Recensione: Songs From The North I, II, III

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PREMESSA:

Alcune idee, per quanto geniali o folli che siano, vengono partorite una sola volta nella vita di una persona. Idee che cambiano il mondo, una vita, un’esistenza o anche solo un incontro. La mela di Newton, la vasca di Archimede, la solidificazione di alcuni granelli di sabbia per la creazione del vetro sono esempi banali, semplici eventi che hanno inesorabilmente cambiato il corso di un’intera vita, delle nostre vite. Nella musica esistono momenti nei quali devi affrontare la realtà a piene mani, dove quello che conoscevi sino a poco tempo prima, non sarà mai più lo stesso, comprendere il momento in cui un “nodo” spezza il filo della routine quotidiana e rende unico un semplice evento. Così, silenziosamente, Songs From the North esce in un giornata autunnale sul mercato e tutto ciò che sapevamo prima degli Swallow the Sun, della Finlandia e delle sue musiche viene stravolto portando il “normale” a diventare “indimenticabile”. Un album, tre parti distinte, ventuno canzoni, per dare vita ad un unico, grande, maestoso concept sulla propria terra nativa, un luogo pieno di bellezza, disperazione ed oscurità. Entrando più nello specifico, in ambito prettamente musicale, una band deve sempre tendere a surclassare se stessa, così in quest’opera gli Swallow The Sun hanno preso il proprio destino per le corna e ne han fatto rivoluzione; da qui oggi non si torna indietro, perché album come questo rimangono indelebilmente scolpiti nella roccia. Mai nessuno aveva tentato tre approcci completamente distanti gli uni dagli altri per dare vita a tre facce di un unico grande insieme che una volta presa forma è più solido che mai, intoccabile, ineguagliabile e sopra ogni cosa unico in quanto tale.

PRIMO CAPITOLO: SONGS FROM THE NORTH I - GLOOM

La prima parte di Songs from the North si apre con quello che teoricamente dovrebbe essere l’album più “classico” per la saga dei nostri, otto canzoni che prendono spunto dal precedente Emerald Forest and the Blackbird per portarlo all’estremo, oltre i confini della band, sino dove prima di oggi mai si erano spinti. Più cupo, oscuro, meditativo e mentalmente violento questo primo disco ci racconta di quanto progressiva sia stata negli anni l’evoluzione della band. Capitolo dopo capitolo sono riusciti non solo ad ampliare il proprio spettro compositivo, ma ad enfatizzarlo, renderlo sempre più intimo e personale; un’empatia costante con l’ascoltatore che non può fare altro che immedesimarsi lungo le musiche teletrasportandosi ipoteticamente in Finlandia tra i mille laghi e quel malessere che traspare negli umori contraddittori dei suoi abitanti. Se presi a paragone gli ultimi album degli STS si può notare come l’utilizzo di vocalizzi semi-screaming, le partiture veloci ed una produzione tagliente, abbiano lasciato man mano spazio ad un’ atmosferica rivisitazione del death doom scandinavo attraversato da filamenti gothicheggianti, figli dei Paradise Lost, andando a cercare quell’oscurità prima sempre cercata e mai raggiunta pienamente. Tracce come 10 Silver Bullets, Rooms And Shadows o Lost & Catatonic ci mostrano sempre il lato violento in costante battaglia con una melodia sempre più cupa ed insofferente, dove le tempistiche vengono dilatate ed infarcite di ulteriori armonizzazioni. Le tastiere si mettono leggermente da parte per far splendere nel buio una ritmica che tende oggi più che mai al doom vero e proprio.

Bury my heart - Cover with the coldest stones - So it will suffer longer - Like I did in your arms

Seppellisci il mio cuore - Coprilo con le rocce più fredde - così soffrirò più a lungo - come feci tra le tue braccia

Inutile dire come siano i testi una parte fondamentale per la riuscita di ogni album dei nostri, figli della mente di Mikko, che immancabilmente non lascia via di scampo ai buoni presagi e mette da parte ogni remora, per ricordarci che per riuscire al meglio ogni forma d’arte deve essere figlia della sofferenza. Sono canzoni scritte con le lacrime, la carne diventa la tela bianca imbrattata dal malessere esistenziale. Heartstrings Shattering ci introduce una delle diverse voci ospiti del disco, il contrasto tra il growl e lo stop dove Aleah canta rende unico ed irripetibile l’ascolto volta dopo volta. Una dicotomia che ci propone la bella e la bestia, il bene e il male, la speranza e l’oblio eterno. Fosse questo un disco a se stante, il classico nuovo album nella discografia, certamente percepiremmo la volontà di scoprire nuovi territori anche se solamente abbozzati in certi tratti; è invece volontariamente parte di un progetto più grande che porta a diventare un piacere anche l’attesa di scoprire i nuovi capitoli. I suoni più caldi e cupi ci introducono in una nuova dimensione, il primo capitolo soprannominato Gloom (oscuro) conferma che uscita dopo uscita la sofferenza negli Swallow the Sun non si attenua un singolo momento, lasciandoci catatonici a cantare le strofe verso lo spazio vuoto o un muro, mentre tutto scorre senza che possiamo minimamente accorgercene.

