Recensione: Stigmata Me, I'm in Misery

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Dopo ben diciotto anni dal debut-album (“Walpurgis - Sabbath of Lust”, 1996), tornano in pista gli Inquisitor con un full-length nuovo di zecca: “Stigmata Me, I'm in Misery”.

Una furia devastatrice, un devasto totale che non tiene assolutamente conto del tempo che passa. Gli olandesi tirano al massimo delle loro possibilità intersecando musica violentissima a tematiche blasfeme, generando uno stile di non facile interpretazione.

I più affermano che sia thrash/death ma, a parere di chi scrive, o è una cosa, o è l'altra: non esistono i matrimoni misti, nel metal. Indubbia la componente thrashy, rinvenibile in certi riff di chitarra che hanno il palm muting come lievito fecondante, la sensazione, osservando “Stigmata Me, I'm in Misery” nel suo complesso, è che esso sia un disco di death metal. Semplicemente.

Difatti, ascoltando lo sfascio delle membra operato da brani quale per esempio 'Northern Goliath - Death, a Black Rose', l'idea che istintivamente corre nella mente è proprio quella del death. Ci prova anche il combo di Harderwijk, ad autodefinirsi. Lo fa con un termine, extreme thrash, che spinge anch'esso in direzione di un death spaventosamente caotico e primordiale. Non è old school poiché latitano i principali dettami che lo individuano. Ci sono, al contrario, alcuni particolari che indirizzano il tutto verso il death stesso, come lo spaventoso drumming dello scellerato Wim van der Valk, orientato spesso e volentieri verso le pazzesche velocità raggiungibili solo con l'utilizzo dei blast-beats; fattispecie di follia musicale che, su questo non ci sono dubbi, non fa parte del thrash.

La furia demolitrice degli Inquisitor è totale, senza compromessi, testardamente continua nonché pressante, in un sound terremotante che pare non abbia altro obiettivo che frantumare le ossa dell'orecchio.

Del resto il lavoro dell'axe-man Erik Sprooten è semplicemente spettacolare, giacché si divide nel macinare riff su riff senza nemmeno un attimo di tregua, tranciandoli con assoli tiratissimi e taglienti come la lama di un bisturi. Folle, allucinata e scorticante l'ugola di Alex Wesdijk, impegnata ad affrontare le linee vocali con uno stile tutto suo: né screm, né growl, si direbbe meglio un'accozzaglia di urla scombinate – a volte addirittura in falsetto - se non si scoprisse, concentrandosi su quanto da lui vomitato, che in realtà il suo modo di cantare ha un senso. Il senso dell'estremo più estremo possibile. Thrash o death che sia. 

Del tutto assente la melodia, e come essa refrain se non altro riottosi, almeno, o anthem di sorta. La musica degli Inquisitor scivola via a tutta birra non preoccupandosi minimamente di lasciare un segno che sia minimamente assimilabile a qualcosa di accattivante.

Se da un lato questo rappresenta sintomo di completa dedizione alla causa scardinatrice, dall'altro impoverisce un po' un sound che, alla fin fine, è trappola di se stesso, prigioniero della propria, immensa ferocia.

Daniele “dani66” D'Adamo

 

 
70