Recensione: Sunrise

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Gli Hadeon sono una band proveniente da Udine, nata nel 2014 dalla volontà di Alessandro Floreani (chitarra), Fabio Flumiani (chitarra), Federico Driutti (voce e tastiere), Gianluca Somma (basso) e Lorenzo Blasutti (batteria).

Nel 2015 subiscono il primo cambio di formazione, con l’entrata in scena del bassista Gianluca Caroli al posto di Gianluca Somma. Con tale line-up completano la preparazione del loro primo album, dal titolo ‘Sunrise’. Successivamente Lorenzo Blasutti lascia la batteria a Emanuele Stefanutti.

Dovendo etichettare il genere proposto dagli Hadeon, si può dire che suonino progressive metal, ma nel loro sound c’è molto di più, perché i ragazzi esplorano molti territori musicali, quali sicuramente il metal, ma anche lo sperimentale dei Genesis, lo psichedelico dei Pink Floyd, quello complesso degli Yes e quello più eclettico dei King Crimson.

La  magia che compiono è quella di prendere tutto ciò che li ha influenzati ed, attraverso una raffinata ricerca melodica, renderlo un tutt’uno. Non c’è, quindi, un genere principale che fa da perno, su cui ruotano parti musicali diverse, ma i brani prendono più l’andamento di un ‘flusso’ (come descritto da loro stessi) in continuo movimento e sempre in evoluzione.

Siano dure e cupe, oppure ariose e romantiche, le sezioni musicali espongono un alto grado di tecnicismo e la melodia che ne scaturisce infonde un’emozione continua.

In alcuni casi, ricordano alcuni esperimenti condotti dalle prog-band negli anni ’70 – ’80, rimanendo, al contempo, la sezione ritmica corposa e densa.

Hadeon band

Molto importante è l’uso della voce: Federico ha uno stile molto lontano dalle tipiche voci metal, infondendo, con l’intonazione e la timbrica usata, un senso di tranquillità, nonostante le storie raccontino di alcuni disturbi e malattie che colpiscono l’uomo moderno (tema di tutto il disco).

Sia gli assoli che le parti acustiche sono essenziali, enfatici e condotti con grande sapienza.

Sunrise’, composto da sette brani, inizia melodico per incupirsi e rattristarsi man mano che le canzoni scorrono. Questo in sincronia con i testi, in quanto sono gli ultimi brani che parlano dei casi più disperati.

I brani sono tutti dello stesso valore; citandone qualcuna come esempio, l’iniziale ‘Thoughts ‘n’ park’ ha una trama quasi epica con strofe romantiche impostate su una base di chitarra metal. Il refrain è passionale e le strofe che seguono diventano più decise senza perdere di romanticismo. La sezione musicale, progressive allo stato puro, conduce ad un assolo sostenuto da una batteria jazz ed un synth epico che riporta il tutto allo stadio iniziale.

Never Thought’ si basa su delle percussioni ataviche e su una chitarra acustica. Le strofe sono lente e cariche di emozione.

Lighline’ alterna dolcezza a durezza ed è caratterizzata da un assolo dai cento colori.

Hopeless Dance’ è dura e decisa, il pezzo dove la parte metal viene maggiormente espressa, ma poi si trasforma per diventare lenta e triste.

La finalità dell’opera è concentrarsi sulla ricerca di se stessi attraverso il dolore, la necessità e volontà di trovare sempre il rimedio anche nei casi più estremi, porre fine al dolore dell’uomo, tornare alla luce. Insomma, alla fine, gli Hadeon pongono una speranza, e questo lo si riesce a percepire decisamente.

Buona la veste grafica della cover, che si apre in tre parti con all’interno il disegno di un personaggio che si alza dal buio per andare verso la luce. La stessa è completata con il booklet dei testi.     

Ottimo esordio quello degli Hadeon, la cui ricerca di originalità attraverso una buona sperimentazione, li premia altamente.

Album che sicuramente non porta all’headbanging ma bensì alla riflessione, magari con un buon bicchiere di brandy in mano. Un modo diverso di ascoltare metal.

 
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