Recensione: Shadowline

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Che anni quegli anni. Anni di Iron Maiden poco più che ragazzini, di ruvidi Def Leppard, di una sigla impronunciabile ma capace di accomunare tante giovani band della working class inglese non esattamente di stampo conservatore.
E qualcosa di solido deve essere veramente stato prodotto a quei tempi in bianco e nero, se oggi (anno 2015) ci sono tutti questi gruppi di svedesi, i cui genitori a quei tempi stavano tubando, che si vestono di denim & leather e suonano proprio come se On Through the Night fosse uscito ieri.
I Black Trip rientrano a pieno titolo nell'infornata svedese di band che fanno proprio il credo britannico proto-ottantiano, ciascuna con una dose di personalità distintiva sufficiente da fare apprezzare i vari Enforcer (sul versante speed) o Steelwing (molto classicamente metallici).
Questo Shadowline arriva a due anni dal predecessore Goin' Under, apprezzato debutto rispetto al quale la nuova prova discografica si scosta di poco, limitandosi ad indurire leggermente le chitarre e l'approccio alla scrittura, forse subendo un certo calo di freschezza.
Il modello dei modelli per i Black Trip è rappresentato dai Def Leppard della prima ora, quelli  dell'album d'esordio o addirittura dei tempi di Getcha Rocks Off. La produzione di Shadowline è fedele allo stile, non levigando troppo le ruvidità proprie del genere. Nel complesso, la band sa il fatto suo, arrangiando i pezzi con una complessiva attenzione a una semplicità che non scade nell'ovvio.
La qualità dei pezzi è un po' altalenante, con i migliori momenti accatastati per lo più nella prima parte del disco. In questo senso, la traccia d'apertura, Die with Me, gode di un bel piglio hard rock che valorizza una linea melodica certo non originale, ma che non tradisce le attese. Non molto diverse, sia per qualità che per scrittura, sono le successive Danger e Shadowline. Meglio Berlin Model 32, davvero un buon outtake di On Through the Night.
Meno ispirata è, invece, Over the Worldly Walls, che comunque non sfigura. La sensazione è che, col passare dei solchi del disco (ah, questo lessico da tempi analogici!), la formula dei Black Trip tenda a perdere freschezza e, quindi, l'attenzione dell'ascoltatore. Tra le successive tracce, forse solo la veloce Clockworks e la scanzonata (ma non banale) Sceneries riescono a dire qualcosa. Da dimenticare, invece, l'articolata The Storm, che nella prima parte suona un po' fuori contesto con la band che gioca a fare i The Cult di Stoccolma, mentre nella seconda richiama troppo certe sonorità che furono di The Number of the Beast (l'assolo non può non rimandare a Children of the Damned).
Ancora una volta, non è l'originalità il metro di valutazione di un disco come Shadowline ma piuttosto la qualità delle sue composizioni e il dinamismo complessivo. In questo senso, i Black Trip centrano il bersaglio, regalandoci una prova più che dignitosa, che si lascia ascoltare molto volentieri. Resta il dubbio sulla salute del genere, costretto a riciclarsi e, dunque, a vedersi travolto da una massa di uscite di medio valore.

 
70