VOTO: 82

SECONDO CAPITOLO: SONGS FROM THE NORTH II - BEAUTY

La seconda parte ci catapulta nel cuore dell’album, non è un caso che la title track vera e propria sia presente su quello che possiamo definire la porzione più atipica e melanconica dell’intero progetto. Songs from the North II è un tributo al proprio paese d’origine, a quelle lande desolate e alle migliaia di alberi che nascondono la luce del sole alla terra brulla e selvaggia.

This heart of a cold white land - In the dark of the endless nights - And the light of summer that never dies - in these songs from the North

Questo cuore di una terra bianca e fredda - nelloscurità delle notti senza fine - E la luce delle estati che non muoiono mai - in queste canzoni dal nord

Quanto amore c’è in queste parole? Il cuore che batte per quei luoghi così inospitali, spesso distanti dalla routine occidentale del presto ed ora, dove il silenzio regna costante attraverso stagioni che rendono difficilissima la coesistenza tra gli esseri umani. Un sospiro tra due macigni di immane potenza, un bacio prima dello schiaffo che ti lascia smarrito. Anche se in molti negli anni hanno perseguito la strada dell’acustico, andando bene o male ad abbracciare sonorità pressoché simili, gli Swallow the Sun riescono nell’arduo compito di rimanere fedeli al loro sound, proponendo quelle sfumature che li contraddistinguono in mezzo ad una miriade di altre bands. Anche se si viene accolti attraverso una semplice e delicata strumentale (Womb of Winter), è con le successive sette tracce che si iniziano a sentire quelle fredde terre espandersi sempre più dentro il nostro corpo, riuscendo quasi a visualizzare il sole a mezzanotte che lontano sull’orizzonte si staglia tra le foreste eterne specchiandosi sui laghi nascosti dalla civiltà. Away, Pray for the Winds to Come e la Titletrack sono composizioni che si infilano dentro lo stomaco per tracciare una linea diretta con i nostri ricordi che parlano di gioventù, dei luoghi a noi cari, delle persone che han segnato la nostra vita per finire direttamente nell’infinito vivere. Composizioni semplici, una produzione corposa e delicata regala emozioni minuto dopo minuto. Anche la strumentale 66°50 N, 28°40 E (uno dei punti di passaggio del circolo polare artico Finlandese) di sei minuti abbondanti ci propone una band che negli album precedenti aveva solamente tangenzialmente toccato questo lato intimo e profondo, oggi finalmente apertosi senza paura. Mikko qui offre una prestazione sublime che, pur non raggiungendo magari in certi passaggi i picchi che ci si sarebbe aspettati, risulta coerente e quanto mai unica nel suo malinconico sussurrare al vento. C’è il profumo del vento del nord in queste canzoni, una verve Katatonia-na e la notte eterna che prende possesso delle tue emozioni attraverso note da cantare e ricantare ascolto dopo ascolto. Un esperimento riuscito pienamente che, pur non diventando il picco emotivo più alto del concept, riesce nell’intento di diventare indispensabile all’economia del risultato finale, lasciando tirare un sospiro di sollievo come quando la neve fresca si adagia senza rumore coprendo la sporcizia che ci circonda.

