Recensione: The Alcoholic Delirium

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Quante volte, nella vita, ci siamo trovati a dover descrivere l'innata bellezza di una pinta di birra gelata?

Ehm...mai, mi dite? Bè non so voi, ma io tante, tantissime volte.

Certo, ero sbronzo a millemila, ma non credetemi così beone, in fondo anche da lucido spesso mi son posto la domanda "Come posso far questo?" seguita da una altrettanto eloquente auto-punizione tipo "Ma no, è impossibile". E' impossibile farlo con le parole forse, perché nel connubio di musica & borchie che tanto ci piace quante volte ci siamo imbattuti in delle band dedite in tutte e per tutte alla glorificazione della causa birraiola? No, voglio dire, i Tankard li conosciamo tutti vero?

Ma i tedeschi sono anche troppo spudorati, in ogni caso abbiamo citazioni di lodi all'alcolismo sparse in po' in tutta la musica, dal rock anni '60 fino al prog ed alla nostra amata musica dura...e poi arrivano loro, i Dreker, che con la maestria di un rocker sbronzo dalla sera precedente suonano come una paurosa e pesante dedica alla causa della Bionda per eccellenza già a partire dal nome, citazione 'in salsa K' della birra più annacquata e 'pisciosa' in commercio...eh, come? A voi piace quella birrà lì?

Tranquilli, io non giudico nessuno, anche se forse qualche domanda dovreste porvela...

 

Tornando alla band in oggetto, la dichiarazioni di intenti del quintetto, originario del Salento, appare ancora più eloquente se si analizza il filosoficissimo titolo scelto per il lavoro: no, perché con un titolo come "The Alcoholic Delirium" è praticamente impossibile dubitare dei nostri eroi e solo un sobrio progster riccardone potrebbe non adorare una siffatta dichiarazione di amore per la causa alcolica!

Cosa? Non sono serio, dite? Non vi piace la piega che sta prendendo secondo voi questa recensione?

Bene, allora ditemi voi cosa dovrei scrivere su una band che si fa chiamare Dreker e su un disco il cui titolo è Il Delirio Alcolico, perché se ci riuscite voi, nel trovare una soluzione alternativa sufficientemente efficace, vi regalo una cassa da 25 Nastro Azzurro! Ma so giòàche non ci riuscirete quindi, nel frattempo che descrivo questo disco, comincio a bere qualche bella biondona!

Si parte con una bella intro dal fare circense, intenta ad annunciare ai presenti l'inizio dello spettacolo alcolico e si parte con un'amorevole inno: arriva 'We Want to Drink' e ti viene davvero la voglia di prendere un mano una bella lattina gelata dal frigo...a voi forse eh, io sto già bevendo una Nastro per dire...la produzione del disco è davvero notevole e, se si considera che parliamo di una release indipendente, qui vi è solo da rivolgere inchini: chitarre compatte con medie belle scavate, batteria pestona e con cassa in evidenza, basso 'metallico' e voce, quella del frontman e fondatore Alessandro Fiore, che si rifà decisamente alla tradizione del thrash-core più tradizionale dove, sebbene non sfoderando chissà quale urlo di livello, adatta benissimo il suo timbro quasi da 'cartone animato' alle sonorità thrashosamente birraiole del five piece! Il punto focale relativo a quanto offerto dalla formazione salentina è soprattutto nelle vocals del frontman, il quale dimostra di adattarsi benissimo ai vari momenti dei brani con un piglio davvero caciarone nel pieno stile di un sonoro "Fuck You All! Noi siamo i Dreker e voi chi siete? Nessuno, voi non siete nessuno!" e la cosa, francamente, è parecchio eccitante, soprattutto se come il sottoscritto avete amato alla follia ensemble 'birrafondai' come S.O.D., D.R.I, Wehrmacht. e compagnia bella.

Tutti i brani viaggiano sulle medesima sonorità, con riff fortemente in palm-muting (il tipico timbro stoppato e percussivo del thrash) ma che spesso e volentieri si lasciano andare a rallentamenti hardcore altamente soddisfacenti come nel caso di 'War of the Whores', pezzo dove viene sfoggiato anche un assolo di basso niente male, senza dimenticare un songwriting di alta classe che non si limita a pagare il giusto tributo ai propri eroi, ma che a tratti si spinge verso soluzioni a loro modo quasi originali. Vi sono anche pezzi più canonici e caciaroni ma dal tiro praticamente irresistibile quali 'Bimbominkia', dove la voglia di osare dei nostri si spinge anche nelle vocals extra di Giovanni Cardellino, vocalist preso in prestito direttamente da L'Impero Delle Ombre, che delizia il finale di un brano dedicato a tutti i finti rockers che appestano i marciapiedi e, perché no, anche i concerti!

La carica autoironica del combo è potentissima lungo tutto il platter, ed episodi di fortissima caratura quali 'Please Destroy Us' oppure la conclusiva 'Dreker Sucks', dove le sonorità spinte e vecchia scuola del combo assumono tinte ancor più estreme e, perché no, divertenti: in fondo il thrash metal è divertimento ed i nostri amici lo sanno bene, quindi perché prendersi troppo sul serio? In fondo in tutto il platter i temi seriosi abbondano come se piovesse, solo che la band ha una grande capacità di descriverli nella maniera più ironica e 'metallosa' possibile tanto che persino nei momenti più oscuri quali 'Smell of Death in the Air' (dove troviamo Enzo dei thrashers tarantini Assaulter alla seconda voce) la band riesce a sfoderare una carica impressionante, degna dei nomi più blasonati che tanto abbiamo amato, sfoderando il primo pezzo capolavoro del disco!

Ed è proprio in questo episodio che risaltano le doti maggiori di questo Delirio Alcolico, vale a dire un songwriting sorprendentemente vario ed un disco insolitamente profondo al contrario di quello che un primo ascolto possa suggerire: il mio consiglio è quello di procurarvi una copia di questo disco ed ascoltarlo più volte, focalizzandovi sui dettagli complessivi espressi dai propri solchi musicali. Vi sono grandissimi riff in ogni brano dove, sebbene non spicchi chissà quale originalità estrema, vi è comunque una carica animalesca e furiosa che non può che farvi prigionieri al suo cospetto: 'Break Your Neck' ispira pogo punk e selvaggio, 'The Death Show' tira da pazzi fino all'ultimo secondo mentre 'A Moment of Lucidity' è uno degli altri brani capolavoro del disco, con tanto di assolo di armonica, momenti da ballata heavy metal e basso slappato a contornare il tutto, dove i rallentamenti ed i vari stop n' go caricano alle grande durante le parti maggiormente tirate del pezzo.

Io dico solo una cosa: in giro abbiamo band che un disco del genere se lo sognano, quindi cosa 'cassa' ( - Censura birrosa - Nda ) aspettate a farvi una birr...ehm cioè a dare una chance a questo disco? Un disco della portata di "Alcoholic Delirium" merita una chance da parte di tutti, nessuno escluso. Ora anche l'Italia ha anche i suoi Tankard e questo Paese se lo merita: non dimentichiamolo mai, noi italiani quando ci mettiamo sotto con la musica, quella seria, sfoderiamo quasi sempre grandi cose.

I Dreker sono parte di questa gente: orgoglio salentino, orgoglio italico.

 
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