in epoche non proprio recenti.
Ad ogni modo, uno stile retrò, vintage, demodé finché si vuole: il fascino esercitato è sempre elevato, e l’ascendente di questo delizioso side project di origini ormai remote e comunque ancora tale da mostrarsi tutt’oggi capace di suscitare interesse. 
In particolare quando alla radice sussistano – oltre a dell’ottimo mestiere – anche una palpabile passione e doti artistiche conclamate e molto solide. Elementi che, va da sé, ad una cricca di vecchi marpioni come il già citato Stratton, insieme a Steve Mann, Rocky Newton e Clive Edwards (tutti musicisti di grande esperienza e membri originali del gruppo) e ad un autentico fuoriclasse del microfono come Lee Small (forse il miglior singer melodic-hard rock della generazione “recente”), non mancano affatto.
 

L’occasione: un concerto di reunion avvenuto lo scorso anno al Rockingham Festival, istante in cui riscoprire l’antico affiatamento e la voglia di fare ancora musica assieme. 
Il risultato: un buonissimo album di rock melodico, rifornito di parecchie idee gustose, alcune canzoni riuscite ed un profilo generale che non lascia rimpianti in merito ad un come back che ha nella facilità e nell’easy listening la propria arma principale.
Percorrendo strade conosciute, che si specchiano in Magnum, Shy, Praying Mantis e Tygers of Pan Tang, i pezzi si snocciolano agilmente, tra atmosfere talora spensierate ed altre più drammatiche: qualche momento meno efficace è naturale, fisiologico ed inevitabile, soprattutto in una tracklist piuttosto corposa, non tale però da condizionare in modo determinante la riuscita complessiva dell’album.
 

“Give Me The Light”, “Don’t Pay The Ferryman” (cover di Chris De Burgh), “Angels With Dirty Faces”, “Prisoners”, “Every Boy in Town” (ballatona d’antologia) e la graziosa “Heartbeat Radio” sono, infatti, brani che lasciano sempre  - ad ogni passaggio - qualcosa in termini di buone sensazioni e piacere d’ascolto. Nulla che possa sconvolgere e rivoluzionare l’enciclopedia della musica o ritagliarsi un ruolo da pietra miliare dell’AOR, oltretutto in un settore in cui, comunque si voglia, è già stata detta praticamente ogni cosa.
Tuttavia, le vocals di Small (un convincente ibrido a metà strada tra Bob Catley e Glenn Hughes), alcune ottime melodie, qualche coro riuscitissimo e l’alto profilo di un gruppo composto da musicisti navigati e padroni della materia, incorniciano un cd che, alla resa dei conti, mantiene le promesse, offrendo un’oretta di melodic rock suonato con classe, gusto e tanto stile. 
Dite se è poco…

“Second Nature” è un bel disco insomma, di quelli che si accolgono sempre più che volentieri e non è raro riascoltare più volte nell’arco di una stagione.

 

 
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