VOTO:78

TERZO CAPITOLO: SONGS FROM THE NORTH: III - DESPAIR

Giungiamo così all’ultimo capitolo, quello che sprigiona la più forte intensità compositiva, quel capitolo che risucchia la vita e regala morte e dolore ad ogni ascolto. La terza parte è soprannominata Despair (Disperazione) per un semplice motivo, che pur risultando banale spesso diventa scontato: il funeral doom. Un sottogenere che porta allo sfinimento, trascina al limite l’essere umano cancellando ogni sua speranza facendone cibo per i corvi; lento, inesorabile e tendenzialmente maniacale porta a galla ogni malcontento ed inaccettabilità al mondo contemporaneo. Solo cinque canzoni, con una media di dieci minuti l’una, sono la testimonianza suprema della musicalità nel 2015 degli Swallow the Sun che attraverso quest’album pongono un sigillo indelebile sulla loro vera natura compositiva. Paradossalmente la band riesce inspiegabilmente nell’arduo compito di surclassare il 90% dei gruppi che da una vita concepiscono tali sonorità come pane quotidiano attraverso la sintesi del nulla. L’ annichilimento dell’essere umano porta a far riaffiorare ogni lacrima, ogni dolore, ogni dispiacere per ricordarci che più si sfiora l’abisso più si percepisce l’importanza della nostra esistenza. La Finlandia è sempre stata una dei cardini del funeral doom attraverso band di notevole spessore quali Skepticism, Thergothon, Shape of Despair, Tyranny (tre di queste con album superlativi usciti quest’anno) che non han mai avuto nulla a che vedere con il passato glorioso degli STS. Oggi, volenti o nolenti, bisogna immettere tra le grandi realtà anche questa band che riesce nell’arduo compito di eguagliare in quanto bravura e creatività le composizioni dei cosiddetti “maestri”. Tracce come Gathering of the Moth, 7 Hours Late (dedicata alla morte del padre) e Abandoned by the Light sono alcuni tra i picchi più alti degli ultimi anni; magistrali nella loro semplicità colpiscono nel profondo. La band riesce ad unirsi sotto un’unico intento donando enfasi a quel silenzio strozzato in gola; ancora una volta è la prestazione di Mikko a lasciare a bocca aperta proponendo molteplici cambi di vocalità per calarsi al meglio nella parte da interpretare. Una teatralità funerea che prende lo slancio nell’incantevole Empire of Loneliness, probabilmente la traccia meglio riuscita dei tre dischi, emblema del vuoto, della solitudine nella vastità delle lacrime negate ad occhi indiscreti.

I Held my Breath and it landed - On my arm and asked - Is there still anything worth reaching for? - and my heart said no - Any light of goodness in you worth holding on to? - .. and my heart said no.

Trattenni il fiato e cadde - sul braccio e chiesi - C’è ancora qualcosa che valga la pena raggiungere?- E il mio cuore disse no - Nessuna luce o bellezza per cui tenere duro? - E il mio cuore disse no.

Undici minuti da applausi che non smettono mai di lasciarsi scoprire in ogni dettaglio; come le altre quattro composizioni riesce a donare dettagli nuovi e sfuggenti ad ogni ascolto attraverso una chirurgica perizia della componente tecnica qui mostrata. Anche se ai meno avvezzi a certe sonorità la cosa può risultare incomprensibile, è il non diventare banali stupendo che divide certe composizioni funeral doom tra eterne ed inutili. Le ritmiche sono così dilatate da lasciare senza fiato e la maestosità dell’incedere forgia tempistiche e fraseggi che nessun altro genere del metal ha la forza di creare. Sono album come questi che ti fan comprendere come spesso più è lento e più è violento. La chiusura del cerchio che parla di abbandoni, di misantropia, di morti famigliari ed amorose ci regala una prospettiva nuova ed incontaminata degli Swallow The Sun, mai come oggi allo zenit di un’intera carriera.

VOTO: 85

CHIUSURA

Difficile analizzare un concept così vasto e multisfaccettato, ancora più difficile riuscire ad essere imparziali senza lasciare emergere i sentimenti e senza cadere nel personale. Ognuno di noi avrà questa o quella canzone che rimarrà più impressa di altre, questo o quel testo da cantare decine e decine di volte in solitaria. E’ proprio la solitudine l’aspetto fondamentale per riuscire a gustare a pieno Songs From the North nella sua interezza. Di notte quando le luci si spengono e le voci si attenuano, nel tuo angolo più remoto, intoccabile ed irraggiungibile, sarà quest’album la colonna sonora perfetta per afferrare l’io più profondo. Per chi ha già vissuto negli anni della precedente discografia dei Finlandesi questo non potrà che essere la sublimazione di una carriera; per tutti coloro che entrano in questo mondo per la prima volta ci sarà bisogno di una cura maggiore ed un’attenzione portata ai massimi livelli. Potrebbe risultare inusuale a molti la scelta di porre l’acustico al centro del progetto, ma se si riesce a comprendere lo spirito che distacca sofferenza e buio attraverso un barlume di speranza, si riusciranno ad ottenere una comprensione maggiore del tutto. Un artwork incantevole, un packaging maniacale aggiungono punti in più a musiche e testi fuori dai canoni contemporanei. Senza molto altro da aggiungere possiamo definitivamente dichiarare che questo è un album che indubbiamente rimarrà negli annali, per il coraggio, l’ostinazione e la determinazione che han reso tutto questo fattibile. Da oggi il Nord e la Scandinavia, attraverso i racconti delle notti eterne, delle estati senza fine che costellano il mondo, saranno indirettamente parte della nostra quotidianità. 

 
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