Recensione: Terror and Submission

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Siamo nel 1987, il colpo di coda di questo decennio vede susseguirsi degli eventi particolari sui quali ancora oggi si riflette: il crac del Banco Ambrosiano, che coinvolse l’Arcivescovo Paul Marcinkus, allora Presidente dello I.O.R. (l’istituto pontificio conosciuto anche come la banca vaticana), l’atterraggio del giovane Mathias Rust sulla Piazza Rossa di Mosca volando attraverso la Germania, alla faccia di tutti i controlli di sicurezza e la condanna all’ergastolo del nazista Klaus Barbie, detto il boia di Lione. Tutti avvenimenti in grado di generare rabbia e frustrazione nei giovani, molti dei quali scelsero di scaricarla ascoltando o suonando Thrash Metal, la musica che all’epoca impersonava la ribellione nel modo più crudo. Basta citare tre album dell’anno precedente per capire l’influenza che questo stile, aggressivo e furioso, senza mezzi termini, ebbe all’epoca sul mondo musicale: ‘Master Of Puppets’ dei Metallica, ‘Reign in Blood’ degli Slayer e ‘Peace Sells…But Who’s Buying?’ dei Megadeth, vere icone ancora oggi ineguagliate.

L’anno successivo la voglia di Thrash era ancora alta ed ai primi gruppi, che possono dirsi d’esperienza, come gli Anthrax, gli Overkill e gli Exodus, che pubblicarono rispettivamente ‘Among The Living’, ‘Taking Over’ e ‘Pleasures Of The Flesh’ se ne affiancarono dei nuovi pronti al debutto discografico quali, ad esempio, i Coroner con ‘R.I.P.’, i Death con ‘Scream Bloody Gore’, i Death Angel con ‘The Ultra-Violence’ e gli Holy Terror con ‘Terror And Submission’.

Cosa accumuna queste band? E’ la voglia di sperimentare e portare dei cambiamenti all’interno di un genere travolgente ma abbastanza statico, affiancando alla furia elementi tecnici e progressivi per farlo evolvere.

Gli Holy Terror, originari di Los Angeles, erano determinati in questo, dimostrandolo fin dalla copertina del loro album d’esordio: il maligno nella sua forma di serpente che s’inerpica sulla croce dopo che ne è stato schiodato il Cristo; non una semplice copertina blasfema, come se ne vedevano tante in quegli anni, ma una chiara rappresentazione del male che può sopravvivere dove il bene è stato sconfitto, un’ immagine antica per raffigurare quanto stava accadendo in quegli anni, che può dirsi attuale ancora oggi.

Cosa colpì di più degli Holy Terror ? Era il loro modo di fare Thrash: furioso ed aggressivo ma al contempo melodico ed innovativo, con soluzioni tecniche che inchiodavano al suolo ed una voce, quella del compianto Keith Deen, che andava oltre l’interpretazione dei testi, credendo intensamente in quello che cantava.

Una voce roca e dura, unica all’epoca, affiancata a musicisti d’eccezione per completare una formula esplosiva, ma non instabile, che portò ad un sound creativo che poteva dirsi evoluto rispetto al passato, senza distaccarsi dalle caratteristiche aggressive del Thrash.

Il lavoro dura meno di tre quarti d’ora e si compone di nove tracce come l’iniziale ‘Black Plague’, dalla sezione ritmica potente e dai riff incredibili, le successive ‘Evil’s Rising’, diretta e senza fronzoli, ‘Blood Of The Saints’, aggressiva, corposa e cattiva, con un intro da brividi, ‘Mortal Fear’ e tutte le altre fino alla mazzata finale di ‘Alpha Omega- The Bringer Of Balance’.

Tutte tracce dai ritmi serrati, articolate e varie che sono andate a formare un album eccellente sotto tutti gli aspetti: musicisti virtuosi e tecnici questi cinque ragazzi dalla capacità compositiva matura e creativa, capaci di esprimere il loro punto di vista sulla corruzione della società e sulla religione.

L’anima della band, l’elemento distintivo, fu sicuramente Keith, ma fu l’unione a fare la forza, a dare una nuova dimensione al Thrash, a creare un platter completo destinato a diventare un classico ed a rimanere vivo per oltre trent’anni.

Gli Holy Terror erano, quindi, una band scevra da schemi, pura, sincera, ispirata, che non ha scopiazzato qua e là, ma ha voluto dire la sua proponendo qualcosa di diverso senza perdere la carica aggressiva del Thrash e le sue linee melodiche. Una band diventata fondamentale, pur se con una breve carriera e con soli due album nel carniere: ‘Terror And Submission’ e  ‘Mind Wars’ del 1988, tanto è vero che, successivamente, sono uscite raccolte e cofanetti, cosa alquanto rara per un così ridotto numero di album. Purtroppo dobbiamo ‘accontentarci’ di solo queste due opere, perché la formazione originale non potrà mai più riunirsi, a causa della morte di Keith, avvenuta nel 2012, sconfitto dal cancro a soli 56 anni. ‘Terror And Submission’: un album da non perdere.

Recensione a cura di Monica Atzei

 

 

 

 
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